La spia: A Most Wanted Man

A Most Wanted Man (USA/GB/Germania, 2014)
di Anton Corbijn
con Philip Seymour Hoffman, Rachel McAdams, Grigoriy Dobrygin, Robin Wright, Daniel Brühl

È un po’ difficile avvicinarsi a La spia senza avere in testa il fatto che al suo interno si trova l’ultimo ruolo da protagonista di Philip Seymour Hoffman. Come fai? La scomparsa è troppo recente perché osservarlo mentre, come suo solito, scompare in un personaggio e si mangia il film, non ti faccia cogliere da un pizzico di malinconia nei confronti di tutte le sue altre interpretazioni che ci sono ormai negate. E certo contribuisce la natura del personaggio, la sua tendenza all’autodistruzione, lo sconforto con cui si trascina sotto il peso di un fallimento, o forse di un tradimento, nascosto nel proprio passato. Se poi ci aggiungiamo il fatto che tutto il film ruota attorno al suo protagonista e Anton Corbijn, fin dal primo istante, se la gioca affidandosi totalmente a Hoffman, il quadro è completo. Forse La spia, senza quella cosa lì in testa, sarebbe un film diverso, forse lo sarà fra qualche anno, forse non cambia in realtà nulla, ma tant’è, sta lì, è inutile far finta di niente.

Al di là di questo, e di un’interpretazione per altro eccellente, La spia è un caso ormai piuttosto raro di film da grossa distribuzione adulto, solido, ben scritto, diretto e interpretato, che non ti tratta in maniera accondiscendente seppellendoti fra spiegoni, personaggi di compensato e storie d’amore appiccicate con lo sputo. Non ha il fascino e la potenza espressiva di La talpa e, a quanto leggo in giro, è un adattamento non particolarmente coraggioso, per il modo in cui “addomestica” il suo protagonista, di un libro che oltretutto non è già di suo fra i migliori di John le Carré. Ma non lo so, non l’ho letto, posso al massimo fidarmi, certo è che non si esce dalla sala gridando al miracolo, solo moderatamente soddisfatti per aver visto un bel film di spionaggio e colpiti da un finale eccellente, che per altro pure lui contribuisce a quello straziante senso di malinconia.

Immerso fra i palazzi di una Amburgo micidialmente fredda, sporca, opprimente, il film di Anton Corbijn racconta una città che, per quello che è il lavoro dei protagonisti, ha cambiato completamente volto dopo aver ospitato i dirottatori dell’undici settembre 2001. Qui, Gunther Bachmann mette in atto un piano complesso e con la pericolante struttura di un castello di carte, pronto a crollare se appena qualcosa dovesse andare storto, rovinando probabilmente la vita di tutti i coinvolti. E in un film molto efficace nel comunicare la tensione dell’equilibrismo politico, umano e organizzativo di cui è preda il suo protagonista, quel che manca un po’ è forse proprio un senso di umanità, la capacità di dare peso ai personaggi di contorno, anche quelli teoricamente più importanti. Si sprofonda in un freddo mondo di calcoli e pianificazione, nel quale chiunque non sia Bachmann viene messo in secondo piano, e la cosa è ovviamente cercata con forza per restituire la sensazione di spie che trattano gli esseri umani come se fossero file excel da far quadrare, utilizzare per i propri fini e poi gettare nel cestino. Manca però l’altro lato della questione, il lato umano della faccenda, e rimane forse addosso un po’ un senso di occasione sprecata, “solo” un buon film di spionaggio che, se avesse raccontato meglio i file excel in questione, sarebbe potuto essere qualcosa di più.

L’ho visto al cinema, in lingua originale, qua a Parigi, dove è uscito un mesetto fa. Il vocione di Philip Seymour Hoffman che fa il tedesco ansimante è un po’ metà del piacere di guardarselo.

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