Frank

Frank (USA, 2014)
di Lenny Abrahamson
con Domhnall Gleeson, Michael Fassbender, Maggie Gyllenhaal

Il personaggio, più che la storia, attorno a cui ruotano le vice di Frank è vagamente ispirato alla figura di Frank Sidebottom, stella della comicità televisiva britannica a cavallo fra anni Settanta e Ottanta, la cui maschera veniva indossata da Chris Sievey. Ma al di là di qualche spunto, Lenny Abrahamson utilizza l’idea di un uomo (Michael Fassbender) che trascorre tutta la sua vita nascosto dietro un’enorme testa di cartapesta per parlare d’altro. E per provare a farmi innervosire, fregandomi poi a tradimento. Frank, infatti ha un po’ tutte le caratteristiche dell’insopportabile (o adorabile, fate voi) film indie che presenta personaggi matterelli, situazioni matterelle e un mondo tutto un po’ scoppiato, colorato e dalle musiche pure loro matterelle, così, perché sì. La storia viene raccontata attraverso gli occhi (e i tweet) di Domhnall Gleeson, il cui faccione da schiaffi e atteggiamento da sempliciotto fanno il loro dovere per lasciar immedesimare e condurre nel mondo assurdo della band The Soronprfbs, capitanata per l’appunto da Frank. E il film procede a lungo alternando gag, stranezze, esibizioni musicali da fratelli scemi degli Interpol e situazioni che raramente funzionano davvero. Insomma, un mezzo disastro, o forse no.

C’è un aspetto particolarmente azzeccato di Frank, che esplode nella seconda metà e può sembrare magari un po’ forzato, ma me l’ha improvvisamente fatto diventare un film interessante e apprezzabile. Il fatto è che di solito questo genere di personaggi matterelli ci viene dipinto così com’è, punto e basta, prendere o lasciare. E invece Frank fa un passo in più e prende di petto il fatto che, diciamocelo, si tratta di squilibrati, disadattati preda di turbe psichiche. Da un certo punto di vista, il film di Lenny Abrahamson mi è sembrato una versione distorta di Il lato positivo. In entrambi i casi, fra le pieghe della commedia, fa capolino una certa sensazione di disagio, il ritratto di persone che fanno fatica a vivere con loro stesse. La differenza sta nel fatto che il film di David O’ Russell a un certo punto piglia e parte per la tangente della commedia a tutto tondo con finalino catartico, mentre Frank decide invece di levare la maschera (wink wink) ai suoi personaggi e mostrare appieno le insicurezze che cercavano disperatamente di nascondere.

Ecco allora che emergono l’ambiguità, l’egoismo e l’ambizione anche ingenui e sinceri dove forse meno te li saresti aspettati, pronti a travolgere la band e farla a pezzi. Ecco che Frank mostra quel che fino a lì emergeva fra le pieghe e il film sposta l’attenzione dalle riflessioni – banalotte – sulle difficoltà nel bilanciare creatività ed esigenze commerciali, per andare invece a raccontare la figura di una persona afflittà da malattia mentale. E in questo è fondamentale l’interpretazione pazzesca di Michael Fassbender, che lavora esclusivamente di voce e fisico, comunicando tantissimo con semplici gesti del corpo, movimenti delle braccia, improvvise incertezze. La forza della sua interpretazione è totale anche per il modo in cui, col senno di poi, ripensando all’evoluzione nel corso del film, ne cogli i dettagli e la capacità di comunicare, grazie a semplici movimenti, piccoli gesti e variazioni di tono, quanto nascondersi dietro quella maschera possa cambiare la vita di un uomo.

È evidente che una grossa fetta della performance di Fassbender vada a perdersi con il doppiaggio, anche se rimane comunque il gran lavoro fatto sul corpo. Comunque, il film è arrivato al cinema in Italia in questi giorni. Fate un po’ voi.

2 pensieri riguardo “Frank”

  1. Il film ovviamente dove abito io non è arrivato, peccato perché assieme a Clown era quello che mi sarebbe interessato più vedere. Poco male, mi getterò a pesce nei torrenti, così apprezzerò la versione originale 🙂

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