Tutto può cambiare

Begin Again (2014)
di John Carney
con Keira Knightley, Mark Ruffalo, Adam Levine, Catherine Keener, James Corden, Hailee Steinfeld

Quasi dieci anni dopo essersi svelato al mondo con Once, John Carney torna sul luogo del delitto e racconta la storia di due persone in stato di grossa crisi che si trovano grazie alla passione per la musica. Da una parte c’è Keira Knightley, abbandonata dal fidanzato (Adam Levine dei Maroon 5, nientemeno) che si è lasciato sedurre dalle luci della fama appena conquistata, dall’altra Mark Ruffalo, produttore musicale un tempo grande e oggi ridotto a ombra di se stesso dalle sfighe della vita. Nei dieci minuti iniziali di film il desiderio è che Ruffalo finisca sotto la prima macchina di passaggio, ma in fondo la bravura di Carney, oltre che dell’attore, sta anche nel prendere un personaggio presentato come intollerabile disastro umano e trasformarlo pian piano in qualcuno al quale possa avere senso appassionarsi. Assieme a lui c’è una Keira Knightley pericolosamente in bilico sul confine che separa un personaggio tridimensionale e interessante dall’incubo Manic Pixie Dream Girl, ma tutto sommato il personaggio è ben scritto e ha un suo percorso che funziona.

Il film ruota in larga parte attorno alla musica, con fra l’altro tutte le canzoni eseguite da Levine (e vabbé, ci mancherebbe) e da una Knightley sorprendentemente adatta per lo stile pseudo-indie della cantautrice che interpreta. L’anima musicale della storia è una sua componente fondamentale, legata in maniera indissolubile alle vite dei personaggi, ed emerge non solo nello sviluppo del racconto, ma in alcune scene chiave molto ben costruite dal bravo Carney. Però il film non scivola mai nell’esercizio di stile e anzi tiene sempre al centro lo sviluppo dei due protagonisti e di un rapporto costantemente sull’orlo di diventare qualcos’altro ma che – incredibile ammisci! – prima del finale trova il modo di sorprendere con qualche svolta non banale e di non rinchiudersi più di tanto nei soliti cliché da commedia americana.

Intendiamoci, ci sono alcune cose che non possono mancare, dalla protagonista che gironzola in bicicletta sorridendo con lo sguardo rivolto verso un futuro migliore, all’amico scemo ed esuberante di cui proprio non si può fare a meno, ma nel complesso si percepisce lo sforzo di non incasellarsi nelle solite formule e il risultato è una commedia romantica intelligente, divertente, con alcuni momenti di reale tenerezza, personaggi di contorno che fanno il loro dovere senza scivolare nello status di cartonati e un paio di protagonisti credibili e ben tratteggiati. Poi, certo, Mark Ruffalo, per quanto bravo, sostanzialmente interpreta il ruolo del solito Mark Ruffalo, ma nel complesso funziona tutto molto bene e, di nuovo, ci sono due o tre passaggi in cui Carney si lascia totalmente andare alla passione per la musica che da soli valgono la visione.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale, con tutto il carico di accento britannico della Knightley. L’uscita in Italia è prevista per il 16 ottobre.

Lo spam della domenica mattina: Cofana estiva

OK, sono rientrato dall’Italia, ho più o meno ripreso i miei soliti ritmi – che fra una settimana immagino si interromperanno di nuovo causa trasferta a Colonia – e adesso faccio un bel riassuntone delle mie robe apparse in giro durante il mese di luglio. Su IGN, abbiamo un articolo sulla creazione del primo Crazy Taxi, la videointervista per Dragon Ball Xenoverse, un contributo al terzo episodio di Indiegram, l’intervista a Kenji Kanno (creatore di Crazy Taxi), la videointervista a Hiroshi Matsuyama, come al solito vestito da Naruto e il Rewind Theater dedicato al trailer di Mad Max: Fury Road. Su Outcast, invece, sono spuntati il trentanovesimo episodio del Podcast del Tentacolo Viola, gli Old! dedicati a luglio 1984, luglio 1994, luglio 2004 e agosto 1974, poi gli episodi numero 78, 79 e 80 di Videopep, la recensione di Always Sometimes Monsters, il Librodrome sui fumetti di The Witcher, l’eXistenZ su Video Games: The Movie e il The Walking Podcast dedicato al trailer di The Walking Dead dal San Diego Comic-Con 2014.

E credo sia tutto. Ah, dovremmo/vorremmo registrare un altro paio di podcast zombi. Vediamo.

La robbaccia del sabato mattina: Mh… boh?

Dunque, come faccio a mettere assieme un post con tutte le minchiate che sono saltate fuori in un mese, con oltretutto l’aggravante che una settimana fa c’è stata pure l’esplosione brutale del San Diego Comic-Con? Facile: non lo faccio. E mi limito a mettere cose in fila a caso, tanto per. Tipo, per esempio, c’è questa cosa meravigliosa, un modello matematico di come funzionerebbe l’esplosione di un’epidemia di zombi. Poi c’è la Batmobile nolaniana in versione Lego che, lo ammetto, mi fa una discreta voglia (starebbe molto bene qua dietro di fianco alla DeLorean).

Il trailer di Predestination, con Ethan Hawke e i viaggi nel tempo. Per qualche motivo temo cacatona, però sulla carta sembra intrigante. Boh, vediamo. Fra l’altro, IMDB mi dice che è uscito in Vietnam. Wut?

Questo, invece, è un cortometraggio promozionale per Assassin’s Creed Unity diretto da Rob Zombie e disegnato da Tony Moore. E infatti c’è del sangue. E a proposito di sangue, è stata più o meno annunciata una serie TV di Evil Dead con Bruce Cambpell. Possiamo gioire? Con timore e moderazione. E per oggi la chiudo qua. I trailer del San Diego Comic-Con sono troppi e non ho voglia, mi limito a linkare qualche foto ganza di Mad Max: Fury Road.

Su, dai, fa caldo.

Babadook

The Babadook (Australia, 2014)
di Jennifer Kent
con Essie Davis, Noah Wiseman

Così come tanti altri film horror degli ultimi anni, The Babadook nasce sotto forma di cortometraggio, che viene notato da qualche produttore, il quale decide di mettere sul piatto il grano necessario al regista per tirarne fuori un film vero e proprio. La differenza rispetto a tante altre storie simili recenti, se proprio vogliamo trovarla, sta nel fatto che Jennifer Kent è, ovviamente, una donna, e non è che di registi horror (o registi punto e basta) del gentil sesso se ne vedano poi molti. Poi ci sarebbe da dire che il tutto viene dall’Australia e che Jennifer ha alle spalle vent’anni di carriera come attrice di secondo piano, fra cinema e TV, ma nonostante questo non s’è piazzata nel suo film d’esordio e ha preferito restarsene dietro alla macchina da presa. Ad ogni modo, questo qua sotto è il cortometraggio originale, ma occhio: il finale è molto, molto, molto simile a quello del film, quindi, di fondo, spoiler.

Fra l’altro, mentre guardavo Monster, subito dopo averlo piazzato qua sopra, m’è venuto in mente che l’avevo già visto (ma per fortuna non ricordavo il finale), per la precisione tre anni fa, nel DVD dei cortometraggi del Fantasy Filmfest di Monaco. All’epoca, l’avevo descritto come “una deliziosa figata australiana, fatta con due soldi, che gioca sul grande classico “peluche che ti fa cacare sotto”.”. Ecco, a riguardarlo oggi, con in testa il film che ne è venuto fuori, mi fa un’impressione molto più pezzente, un po’ per la recitazione, un po’ per le apparizioni random di fantasmi pallidi coi capelli unti, ma insomma, è anche normale, è un cortometraggio, va contestualizzato. E la soluzione finale rimane deliziosa. Detto questo, The Babadook da Monster recupera più che altro alcuni spunti – la mamma single un po’ sfiatata da un figlio esagitato, il bimbo che vuole proteggerla dal babau, gli elementi di normalità tipo il cucinare e lavar piatti resi inquietanti, gli insetti, il design del mostro che inquieta perché sostanzialmente piglia qualcosa di buffo e lo sposta verso lo spaventoso – ma insegue e trova anche altre direzioni, pur convergendo poi, come detto, verso una soluzione simile.

Sostanzialmente, The Babadook prende una situazione abbastanza classica, col babau, il bambino che “capisce”, la mamma che non ci crede, le manifestazioni sempre più invadenti, le incomprensioni e poi il gran casino finale, ma ci costruisce sopra un film che, pur non rinunciando a uno svolgimento classico, riesce a usare stereotipi e svolte apparentemente prevedibili in maniera un po’ diversa dal solito. A un certo punto la cosa diversa forse anche un po’ troppo insistita, quando Kent, che il film se l’è anche sceneggiato, continua a introdurre tutti i classici personaggi che c’hanno scritto “morto” in fronte e poi non ne ammazza manco uno, ma nel complesso la cosa funziona, magari anche perché un po’ destabilizzante. Più in generale, The Babadook è un film di quelli che “Vabbé, in pratica non succede nulla dall’inizio alla fine”, e quindi va anche un po’ a gusti. Di certo, Jennifer Kent fa bene il suo lavoro, riesce a inquietare saltellando fra trovate classiche e altre più ricercate e suggestive, devia il racconto verso situazioni non necessariamente banali e riesce tra l’altro anche a trovare il tempo di chiacchierare di morte, solitudine, perdita e difficoltà assortite nell’essere madre.

Insomma, The Babadook ha magari qualche sbavatura, ma è un gran bel film ed è inquietante nella maniera giusta, senza abusare di spaventi a caso. Ha due protagonisti che funzionano, rendendo credibili personaggi non necessariamente facili e riuscendo ad evitare la trappola dell’insopportabilità a tutto tondo. Jennifer Kent gioca bene sul classico dubbio “starà accadendo davvero o sono matti loro due?”, rinuncia quasi del tutto ai soliti temi musicali facili in favore di un ottimo uso del suono e si fa voler tanto bene anche per la scelta di puntare su pupazzi e stop motion nei pochi momenti in cui c’è bisogno degli effetti speciali. E poi c’è quel finale, surreale, assurdo, sopra le righe, che mi ha un po’ fatto venire in mente Shaun of the Dead e chiude la faccenda con una risatina che lascia addosso un forte senso di disagio.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale, con tutti i suoi begli accenti australiani. Non ho notizie di eventuali distribuzioni italiane, ma magari finisce nel vortice dell’home video.