Tropico del cancro

Tropic of Cancer (Francia, 1934)
di Henry Miller

Il mio rapporto con Henry Miller consiste nel fatto che, lo ammetto, so a malapena chi sia. Ho vaghi ricordi di Henry & June come di quel film con Remo Williams che ogni tanto passavano su Rete 4 e in cui c’era la gente che faceva sesso (e mi sembrano, esclusa magari Rete 4, elementi degni di nota, specie se consideriamo che si parla degli anni della mia adolescenza). Oltre a questo, c’è il fatto che, quando ci siamo sparati il road trip per gli Stati Uniti occidentali qualche anno fa, fra le tappe lungo il meraviglioso Big Sur c’è stata la deliziosa Henry Miller Memorial Library, dove abbiamo pure comprato un bel manifesto che ora sta appeso di là, nella stanza del retrogaming. E basta. Lo scorso ottobre, però, mi sono trasferito qua a Parigi e subito il Marrone mi ha ordinato di leggere Tropico del cancro. Io mi sono fatto un appunto, ho promesso che avrei ubbidito, ho deciso che per qualche motivo un classico del 1934 lo volevo stringere in mano e non mi bastava la versione Kindle e ho quindi proceduto ad ordinare l’edizione riprodotta nell’immagine là sopra.

Certo, poi ci ho messo mesi a tirarlo fuori dallo scaffale e decidere che era il momento di leggerlo e altri mesi per mettermi effettivamente a leggerlo, perché da queste parti funziona così, a caso. Fatto sta che durante le vacanze estive, spaparanzato fra le frasche e i sassi delle spiagge liguri, mi sono letto Tropico del cancro. Anzi, Tropic of Cancer. E? E ci ho trovato un racconto affascinante, seppur scritto in una maniera che magari non è troppo nelle mie corde per… come dire… come potrei definirlo… forse… eccesso di stile? Ad ogni modo, in Tropico del cancro, Henry Miller racconta, romanza, riarrangia e sbatte sulla pagina la sua assurda vita da nomade americano disperso nei meandri della Parigi degli anni Trenta, offrendo un ritratto viscerale di un modo di vivere che non è esattamente quello in cui mi sono ritrovato io andando a stare a Parigi negli anni Dieci.

Fra gli aspetti più affascinanti, oltre alla capacità di raccontare in maniera coinvolgente storie di gente che ti verrebbe voglia di prendere a schiaffi urlando fortissimo “SVEGLIAAA!!!”, ci sono le riflessioni – in larga misura ancora attualissime – gettate lì sulla natura umana e su ciò che governa i rapporti fra le persone, c’è ovviamente il ritratto che viene fatto di un’epoca, o quantomeno di una qualche forma del vivere in quell’epoca, e c’è il linguaggio utilizzato. Il tono e i modi con cui viene descritta ogni cosa lasciano di sasso più che altro perché, di fondo, risultano in larga parte piuttosto moderni e soprattutto caratterizzati da un’assenza di vergogna talmente brutale da risultare straniante ancora oggi. Molti dei termini, dei modi di dire, delle descrizioni che si leggono in questo libro sono considerati parecchio sconvenienti nel 2014 e non riesco a immaginare cosa debba essere stato provare a pubblicare questo libro ottant’anni fa. Posso al limite leggerlo su Wikipedia. Ad ogni modo, dopo magari un avvio un po’ affaticato a causa della scarsa compatibilità stilistica, devo dire di aver trovato un romanzo coinvolgente e che ho finito in un soffio, cosa non sempre scontata coi grandi classici lontani quasi cent’anni. Insomma, bravo Marrone.

Immagino che su internet si trovino articoli ben più interessanti e approfonditi dedicati a questo libro, ma insomma, eh, non volevo mica fare una tesi di laurea, volevo solo scribacchiare il mio post quotidiano dicendo due cose su un libro che ho letto. A posto.

4 pensieri riguardo “Tropico del cancro”

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