La quinta onda

The Fifth Wave (USA, 2013)
di Rick Yancey

Con questa cosa che ultimamente ho preso a leggere libri anche in francese, oltre che in inglese, il quantitativo di romanzi o saggi in lingua italiana che mi passano fra le mani si è mostruosamente ridotto. Capita ancora, eh, anche perché esistono le altre lingue, delle quali non capisco nulla, ma insomma, capita sempre meno. Il che, se vogliamo, potrebbe pure essere un problema: non è che faccia bene smettere quasi completamente di leggere cose scritte nella lingua che uso principalmente per il mio lavoro. Che è scrivere. Del resto, fra i consigli base da dare a chi è tanto pazzo da voler provare a guadagnarsi da vivere con le parole, beh, c’è anche quello: leggere, leggere sempre, leggere di tutto, leggere come se non ci fosse un domani. Comunque, sto divagando prima ancora di aver iniziato, o forse no, ma non importa, tanto qua dentro finisce sempre così. Il succo del discorso, ammesso e non concesso che in questo momento esista un discorso nella mia testa, è che in linea teorica La quinta onda, avrei dovuto leggerlo in lingua originale. Ma la verità è che probabilmente non l’avrei mai letto, in lingua originale. E invece l’ho letto in italiano, perché l’agenzia che si occupava delle PR per il libro (ciao!) me l’ha gentilmente inviato, suppongo nella speranza che ne scrivessi qua sul blog.

E qui si potrebbe aprire tutta una parentesi sul fatto che improvvisamente qualcuno ha deciso di infilare il mio blog nella lista di quelli interessanti per cose del genere. Non so bene cosa significhi. Sono diventato importante? Piaccio? Qualcuno mi considera un opinion leader? Dio, che brutta espressione, “opinion leader”. Probabilmente sarà un caso isolato, magari un glitch nel sistema, anche tenendo conto del fatto che il libro me l’han mandato a luglio e io ne scrivo a settembre. Ma, ehi, i libri non hanno data di scadenza! In tutto questo, per altro, si potrebbe riflettere sul fatto che il 90% (stima sparata completamente a caso) dei post pubblicati su questo blog parla di cinema eppure non mi arriva mai mezzo invito a un’anteprima, una proiezione, un qualcosa. Però posso raccontarmi che va così perché sanno tutti che vivo all’estero e che mi invitano a fare. In più, ci sarebbe anche da dire che se nel post su La quinta onda pubblicato con due mesi di ritardo trascorro oltre duemila caratteri parlando dei fatti miei, beh, mica posso stupirmi se poi la gente non mi invita alle cose e non mi manda le robe. Al di là del fatto che mi leggono in quattro. Uhm.

Beh, OK, dopo aver vinto il campionato mondiale di divagazioni sparate a caso perché non so come iniziare il post, parliamo di La quinta onda. Trattasi di romanzo young adult, e già qui la gente scappa urlando in preda al panico. Le parole “young” e “adult” sono fra i principali babau del geek che non deve chiedere mai. Al confronto, le parole “rom” e “com” vengono liquidate con un sorrisino d’indifferenza. Il problema è che i romanzi e i film young adult commettono il crimine più grosso che si possa compiere nei confronti della cultura geek: la rendono popolare e lo fanno senza rivolgersi ai maschietti adolescenti come target principale. Son bravi tutti (si fa per dire) a portare i supereroi Marvel al cinema senza far incazzare nessuno (si fa per dire), ma trasformare l’horror, l’azione, la fantascienza e [aggiungere a piacere] in cose pensate per le ragazzine beh, è tutt’altra faccenda. Ed è un crimine contro il popolo geek tanto quanto, che so, creare una console Nintendo che punta alle nonne, alle zie e alle donne delle pulizie. Ma, mannaggia, sto divagando ancora. Provo il reset.

Google mi propone questa immagine.

Dunque, La quinta onda racconta di un futuro post-apocalittico in cui l’umanità è stata fatta a pezzetti da un’invasione aliena, che ha attaccato seguendo vie subdole e infamissime, organizzate secondo quelle che i sopravvissuti hanno definito onde. E siamo appunto nel bel mezzo della quinta onda. Non sto a raccontare nello specifico come siano strutturate le onde, perché parte del fascino del libro sta nel modo in cui vengono svelate tramite i flashback della protagonista, ma diciamo che l’idea funziona abbastanza, nonostante il geek scafato non possa che ritenere telefonata la maggior parte dei colpi di scena. Diciamo che, una volta capito come funzionano le cose, gli sviluppi sono abbastanza nella norma. Ma insomma, il racconto rimane comunque scorrevole, piacevolissimo e a modo suo appassionante. Chiaramente, visto il filone d’appartenenza, il ruolo di protagonista tocca a una ragazza adolescente che, ora della fine, si ritrova coinvolta in un triangolo i cui altri due estremi appartengono a “famiglie” opposte, come nella miglior tradizione Montecchi/Capuleti.

Insomma, La quinta onda non fa nulla di particolarmente nuovo o fuori dagli schemi, ma quel che fa lo fa in maniera gradevole e la lettura scorre via che è un piacere. Il modello è sempre quello lì, quello della narrativa che tipicamente si rivolge ai maschietti, filtrata però attraverso uno sguardo di femminuccia, e con protagonisti dei ragazzini che prendono in mano la situazione in un mondo in cui gli adulti variano dall’inutile al dannoso, proponendosi come pericolosi cattivi, buoni incapaci e più che altro morti ammazzati. Il risultato dà colpi a cerchio, botte e pure moglie ubriaca, ma di certo non annoia, non sporca, non fa casino e non disturba. Voglio dire, Il codice Da Vinci ho fatto una fatica bestiale a finirlo, questo qua mi si è praticamente letto da solo. Qualcosa vorrà pur dire. Forse che nel profondo del mio cuore nascondo una ragazzina che non chiede altro che fissare i pettorali di un giovane attore hollywoodiano in 3D e su schermo gigante. Ehm.

Comunque, fondamentalmente La quinta onda è una specie di La strada con gli alieni in versione easy e ha certo il potenziale per dar vita all’ennesima trilogia  cinematografica di successo, per la quale fra l’altro si sono assicurati la nostra amica Hit-Girl. E non si può mica dire di no alla Chloe, dai: andremo a guardarci anche quello. Anzi, quelli. Ah, a proposito, sì, ovviamente questo è il primo volume di una trilogia, e infatti la storia si chiude per modo di dire. Poi, certo, per quanto il tutto sia gradevole, non è che sia esattamente rimasto qui con la bava alla bocca in attesa del secondo romanzo, ma insomma, immagino quello dipenda anche dal mio essere fuori target. Quindi no, non sono una ragazzina che bla bla bla. Credo. Ad ogni modo, il secondo volume, The Infinite Sea, è uscito da qualche giorno negli iuessei. Mh, quasi quasi me lo piglio su Kindle. No, dai. Sì. Non lo so. Comunque non so quando arriverà in versione Italiana. Abbiate pazienza.

L’ho letto a inizio luglio, mentre me ne stavo sdraiato fra le fresche frasche liguri. Nella lettura della versione italiana non m’è parso di notare molto di particolarmente fuori posto, mi sembra una traduzione ben fatta. Al di là del fatto che, quando sei abituato a leggere in inglese, poi noti sempre questa o quella espressione tradotta un po’ come veniva perché non c’era altro modo. Va anche detto che sono passati due mesi, non ricordo nulla e magari invece mentre lo leggevo mi sembrava una traduzione fatta coi piedi. O forse no. Non ricordo. Uffa.

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