L’amore bugiardo – Gone Girl

Gone Girl (USA, 2014)
di David Fincher
con Ben Affleck, Rosamund Pike, Carrie Coon, Tyler Perry, Kim Dickens, Neil Patrick Harris

Scribacchiare e chiacchierare di Gone Girl, oltretutto con in capa la consapevolezza di stare facendolo con due mesi d’anticipo rispetto all’uscita in Italia, è un po’ complicato, perché penso davvero che il modo migliore per goderselo sia il mio: senza aver letto il libro, sapendo solo quel che traspare dai trailer e nulla più. Una donna è sparita, si sospetta che sia stato il marito, varie ed eventuali. Il problema è che è anche difficile scribacchiarne e chiacchierarne senza menzionare quel che poi il film racconta, ma posso comunque provarci, per esempio parlando del fatto che David Fincher, forse, è il miglior regista americano in attività, quantomeno se stiamo parlando di gente in grado di sfornare ogni volta film di questa risonanza mediatica e commerciale (qualsiasi cosa voglia dire). Lo è nel senso più ampio possibile del termine, senza ridurlo – come spesso tendiamo a fare – alla fantomatica figura di colui che s’inventa le inquadrature tutte ganze (e che alla fin fine, in teoria, dovrebbe essere il direttore della fotografia), ma parlando proprio della persona che dirige quell’assurdo circo che è la lavorazione di un film.

Fincher è di una bravura pazzesca nel circondarsi della gente migliore possibile, o magari della più adatta, per ottenere i risultati che cerca. E ne vengono fuori film impressionanti in ogni loro ambito, in cui tutti regalano prestazioni fuori dalla grazia di Dio, spesso tirando magari fuori un qualcosa che neanche sapevano di avere, ma che lui, il nostro caro David, aveva notato. Ecco, Gone Girl è innanzitutto questa cosa qua, un film dalla bellezza accecante nella messa in scena, nella cura per ogni singola immagine, nelle scelte stilistiche, nella pazzesca colonna sonora, nell’interpretazione di attori dei quali, come al solito, Fincher ci fa scoprire doti enormi e magari insospettabili e soprattutto nel modo in cui ogni componente va ad amalgamarsi con tutto il resto, mettendo assieme un film coerente con se stesso, che segue un filo ben preciso nonostante sia di fondo un continuo tripudio di ribaltoni. Perché poi c’è anche quest’altra cosa. A Gone Girl (di nuovo: se ne sai poco o nulla) ti ci avvicini pensando che sia tutto giocato sul mistero di partenza e in effetti trovi esattamente quello. Solo che poi, proprio quando pensi di aver capito dove si stia andando a parare, cambiano completamente le carte in tavola e le direttrici. Succede almeno due o tre volte e il bello è che non si tratta solo di colpi di scena, magari anche prevedibili, di certo almeno in parte suggeriti, ma proprio di totali stravolgimenti nell’atmosfera, nel tono di un racconto che passa dal mistero alla commedia, dal dramma al romanticismo sfrenato e alla brutale inquietudine, centrando ogni aspetto nel miglior modo possibile e tirando fuori centoquarantanove minuti che volano via nel tempo di un respiro, nonostante la narrazione si prenda i suoi bravi tempi e il ritmo sia quel che sia.

Insomma, Gone Girl è soprattutto un film di genere divertente e realizzato in maniera pazzesca da un cast in stato di forma strepitoso. È un thriller capace di risultare sorprendente nell’anno del signore 2014, che già di suo sarebbe un risultato non banale, e di farlo non solo per ciò che racconta ma soprattutto per i modi in cui lo fa e, per dirne un’altra, nella quantità spasmodica di piccole cose, di dettagli, di momenti che paiono buttati lì e che invece vanno a comporre il film e ti restano dentro molto più delle scene madri. Poi, certo, va anche detto che risulta divertente anche grazie a una serie di svolte da campionato mondiale del MACCOSA e che probabilmente ne tireranno fuori un bel video della serie Everything Wrong With, ma insomma, son tutte cose che, in qualche modo, se non le decontestualizzi, risultano perfettamente a loro agio nel film. Ecco, Gone Girl è tutto questo. E poi, sì, potrebbe anche essere un film di genere che, oltre a funzionare in quanto tale, si prende il disturbo di dire due o tre cose. Lo fa in una maniera magari non particolarmente sottile e, anzi, a tratti un po’ impacciata, quando si interroga sulla natura del matrimonio e dei rapporti di coppia a colpi di voce narrante. Lo fa in maniera magari altrettanto poco sottile ma un po’ più efficace quando mette in scena il circo mediatico che va a crearsi attorno al protagonista e, soprattutto, il modo devastante in cui ogni virgola, ogni accento, ogni respiro possono trasformarsi in uno tsunami a seconda del momento, del contesto, della lettura che siamo portati a dare delle cose in quest’epoca tutta superficiale e fatta di sensazionalismi. E lo fa anche nel parlare di finzione e messa in scena, tanto nei rapporti fra le persone, quanto in quelli con i mezzi d’informazione, inevitabilmente anche al cinema. Non sono però convinto che gli interessi particolarmente farlo e, anzi, la verità è che pure questi aspetti, tanto quanto le svolte narrative surreali, mi sembrano cose dall’importanza relativa e di cui può al massimo essere divertente chiacchierare a posteriori. Ma mentre te lo guardi, Gone Girl è soprattutto un paio d’ore abbondanti di David Fincher che ti prende e ti trascina nel suo bellissimo e inquietante mondo. Anche se non so bene cosa voglia dire.

Sono riuscito a non scrivere nulla fino a qui sul titolo italiano, che poi è quello del libro, perché altrimenti sembra che debba sempre menarmela su queste cose. Però posso dire che è proprio bruttarello, dai. Posso anche dire che non ho idee migliori su come tradurlo, ecco.

6 pensieri riguardo “L’amore bugiardo – Gone Girl”

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