Sherlock – Serie 3

Sherlock – Series 3 (UK, 2014)
creato da Mark Gatiss e Steven Moffat
con Benedict Cumberbatch, Martin Freeman

Dopo due anni di pausa, con la gente che si stava facendo esplodere il cervello nel tentativo di inventarsi le teorie più bislacche per spiegare come Sherlock Holmes ed eventualmente anche Jim Moriarty potessero essere sopravvissuti ai rispettivi suicidi, la prima puntata della terza serie di Sherlock non poteva che affrontare l’argomento alla sua maniera. E infatti è tutto un tripudio di modi per girare attorno alla questione, ostentare la maniera tanto intelligentissima e fuori dal comune con cui si è deciso di affrontarla, prendersi in giro ma prendere in giro anche noi, voi e quegli altri. Insomma, è una supercazzola, in cui si spiega tutto senza spiegare nulla, si risolve il gran dubbio a colpi di pernacchie e si fa finta di niente, allontanandosi poi fischiettando. Il risultato è un episodio estremamente furbetto, a modo suo divertente e certo fondamentale per il modo in cui piazza qua e là elementi che vanno a comporre un arco narrativo condotto lungo tutta la terza serie, ma anche, perdonatemi il termine tecnico, una discreta palla al cazzo. Poco male, anche le prime due annate avevano l’episodio debole, in entrambe il secondo. E quello della prima serie, coi cinesi, mamma mia, non ci voglio neanche pensare, al confronto questo qui è un gioiello splendente. Quindi, insomma, OK, ci siamo levati subito di torno l’episodio moscio, andiamo avanti. O forse no.

Il fatto è che questa terza serie di Sherlock è costruita con un bel crescendo che conduce dalla palla di cui sopra allo strepitoso gran finale, e ovviamente l’episodio di mezzo, beh, sta nel mezzo. Di fondo, il primo e il secondo “micro film” di cui è composta l’annata sono interessanti per il modo in cui si concentrano più che altro sul raccontare i personaggi e sullo sviluppare i rapporti fra di loro. Il caso di turno, soprattutto il primo, in una certa misura anche il secondo, diventa quasi un pretesto attorno a cui far ruotare gli eventi e un tassello da incastrare nello scenario più ampio dell’annata, ma il cuore dei due episodi sta altrove. Sta, appunto, nello sviluppo del rapporto fra Holmes, Watson e il resto del cast, sempre più caratterizzato come una famiglia allargata, e nella maniera ancora più spinta in cui gli autori si divertono a mettere in scena un racconto plasmato sulla natura stessa del suo protagonista. Un po’ schizzato, a modo suo vacuo e disinteressato a tutto ciò che lo circonda, estremo nel pasticciare con i riferimenti “esterni” più o meno espliciti, fra appunto tutto il giocare del primo episodio e la stessa scelta degli attori nei successivi, mogli e genitori nella realtà che rivestono gli stessi ruoli anche nella finzione.

Per altro, a proposito di attori, si sottolinea l’ovvio, Cumberbatch, Freeman e compagni mostrano qui un’intesa e una padronanza fuori scala e riescono a far funzionare tutto a meraviglia anche nei momenti in cui il racconto vacilla un po’ verso il nulla. Poi è anche vero che tanto la scelta di realizzare piccoli film da un’ora e venti si rivela controproducente quando, nei momenti peggiori, si finisce per dare una sensazione di brodo allungato e girare in tondo, tanto è invece perfetta quando viene fuori un episodio come quello conclusivo, denso, appassionante, pieno di eventi, capace di stupire con i suoi colpi di scena e di dare un significato concreto all’intera annata per il modo in cui porta a compimento tutti i piccoli e grandi discorsi aperti qua e là. Insomma, ancora una volta, Sherlock dà il meglio quando il word processor sta tutto nelle mani di Steven Moffat. Guarda un po’ il caso. 

Me lo sono visto su Netflix. Viva Netflix. Lo sapevate che ora c’è anche in Francia? Fra l’altro anche quello francese ha la lingua originale. No, dico. Ah! Génial!

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