The Raid 2

The Raid 2: Berandal (Indonesia, 2013)
di Gareth Evans
con Iko Uwaiss, Arifin Putra, Alex Abbad, Cecep Arif Rahman

Allora, partiamo da quel che non va. O che “non va”, anche, per evitare fraintendimenti sul fatto che questo film è una roba di una bellezza rara. Vogliamo chiamarle cose discutibili? O magari “che potrebbero dar fastidio”? O addirittura “che potrebbero non piacere”? Dai, insomma, ci siamo capiti. Ecco, la base: il progetto Berandal era una roba già ampiamente avviata – nel senso che le riprese erano in corso – quando Gareth Evans e i suoi amichetti indonesiani hanno deciso di metterlo in pausa, pare per sopraggiunta consapevolezza di eccessiva ambizione e fondi insufficienti. E a quel punto, che fai? Ti dedichi a un progetto meno ambizioso – perlomeno dal punto di vista produttivo – e tiri fuori il primo The Raid, che incidentalmente è uno fra i migliori film d’azione (forse) di sempre e senza grossi dubbi può essere identificato come uno fra i più amati e probabilmente influenti degli ultimi anni. A quel punto la questione si fa fumosa, perché Wikipedia ci dice che Evans ha deciso di collegare i due film già mentre scriveva The Raid, ma è difficile non pensare che la cosa sia in realtà avvenuta a posteriori, sull’onda del successo riscosso da quel film e della consapevolezza che realizzare un seguito era la mossa più sensata.

Ora, non è che in tutto questo debbano esserci per forza dei lati negativi, eh, però è un po’ difficile guardare The Raid 2 senza avere in testa la sua genesi ed evitare di pensare che il legame fra i due film e, in generale, un po’ tutto il percorso narrativo del protagonista siano stati appiccicati in corsa e col nastro adesivo. Ed è anche un po’ difficile osservare il nostro amico Yayan Ruhian e chiedersi che cacchio ci faccia lì in mezzo, nel seguito di un film nel quale il suo personaggio è morto malissimo. Specie considerando quanto la sua presenza appaia superflua e molto poco sfruttata sul lato action: in pratica sta lì per fare l’occhiolino ai fan e farti pensare che, beh, il cattivo di turno, se lo prende a schiaffi (certo, barando), dev’essere davvero forte. Si chiama pure Prakoso, che in italiano sembra veramente un nome messo lì alla come capita perché non ti ricordi quello vero. Poi, per carità, in un film del genere non è certo la solidità della componente narrativa l’aspetto più importante, ma in fondo The Raid funzionava anche perché la trama, nella sua essenzialità, non faceva una grinza e coinvolgeva in maniera viscerale. Qua non va esattamente allo stesso modo e, soprattutto, nel momento in cui il caro Gareth – giustamente – prova a dirigere un seguito molto diverso e a dare maggior peso alla narrazione, improvvisamente questo genere di problemi si fa sentire di più.

Perché sì, The Raid 2 – di nuovo: giustamente – sceglie una strada diversa rispetto al primo episodio, non replica il film tutto basato su un singolo pretesto e mette anzi in scena un racconto articolato. Che però è anche un racconto non particolarmente distinguibile dal melodramma criminoso asiatico medio, con tutti i suoi elementi al posto giusto, realizzato in maniera più che dignitosa, e abbondantemente immerso nel già visto. Alla fin fine non va poi così distante dall’essere l’Infernal Affairs di Gareth Evans. Poi, certo, questo significa che è un Infernal Affairs in cui le questioni vengono risolte attraverso scazzottate splendide, lunghe, elaborate, violentissime, brutali come poche e girate in una maniera fuori dalla grazia di Dio, ma del resto la bellezza del film sta anche lì. Di fondo, a Gareth Evans va dato atto che il suo film di gangster all’orientale, pur non offrendo un singolo spunto particolarmente fuori dalla norma del genere, funziona, non disturba e fa il suo dovere (accompagnarci fra un massacro e l’altro) in maniera dignitosa. Magari non lo fa in una maniera riuscita fino in fondo, perché non riesce – o comunque non c’è riuscito con me – a trovare un coinvolgimento emotivo paragonabile a quello dell’uomo disperato, in trappola, del primo film, forse anche perché gli manca un cattivo carismatico come Mad Dog, che si mangiava la scena con due sguardi e che con quel semplice cenno con cui indicava ai suoi due avversari di allargarsi per tirar meglio gli schiaffi, beh, avviava un qualcosa di davvero travolgente. Riguardiamolo assieme.

Ecco, questa cosa qua sopra, al termine di un film pazzesco che ci aveva portati fino a lì, in The Raid 2 manca forse un po’, per quanto il combattimento finale sia una roba fuori dal mondo e probabilmente superiore a questa. Ma meno trascinante. E mi rendo conto che sto parlando di coinvolgimento personale e sto addirittura per azzardare che sia in parte una questione di cambio alla direzione della colonna sonora, ma che volete che vi dica? The Raid è un’esperienza talmente mistica da riuscire a farmi rimpiangere un po’ le musiche di Mike Shinoda. Roba da pazzi. Ad ogni modo, sarebbe anche ora di finirla con le premesse e mi limito solo ad aggiungere un’altra faccenda: The Raid 2 è ambientato in un mondo in cui tutti ragionano come Mad Dog. Un mondo, quindi, in cui le pistole sono roba da sfigati e che è lecito utilizzare solo ed esclusivamente quando è fico farlo. E lo stesso vale in generale per l’utilizzo delle armi: spade, mazze da baseball, lame di vario tipo e bocche da fuoco vengono estratte solo nei casi in cui è scenicamente appropriato farlo, o magari necessario perché si deve mandare un certo tipo di messaggio (e, proprio per questo, estrai il machete e poi neanche lo usi). Il resto del tempo viene trascorso pestandosi brutalmente, in situazioni in cui basterebbe una pistola per risolvere tutto senza problemi, e lo si fa anche a costo della propria vita.

Questa cosa diventa evidente dopo le prime due scene d’azione, in cui l’utilizzo delle armi ha un senso, e alla fine farci caso o meno è, di nuovo, una questione di sensibilità personale. A me non ha dato particolarmente fastidio: funziona così e ne prendo atto. Di certo, la presenza dei due cretini che vanno in giro armati di mazza da baseball e martelli è figlia dell’estremizzazione di questo spunto di partenza e, di nuovo, può piacere o meno ma l’impressione mia è che, pur nella coerenza del mondo pazzo in cui è ambientato il film, risultino due elementi schizzati e abbastanza fuori posto. Dopodiché, una volta che entrano in azione, hanno dalla loro argomenti difficili da contestare, soprattutto nel modo meraviglioso con cui ostentano spocchia durante le brutali esecuzioni, ma per esempio il loro confronto finale è piuttosto limpido nel mettere in luce due problemi. Da un lato, Miss Martelli è palesemente a disagio contro un atleta che viaggia al doppio della velocità e deve tenere tirato il freno a mano per non farle fare brutta figura. Dall’altro, l’esplosione di rabbia di Mister Mazza funziona talmente bene da far risaltare il fatto che stiamo seguendo da quasi due ore le vicende di un uomo preda di un melodrammatico desiderio di vendetta talmente appiccicato con lo sputo che quasi si finisce per dimenticarsene.

E alla fin fine la “stranezza” narrativa di questo film sta un po’ tutta lì: due ore a raccontare vicende contorte su famiglie criminali per poi mettere tutta l’azione in mano a personaggi secondari. La cosa, se vogliamo, è anche interessante, ma il risultato è che quando vedi quel primo – tesissimo – confronto veloce fra Iko e Cecep, quando queste figure di contorno rubano il palcoscenico appena c’è da menare, ne noti il carisma e ti chiedi se non sarebbe stato più interessante un film che parlava di loro. Forse no, per carità, ma insomma, alla fin fine, sbaglierò, credo che se il primo The Raid era riuscito a trascinarmi maggiormente sul piano emotivo c’entrava molto il suo raccontare la storia di chi combatteva e non di chi ordinava ad altri di combattere.

Ma vediamo se riesco ad andare al dunque. Prima parlavo delle due scene d’azione iniziali. Ecco, The Raid 2 è un film che dopo venti minuti o giù di lì ti ha già messo davanti a due fra le scene di CAZZOTTI FORTISSIMI più belle che vedrai nella tua vita. Quella prima rissa al cesso che ho comodamente riportato qua sopra è qualcosa di pazzesco, con cui Gareth Evans ribadisce il suo essere in grado di muoversi nello stretto come nemmeno Maradona e chiarisce subito che anche se magari seguirai una storia già vista mille volte, quella storia servirà a mostrati le MAZZATE FORTISSIME come forse non le hai viste mai. La rissa in prigione, poi, oltre ad essere qualcosa di pazzesco per visceralità e complessità, apre le porte al tentativo, da parte di Evans, di mostrare maggior ambizione sul piano registico e della composizione della scena. Ambizione che si manifesta in entrambe le direzioni.

Da un lato, le scene di raccordo hanno la solidità di un film che ambisce ad essere qualcosa in più che una semplice sequela di gente che muore male e sono immerse in trovate estetiche magari non delle più originali, ma realizzate con grande padronanza e, sostanzialmente, proprio belle. Dall’altro, l’azione si allarga in territori ben lontani da quelli del condominio da cui tutto è partito e regala per esempio un inseguimento in auto allucinante, in cui la macchina da presa se ne va in giro come se niente fosse da un veicolo all’altro, uscendo di qua e rientrando di là, mentre la gente si pesta come se non ci fosse un domani arrotolandosi fra le cinture di sicurezza e tu torni a chiederti quanta manovalanza abbia perso la vita durante la lavorazione di questo film incredibile. E insomma, si può discutere quanto si vuole di ciò che sta fra una scena d’azione e l’altra ma, parliamoci chiaro, The Raid 2 te lo guardi per un motivo ben preciso e in quel senso, beh, mamma mia.

Perché The Raid 2, sì, è senza dubbio il seguito giustamente molto diverso che Evans aveva il dovere di provare a realizzare ed è un film a cui i punti deboli non mancano, a prescindere poi da quanto li si possa patire in base alla propria sensibilità personale. Ma è anche una raccolta delle scene d’azione più frenetiche, brutali, viscerali, violente e furiose che si siano mai viste. È una roba che parte, ti prende e ti sbatacchia senza pietà, per mano di un regista che ha dalla sua clamorosa padronanza della macchina da presa, inventiva a pacchi, voglia di stupire, scarso interesse nel tirare il freno a mano, ambizione e capacità di mettere in scena l’azione in maniera coerente, efficace e visivamente certo non banale. Racconta la violenza come non saprei dire chi altro oggi e lo fa affidandosi a gente che si agita su schermo in maniera pazzesca, sfuggendo dall’idea del circo e inseguendo quella dei cazzotti che fanno male. Insomma, il punto che bisogna far passare e che spero di riuscire a comunicare, anche se come mio solito ho finito per avvoltolarmi un po’ su me stesso, è che in questi giorni The Raid 2 arriva in Italia, purtroppo direttamente sul mercato dell’home video, e voi dovete andare a comprarlo. Capito? È un ordine.

Io l’ho visto al cinema qualche settimana fa, qua a Parigi, in lingua originale coi sottotitoli in francese. E, beh, questa roba qua, vista sul grande schermo, fa un certo effetto, bisogna dirlo. Ma insomma, il primo episodio l’ho visto in Blu-ray e non è che non sia stato dall’inizio alla fine con la bocca spalancata. Dai, forza, procedete.

2 pensieri riguardo “The Raid 2”

  1. Premesso che mi è piaciuto e che lo comprerò, c'è troppa trama.
    Fosse almeno interessante… Mi chiedo se c'era bisogno di prendersi 2 ore e mezza per raccontare la solita solfa trita e ritrita di yakuza e doppiogiochisti del caso. Tolte le scene di menare (che effettivamente sono fenomenali), tutta la prima ora abbondante di film l'ho trovata abbastanza noiosa.

    Poi arrivano i botti di capodanno di sangue, però un pò di fastidio resta… Potevano esserci decisamente meno chiacchiere in mezzo.

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  2. Guarda, il problema secondo me non è che c'è troppa trama, ma che appunto è molto ordinaria, con pochi guizzi e anzi, anche un po' impacciata nel giustificare il suo essere seguito di The Raid. Però io non l'ho trovata noiosa/fastidiosa, mi è passata tranquillamente via, ma certo capisco il tuo punto di vista e non è che mi avrebbe fatto schifo qualcosa di più interessante su questo fronte.

    Detto questo, sono anche dell'idea che il seguito-fotocopia (Questa volta sono chiusi dentro un bunker!) avrebbe avuto poco senso e che sia stato giusto provare a fare qualcosa di diverso.

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