Roaring Currents

Myeong-ryang (Corea del Sud, 2014)
di Han-min Kim
con Min-sik Choi, Seung-Ryong Ryoo, Ryu Seung-Ryong

Roaring Currents racconta la battaglia navale di Myeongnyang, una fra le più grandi vittorie del leggendario ammiraglio Yi Sun-sin, costretto ad affrontare centinaia d’imbarcazioni dell’invasore nipponico avendo a disposizione solo una dozzina di navi. Praticamente sono le Termopili (navali) della Corea, o giù di lì. E, a occhio, si tratta di un evento storico particolarmente sentito da quelle parti, se consideriamo che il film di Han-min Kim ha sfracellato tutti i record del cinema coreano, superando anche l’ex capoclassifica The Host e diventando, semplicemente, il film più visto della storia da quelle parti, anche al di sopra del colosso hollywoodiano Avatar. È il primo film di sempre a far staccare oltre quattordici milioni di biglietti nei cinema della penisola a mandorla e ha finito per superare addirittura quota diciassette milioni. Insomma, è andata bene.

Al centro del film c’è l’ammiraglio in questione, interpretato da un Choi Min-sik un po’ diverso da quello a cui siamo abituati, impegnato a ritrarre un guerriero stanco, affaticato, rimesso al comando della sua flotta in situazione d’emergenza, dopo essere stato imprigionato e torturato dal suo popolo per essersi fatto fregare da una spia giapponese infiltrata fra i propri ranghi. Ne viene fuori un personaggio forte e problematico, ma comunque nel contesto del classico film storico che tende a esaltare il portato eroico dei suoi protagonisti e a dipingere gli invasori come una banda di cattivacci senza pietà. Nonostante questo, o forse proprio per questo, finiscono per risultare più interessanti i comandanti della flotta giapponese, impegnati in un delicato equilibrismo legato ai rapporti di forza di una flotta composta tanto da equipaggi “ufficiali” quanto da pirati tirati in mezzo per l’occasione.

Quel che ne viene fuori è fondamentalmente un melodrammone storico molto classico, con bene o male tutte le svolte narrative che è lecito attendersi, fra traditori, discorsi alle truppe, drammatici imprevisti, morti eroiche e l’inevitabile coppia di innamorati tragicamente separata dagli orrori della guerra. Il melodramma, come in ogni film coreano che si rispetti, è spinto all’eccesso, a tratti forse un po’ oltre i limiti del tollerabile, ma a tenere alta l’attenzione nella prima metà di film ci pensano comunque un taglio sufficientemente brutale e, soprattutto, la natura pittoresca dei personaggi, inevitabilmente affascinanti per il mio occhio occidentale. Poi, però, comincia la battaglia e, per la miseria, prevedibile o meno, nonostante un uso del computer non sempre impeccabile, è un’ora abbondantissima di scontro senza tregua, brutale, esplosivo, trascinato da una colonna sonora roboante, sufficientemente realistico (o credibile, via) nello sviluppo degli scontri, caricato da scontri all’arma bianca di massa molto ben coreografati e coinvolgente come poche cose. A un certo punto, in un momento di pausa dopo che sullo schermo era successo veramente di tutto, ero talmente carico che volevo alzarmi in piedi sui seggiolini del cinema in stile Benigni e mettermi a incitare la folla urlando “Libertà”, mentre mulinellavo una spada tagliando teste come se fossero fiorellini. E c’era ancora mezz’ora buona di battaglia in arrivo. Bene così, insomma.

L’ho visto al festival del cinema coreano qua a Parigi e al momento non mi risulta prevista una distribuzione capillare in giro per il mondo. Detto questo, il film è andato discretamente bene anche nel passaggio “limitato” negli USA, quindi magari non è da escludere che prima o poi si manifesti.

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