Hwayi: A Monster Boy

Hwayi: Gwimuleul samkin ahyi (Corea del sud, 2013)
di Joon-Hwan Jang
con Yun-seok Kim, Jin-gu Yeo, Jin-woong Jo

Dieci anni dopo il film di culto Save the Green Planet!, Joon-Hwan Jang dirige la sua seconda opera andando in una direzione completamente diversa e inserendosi nella tradizione dei melodrammoni coreani a sfondo criminale. Non che io mi possa definire un esperto di questo presunto filone, però diciamo che i tratti ricorrenti mi sembrano esserci tutti: c’è una discreta dose di violenza, ci sono un paio di solide scene d’azione, con menzione particolare all’inseguimento in macchina verso metà, c’è una dose brutale di melodramma e c’è una durata forse un po’ eccessiva, con una parte finale che si trascina abbastanza oltre il dovuto. Insomma, Hwayi è quel genere di film lì, con quella strepitosa cura per l’immagine lì, quelle fantastiche facce perfette per il melodrammone poliziesco lì e quel tono in costante gironzolare fra la commedia, il poliziesco e il drammone esagerato lì. Vale a dire un qualcosa che puoi sdoganare quanto vuoi ma che comunque, nei suoi momenti più intensi, difficilmente può non risultare almeno un po’ pacchiano all’occhio occidentale.

Ma d’altra parte, appunto, lo sdoganamento è avvenuto, se vai a vederti un film di questo tipo sai bene o male cosa ti aspetta e si presuppone che tutto sommato ti piaccia. Il film, comunque, si apre alla grande, introducendo in maniera fortissima l’attività di una banda criminale dai comportamenti parecchio brutali e che, fra le sue ultime imprese, può vantare il rapimento di un bimbo e l’aver sfregiato un poliziotto lasciandolo con addosso una rogna fuori scala. Si salta poi in avanti di diversi anni: il bimbo in questione è cresciuto assieme a cinque padri dalla dubbia moralità, i suoi genitori biologici sono ancora in vita, c’è un politicante dalle abitudini criminose e il poliziotto di cui sopra non s’è ancora levato di dosso la rogna. Tutti gli elementi finiscono ovviamente per ricollegarsi fra loro in diversi modi, la tragedia fa ciao ciao con la manina da dietro l’angolo e hilarity ensues.

La storia ruota prevalentemente attorno al rapporto del ragazzino protagonista con il mondo attorno a lui, la masnada di “genitori” che si ritrova, le difficoltà nel relazionarsi con la gente della sua età, varie ed eventuali. Solo che le varie ed eventuali finiscono per scatenare una serie di eventi da cui nasceranno sparatorie, spericolati inseguimenti in macchina, brutali risse a base di coltelli e altre sciccherie del genere. E, niente, ne viene fuori un film dalle svolte narrative divertenti, con dell’azione gradevole, un cast molto ben assortito e una discreta capacità di coinvolgere grazie ai temi che racconta. Insomma, funziona, diverte e a tratti perfino appassiona, nonostante gli sviluppi siano abbastanza telefonati e, come detto, a un certo punto la mariomerolata parta un po’ per la tangente. Ma, insomma, è un film coreano, ormai ci siamo abituati. Bene così.

Se IMDB non mente, al momento il film è stato distribuito solo in Corea del Sud e in un altro paio di nazioni asiatiche. Non sembra essere previsto l’arrivo in Occidente, in compenso è in lavorazione un remake, con la compagnia di produzione coreana coinvolta “per garantire la qualità”. Boh. Ad ogni modo, è il primo film che ho visto al festival del cinema coreano in corso in questi giorni qui a Parigi. Cercherò di scrivere di tutti i film, c’è della bella roba.

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