I mercenari 3

The Expendables 3 (USA, 2014)
di Patrick Hughes
con Sylvester Stallone e chiunque altro sia riuscito a raccattare in giro

La serie di The Expendables non può e non vuole sfuggire dal semplice fatto di essere un agglomerato di attori più o meno famosi, più o meno decrepiti, messi assieme un po’ alla come capita per accalappiare noi pirletta che corriamo attirati dai nomi. È dichiaratamente questo, non l’ha mai negato, e del resto stiamo parlando di film la cui produzione praticamente effettua il casting tramite l’account Twitter di Sylvester Stallone, che poi modifica le sceneggiature in corsa a seconda di come si sveglia la mattina e cercando di far quadrare in qualche modo gli altri impegni di tutti i coinvolti, mentre si prova pure ad accontentarli il più possibile sui rispettivi minutaggi. Insomma, si fa quel che si può e, in quest’ottica, non dico non si potesse fare meglio, ma i risultati sono tutto sommato quasi da lodare. Io, poi, mi sono divertito con tutti e tre gli episodi, seppur in maniere molto diverse, quindi certo non mi lamento, anche se mi chiedo quanto ancora ci sia da dire al riguardo.

Rimane il fatto che fin dal primo film Stallone si è divertito a giocare sull’aderenza fra attori e personaggi, a pasticciare scambiando i ruoli e, se vogliamo anche inevitabilmente, a puntare tutto sul raccontare tanto di attori quanto di mercenari appartenenti a un’epoca lontana, forse finita. Se col primo episodio l’ha buttata – al di là di qualche gag – sull’estremamente serio e malinconico, col successivo ha sbracato nella direzione opposta, tirando fuori un tale frullato di citazioni, omaggi e vecchietti che si tiravano le gomitatine che si è praticamente arrivati alla parodia. The Expendables 3 rappresenta una marcia indietro che prova a centrare il giusto equilibrio fra le due anime della serie, ritrovando la voglia di prendere sul serio se stesso e l’azione messa in scena, ma senza dimenticarsi per un attimo di tutto il resto.

 Son ragazzi, si divertono.

E il risultato è un film d’azione vero e proprio, che si apre nel modo giusto, regala un altro paio di momenti action lungo il percorso e poi si chiude con quaranta minuti (o giù di lì) di delirio esplosivo, divertente e trascinante, nei quali praticamente tutti riescono a trovar qualcosa da fare, anche se in diversi ne escono sacrificati. E fa tutto questo senza rinunciare ai furbetti che si strizzano l’occhio, con l’intera scena d’apertura dedicata a far evadere di prigione e tornare in azione Wesley Snipes, Schwarzenegger che spara un paio delle sue battute storiche e urla “CHOPPA!” due o tre volte, attori che si scambiano frasi dai rispettivi film, Harrison Ford che guarda Jet Li e vede Shorty, frecciatine a Bruce Willis come se piovessero, Antonio Banderas che fa il desperado e Mel Gibson che oscilla fra Max Rockatansky e Martin Riggs. La cosa però non esce (quasi) mai dal seminato e trova una sua dimensione all’interno di quello che comunque prova ad essere un film e non una raccolta di sketch dei vecchietti che fanno i fenomeni da baraccone.

Il problema, semmai, è che come film non è proprio riuscito fino in fondo. L’apertura è col botto, infila due belle scene d’azione una dietro l’altra e riporta in campo Snipes attraverso un personaggio presentato in maniera intrigante, solo che poi si va a parare da tutt’altra parte. Il blocco centrale del film è dedicato alle quattro nuove leve, delle quali due sono poco più che cartonati e uno fa LOL di cognome e ci viene spinto a forza in gola come erede di Sly nonostante non faccia nulla che sia degno di nota. Si salva, per fortuna, Ronda Rousey, non tanto perché il suo personaggio abbia qualcosa da dire, quanto perché irrompe nel film come un carro armato e si avventa su qualsiasi cosa le passi davanti più o meno con la stessa delicatezza mostrata da Steve Austin nel primo episodio. Una creatura impressionante, le cui braccia possono contenere quelle di quasi tutti gli attori maschi del cast e la cui essenza può essere riassunta nel fatto che il suo viso risulta molto più gradevole e delicato quando è impegnata a fracassare le teste delle povere controfigure, rispetto a quando tenta maldestramente di sorridere e si trasforma nell’urlo di Munch.

“Mgghhrrr! Nggghjhrrhr! Fsssghggrhhgmhmpf!”

Tutto il film ruota attorno all’idea del passaggio di consegne, dei vecchi rincoglioniti che lasciano il testimone alle nuove leve, ed è difficile non vedere anche in questo un po’ di pipponi “meta” da parte di Stallone, al punto che – magari esagero – mi viene da pensare che perfino la scelta di andare per un rating PG-13 vi si ricolleghi. In fondo, i film sanguinari erano quelli che venivano girati dai vecchietti venti e trent’anni fa, l’azione d’oggi è quella in cui muoiono comunque centinaia di persone, ma non si vede una goccia di sangue e non puoi osare più di un fuck. Il problema è che questa scelta, che pure dal punto di vista tematico ci starebbe, mette un po’ troppo a lungo al centro dell’azione personaggi noiosi e finisce per ammazzare abbastanza il ritmo del film nella sua parte centrale, mentre si attende stancamente che vada tutto a rotoli e cominci il casino vero. Le scenette con cui vengono introdotti i nuovi eroi dovrebbero essere accattivanti ma fanno pietà, il loro momento action è incolore e l’unico dei nuovi ad avere un senso finisce per essere il personaggio di Antonio Banderas, a modo suo interessante e accattivante, oltre che unico dotato di un arco narrativo degno di questo nome.

Ora, magari Stallone ha volutamente proposto quattro giovani cartonati e un vecchio interessante per fare il polemico, ma il risultato è che comunque il film diventa un lento trascinarsi in attesa dei fuochi d’artificio finali, che pure ci sono e non deludono. Il paradosso sta nel fatto che, di fondo, lo spazio ai ragazzini bisognava darlo per forza, vista la loro importanza per quel che il film vuole raccontare. Certo, lo si poteva fare meglio. Il problema, invece, sta nel fatto che il cast “anziano” finisce per essere messo largamente in disparte, con Couture e Lundgren che fanno poco o nulla, Snipes che svanisce dopo un buon inizio e Statham che fa i suoi soliti duetti con Sly ma poi fa veramente poco sul campo. Schwarzy e Ford, perlomeno, sfruttano al massimo il poco spazio a disposizione, ma in compenso Jet Li è talmente di passaggio che non tira neanche un calcio o uno schiaffo. Inoltre, un Mel Gibson in formissima ha a disposizione praticamente tre scene in croce e, per quanto riesca tranquillamente a non sprecarle, finisce per essere se possibile sfruttato ancora meno di Van Damme nel secondo film. Aggiungiamoci che là dove Eric Roberts aveva dalla sua Steve Austin e Gary Daniels, là dove Van Damme si portava dietro Scott Adkins, qui Mel Gibson ha a disposizione un esercito di anonimi soldati.

Insomma, il limite di questo terzo The Expendables è che non riesce a scrollarsi di dosso fino in fondo i problemi figli della sua stessa natura, ma d’altra parte è forse impossibile riuscirci. Di buono ha che comunque si apre col botto e tutta la parte conclusiva è uno spettacolo, molto ben coreografato e messo in scena, in cui esplode qualsiasi cosa e più o meno tutti riescono a dire la loro. Fra questo, il tono nostalgico e malinconico, la valanga di piccoli omaggi e citazioni infilate con un po’ più gusto dell’ultima volta, il sorprendentemente ottimo Banderas, i (pochi) minuti in cui Snipes e Gibson riescono a farsi valere, un paio di gag azzeccate e Harrison Ford che interpreta la versione più stronza dei personaggi che l’hanno reso famoso, di sicuro c’è da divertirsi e io mi sono divertito. E certamente chi ha odiato il tono cretino del secondo film apprezzerà il cambio di rotta. Però c’è un problema: questa serie di film nasce con l’idea di mostrarmi tutti assieme in scena gli eroi degli anni Ottanta e Novanta (più qualche aggiunta moderna) che fanno esplodere cose. La scena d’azione finale del primo film lo ha fatto tutto sommato bene. La parte finale del secondo film, con tutti i limiti che ha quel secondo film, lo ha fatto in una maniera roboante, mettendo in fila Sly, Arnie e Bruce che sparavano fuoco e fiamme nello stesso fotogramma, Chuck Norris che spuntava da tutte le parti, Stallone e Van Damme che si menavano fortissimo, Statham e Adkins che pure se le davano di santa ragione e qualche altra varia ed eventuale. Nei minuti iniziali del film c’erano perfino due piroette di Jet Li. E qui? E qui c’è una scena d’azione lunga, divertente, spettacolare, che si conclude con una scazzottata fra Rambo e Riggs, per poi lasciar spazio a uno Stallone che scappa da un intero condominio che si sbriciola ma, non so, c’è anche tanto minutaggio per tre sfigati, mentre gente tipo Dolph finisce a fare da sfondo e Statham e Snipes ammazzano fantasmi in uniforme. Insomma, capisco perché molti considerino The Expendables 3 il film più riuscito ed equilibrato della serie e, nonostante l’ammorbamento testicolare del blocco centrale, posso pure concordare, ma è anche quello in cui la premessa mi è parsa sviluppata con meno convinzione e in maniera meno azzeccata. O magari è solo perché alla terza volta il giocattolo non mi rapisce più allo stesso modo. Vai a sapere.

Per non dimenticare.
L’ho visto al cinema, qua a Parigi, su uno schermo grosso (ma forse non grosso) e in lingua originale, anche perché è sempre bellissimo gustarsi in lingua originale film pieni di attori che fanno fatica ad esprimersi in un inglese coerente nonostante solo alcuni di loro abbiano la scusa di non essere nati in America. In Italia arriva fra un paio di settimane, ma tanto lo so che voi l’avete già visto in quell’altra maniera lì. Cattivi!

Le ferie estive a fumetti di giopep

Ad appena un mese di distanza – che vuoi che sia – da quando sono effettivamente tornato dalle ferie, ecco qua un po’ di chiacchiera veloce sui fumetti che ho letto mentre ci stavo, in ferie. Nulla di clamoroso, poca roba, giusto per pubblicar qualcosa in questa bizzarra giornata di metà settimana del rientro a casa.

Nine #1 ***
Uno fra i primi manga di Mitsuru Adachi, forse il primo sufficientemente di successo perché mi risulti noto senza dover andare a cercare su Wikipedia, arriva in Italia per mano di Flashbook, che continua a palleggiarsi le opere del caro Adachi con Star Comics. A giudicare da questo primo volume, non mi sento di dire che sia esattamente un’opera imprescindibile e di certo si vedono tanti limiti d’immaturità, nel tratto e non solo. Però, insomma, come recupero archeologico, per me che ad Adachi voglio ancora tanto bene, è sfizioso.

Worst #33 ****
Worst, col passare del tempo e dei volumetti, è un po’ scivolato in quel reame dei manga che vanno avanti troppo a lungo e finiscono per esaurire la carica iniziale. Ma tutto sommato si è fermato prima di spaccarmi davvero i maroni, anche se ci mancava proprio poco. Il paradosso sta nel fatto che la storia sembra comunque lasciata un po’ lì appesa, senza una vera conclusione e con alcuni personaggi che non hanno dato tutto quel che potevano dare. Per altro magari è stato interrotto per ragioni “esterne” al racconto e io non ne so nulla, anche perché Wikipedia non mi aiuta. Sia quel che sia, è stato comunque gradevole leggerlo tutto.

Concrete #4: “Un sorriso che uccide” ****
Sembra un po’ assurdo leggere sul retro di copertina “la storia che in America ha riacceso l’interesse nei confronti della serie”, vuoi perché equivale praticamente a dire che stai pubblicando un fumetto che non si cagava più nessuno, vuoi perché, oh, il volume precedente era Fragile creatura, mica roba da niente. Fatto sta che questa è la storia che in America ha riacceso l’interesse nei confronti della serie e non è che la cosa mi stupisca, dato che si tratta di un gran bel racconto, con un po’ tutto quel che rende così interessante Concrete e, per sicurezza, anche qualcosa di nuovo.

Orfani #4/10 ***/****
I primi tre numeri di Orfani mi avevano dato un’impressione di crescita costante, ma poi mi sono dovuto fermare perché m’ero perso per strada il quarto. Finalmente l’ho recuperato e mi sono letto sei volumetti in fila, ritrovando una serie interessante, divertente, molto ben confezionata e in grado di raccontare cose risapute in maniera a modo suo nuova – specie nel contesto del fumetto popolare italiano – e con qualche idea mica male. Qua e là continuo a far fatica coi dialoghi di Recchioni, ma è un problema più mio che suo, temo.

Trouble is my Business #1 ****
Scritto da Natsuo Sekikawa e disegnato da Jiro Taniguchi, Trouble is my Business è, perlomeno in questo primo volume, una roba strana, un noir malinconico e iper drammatico percorso da quel classico gusto per l’umorismo assurdo che i giapponesi infilano sempre dappertutto. C’è qualcosa che rende storie del genere forse un po’ troppo distanti dal nostro (o dal mio?) gusto per apprezzarle fino in fondo, ma rimane comunque una gran bella lettura.

Long Wei #11/12 ***
Questo lo metto qui perché siamo alla fine della serie, ma potrei tranquillamente sbatterlo là in fondo, perché onestamente non ho molto da aggiungere a quanto scrissi del primo numero: Long Wei s’è mantenuto divertente, gradevole, solido e a tratti perfino sorprendente dall’inizio alla fine. Pizze in faccia erano state promesse, pizze in faccia sono state consegnate.

Powers – Bureau #1: “Undercover” ****
Inizia il nuovo corso di Powers e si riparte da dove ci si era fermati, ma forse non si riesce a trovare quella nuova carica che ci si aspetterebbe da un rilancio. Detto questo, dal punto di vista visivo Powers è e rimane uno spettacolo e le storie sono comunque sempre intriganti, vuoi per l’ambientazione, vuoi perché ormai sono affezionato ai personaggi, vuoi perché la catastrofe del precedente volume è un punto gustoso da cui ripartire. Insomma, io continuo ad apprezzare, anche se spulciando in giro vedo che in molti si sono stufati, e sono fra l’altro parecchio curioso di vedere cosa combineranno con la serie TV (anzi, la serie console).

Quelli che ne ho scritto o parlato altrove e quindi metto il link ad altrove
The Witcher – House of Glass ****
Ne ho scritto su Outcast. In effetti l’ho comprato e letto solo allo scopo di scriverne su Outcast. Però non me ne sono pentito, ha un che di “mignoliano” affascinante.

The Walking Dead #21: “All Out War II” *****
Qua sto barando, perché in realtà non ne ho ancora scritto o parlato altrove. Ma è colpa di Nabacchiodorozor che non ha fatto i compiti. Comunque, le cinque stelline testimoniano il mio indice di gradimento.

Quelli che ho scritto in altre occasioni dei numeri precedenti e non ho niente da aggiungere e mi limito quindi a metterli qua in fila con le stelline che mi ero appuntato 
Blue Exorcist #12 ***, Dragonero #12/14 ***, Le storie #20/22 ***, Speciale Le storie #1 ***, Lilith #12 ***, Lukas #2/4 ***, Mix #2/3 ***, Naruto #66 ****, Real #13 ****, Rinne #18/19 ***, Vagabond #55/56 *****, Yawara! #8/9 ****

Guerre Stellari in mostra

Sempre in base a quel processo che ti porta a dire “Oh, guarda, c’è una mostra sfiziosa, ma tanto chiude fra [inserire a piacere] mesi, ci vado più avanti”, ho visto per mesi i manifesti di Star Wars Identities in giro per Parigi, soprattutto appiccicati agli autobus, ma ho continuato a rinviare. Mi sono infine deciso a farci un salto in occasione dell’avvento di Nabacchiodorozor da queste parti nel post-Gamescom e devo dire che non me ne sono pentito. Ne chiacchiero quindi qui a favore di chi potrebbe interessato, anche tenendo conto che (1) l’esposizione è stata prolungata fino al primo di ottobre, quindi magari qualcuno trova il modo di passare, e (2) si tratta di una mostra più o meno itinerante. Negli scorsi due anni, infatti, se la sono goduta in tre diverse città canadesi e sul sito ufficiale affermano che presto verranno annunciate altre tappe. Quindi, insomma, incrociate le dita, sai mai che si manifesti pure in Italia.

Detto questo, Parigi non è poi così lontana, e soprattutto ospita diverse altre mostre sfiziose per il nerd-verso (oltre, ovviamente, al fatto che si tratta di Parigi e, insomma, ci si può sempre fare un salto per milleduecento altri motivi, tipo la mia presenza o il fatto che è pieno di ristoranti etnici da strapparsi le vesti e correre in giro urlando per la gioia). Tant’è che ho già scribacchiato della mostra dedicata al mondo dei videogiochi e di quella dedicata all’universo cinematografico Marvel (entrambe aperte fino a fine agosto). Ho chiacchierato anche del Japan Expo, ma quello ormai è andato. Ma insomma, in qualsiasi momento si passi di qui, c’è sempre qualcosa di sfizioso in corso, tipo, che ne so, il Paris International Fantastic Film Festival in autunno e i vari eventi che organizzano nel corso dell’anno. E, sempre in questi giorni, c’è anche un altro evento dedicato ai videogiochi, che ho fra l’altro visitato ieri e a cui immagino dedicherò un altro post nei prossimi giorni. Ma insomma, basta con la chiacchiera a caso per piazzare link gratuiti e passiamo al dunque.

Il dunque.
Star Wars Identities o, se preferite, Star Wars Identités, è sostanzialmente due cose. Da un lato c’è l’esposizione, pura e semplice, di qualcosa nell’ordine dei duecento “pezzi” provenienti da tutti i film della saga. Costumi, oggetti di scena, modellini usati per gli effetti speciali, materiali di studio, bozzetti preparatori e via di questo passo. E già solo per questo meriterebbe di farci un giro, se si è almeno un pochino amanti di Guerre Stellari o, tutto sommato, anche se si è semplicemente appassionati di cinema e fa piacere gettare uno sguardo su materiali di questo tipo, fra elementi che permettono di vedere cosa sta dietro le quinte, accenni a cose immaginate e mai usate e, banalmente, l’impressionante cura, amore, passione che si vede nell’attenzione ai dettagli dei vari modellini e oggetti di scena assortiti. E in ogni caso, la base è che se hai Guerre Stellari nel cuore ci sono punti della mostra in cui quel simpatico organo ti si ferma di colpo. Ma si comincia praticamente subito, eh! Fai la coda per entrare – gli ingressi vengono scaglionati per gruppetti – osservando materiali legati a Star Wars: Rebels, indossi il braccialetto e l’auricolare, osservi il filmato introduttivo, giri l’angolo e – PAM! – ti ritrovi davanti il costume originale di Boba-Fett e quello di uno Stormtrooper, con attorno altra roba che ti fa stringere il cuore e subito dietro i due robot dei nostri sogni. E rimani lì come un cretino a fissare i dettagli per minuti e minuti, chiedendoti fra l’altro che inferno debba essere passare le giornate sul set con quella roba addosso.
Ed è bene o male tutto così. Anche le cose più insignificanti, o quelle di cui magari non te ne frega niente perché arrivano da un film che non ti piace, sono tremendamente affascinanti da osservare e scrutare in ogni dettaglio. A un certo punto giri l’angolo e ti trovi di fronte il pod di Anakin, piazzato lì in mezzo a una stanza, a grandezza naturale. E ti mozza il fiato, non c’è niente da fare. O, perlomeno, a me l’ha mozzato, e me ne sono stato lì dieci minuti a scrutarne ogni centimetro, a osservare i meccanismi infilati per dare un senso estetico e funzionale alla sua costruzione. Tutto così. Tutto così. Un piacere che levati. Purtroppo non posso mostrare molto perché sul biglietto c’è indicato il divieto di far foto e, sebbene ovviamente in molti se ne freghino, io ho la maleducata abitudine di dar retta a ‘sti divieti e quindi non ho immortalato nulla. In realtà, leggo ora sul sito ufficiale un’indicazione un po’ diversa, che incoraggia anzi a far foto ma pone il divieto a immagini scattate per utilizzo professionale. Ma insomma, whatever, anche perché in effetti non so quante fotografie avrei scattato, dato che ero troppo ipnotizzato da quel che avevo davanti. 
Si fotografa quel che si può.
Ma c’è anche altro. Innanzitutto, una precisazione: ogni elemento dell’esposizione è in inglese e in francese, quindi tutte le varie descrizioni a corredo degli oggetti sono comprensibili anche per chi non ci capisce nulla di baguette e brie. E lo stesso vale per l’accompagnamento sonoro: all’ingresso, ti danno un aggeggio da metterti al collo con auricolare allegato, tramite il quale è possibile ascoltare l’audio della mostra. L’aggeggio è dotato di un sensore che rileva la tua posizione e, quando ti piazzi in una zona “dotata” di chiacchiera d’accompagnamento, scatta la voce nell’orecchio (in francese o in inglese a seconda del canale selezionato). Questo permette di ascoltare svariate descrizioni legate ad alcuni dei materiali esposti. Per esempio, la sfilza di bozzetti e “prop” su Jabba è accompagnata da un racconto sull’ideazione del personaggio. E di passaggi del genere ce ne sono svariati.
Inoltre, tutta la mostra è divisa per sezioni tematiche, organizzate in modo da – fra le altre cose – esplorare il tema dell’identità e tracciare la storia dei personaggi di Guerre Stellari, con particolare attenzione al parallelo fra Skywalker padre e figlio. Per approfondire il discorso, è stata creata una serie di filmati che chiacchierano della progressione dell’identità dall’infanzia all’età adulta, mescolando scene dei vari film, appoggiandosi su reali studi di genetica, neuropsicologia, scienza della salute e psicologia. Intendiamoci, la cosa è assolutamente all’acqua di rose, ma ne viene fuori un punto di vista intrigante, che funziona e che immagino dia al tutto anche un certo valore educativo per i pupattoli portati a osservare da vicino le astronavi e i mostri assortiti della saga. 
Sono bellissimo.
Dicevo, prima, che all’ingresso ti danno anche un braccialetto. Il braccialetto contiene un sensore, o comunque un qualcosa, che ti permette di interagire con varie postazioni sparse per l’esibizione. Presso ciascuna di questa postazioni ti viene chiesto di compiere una scelta, legata dal punto di vista tematico a quella specifica sezione della mostra. Per mezzo di queste decisioni, vai a creare il tuo personaggio di Guerre Stellari, decidendone razza, allineamento, occupazione, scelte di vita, alleanze, amicizie e così via. Arrivato alla fine, puoi ammirare il personaggio in tutto il suo splendore e farti inviare una mail contenente un link al suo profilo, con immagine, storia personale e ovviamente tutte le classiche funzioni di condivisione in ogni dove. Ed è una cosetta, ovviamente pensata soprattutto per i più giovani, ma a modo suo divertente, oltre che con almeno un paio di idee piuttosto azzeccate a livello di interazione. Ah, casomai interessasse, il profilo del mio personaggio si trova a questo indirizzo qua.
Le tentazioni del lato oscuro.
E poi, ovviamente, all’uscita c’è l’inevitabile negozio coi gadget, il catalogo, i frizzi, i lazzi e la cassa attrezzata con pratico sistema che ti estrae automaticamente la carta di credito dal portafogli e ti impedisce di uscire senza aver acquistato almeno tre o quattro cose delle quali non hai bisogno. Ma questa è un’altra storia, sulla quale io e la mia carta di credito non ci sentiamo di condividere dettagli. Sappiate solo che è stato doloroso.

Il sito ufficiale della mostra l’ho già linkato sopra, comunque sta a questo indirizzo qui. Dal sito, fra l’altro, è possibile prenotare i biglietti, che sono legati a un orario preciso d’ingresso, anche se poi è possibile rimanere dentro a fissare cose con gli occhi spalancati quanto a lungo si vuole. Per la cronaca, noi ci siamo presentati sul posto domenica senza avere alcun problema: abbiamo comprato il biglietto al momento e via. Va anche detto che in questi giorni Parigi s’è un po’ svuotata dai parigini e magari la mostra non attira molti turisti: non escludo che nelle prossime settimane, di domenica, ci siano ben altre quantità di persone. L’esposizione rimarrà aperta, come detto, fino al 5 di ottobre. Già che ci siamo, vi dico anche che la mostra si tiene a La Cité du Cinéma (indirizzo: 20, rue Ampère – 93413 – Saint Denis Cedex). Noi ci siamo arrivati scendendo alla fermata Carrefour Pleyel della linea 13. E credo sia tutto. Ciao e grazie. Anzi, che la forza sia con voi.

Universal Soldier al cinema in Italia, almeno credo

Rientrato da Colonia, m’è capitata d’avanti quest’informazione secondo cui il 31 luglio sarebbe uscito al cinema Universal Soldier: Day of Reckoning, con il titolo che si vede nel manifesto qua sopra. Ora, non so effettivamente se, come, dove e quando sarebbe uscito e soprattutto, onestamente, dubito che diciotto giorni dopo sia ancora fuori, ma tant’è, mi sembra un ottimo modo per giocarmi un post da lunedì mattina e quindi lo segnalo e, soprattutto, segnalo che ne io l’ho visto due anni fa al Fantasy Filmfest di Monaco e ne ho scritto a questo indirizzo qua.

Ieri, invece, ho visto quel film là con il procione e l’albero.

Lo spam della domenica mattina: Cerebro!

Questa settimana avrei voluto pubblicare un nuovo The Walking Podcast dedicato a All Out War, che mi sono letto durante lo scorso weekend, ma una brutta persona non ha fatto i compiti e quindi non se n’è fatto nulla. Però, forse, la prossima settimana arriva l’episodio dedicato all’ultima uscita del videogioco Telltale Games. Non lo so, dipende se siamo riusciti a registrarlo venerdì, e io questo post l’ho preparato prima che provassimo a registrarlo, quindi vai a sapere. Ma sto divagando. Piuttosto, già che si parla di podcast, segnalo che domenica scorsa sono stato invitato a partecipare a un episodio del podcast Cerebro, nel quale abbiamo chiacchierato dei tre Batman di Christopher Nolan. Lo si può ascoltare a questo indirizzo qua. Fra l’altro vedo che c’è anche la registrazione della diretta su YouTube, la embeddo qua sotto che facciamo prima. Ovviamente questa è raw & uncut, senza musichette, montaggio, cazzi & mazzi che ci possono essere nel podcast audio.

Eppoi su Outcast questa settimana ho buttato fuori un Librodrome dedicato al libro su Gunpei Yokoi e, ovviamente, l’episodio di Old! sull’agosto del 1984. Sul fronte IGN, invece, abbiamo il Rewind Theater sul trailer di Hyrule Warriors con protagonista Sheik, la videointervista a Hideo Baba fatta al Japan Expo 2014, il Rewind Theater sul trailer di Assassin’s Creed: Rogue, l’anteprima del meraviglioso Inside My Radio e il Rewind Theater sul trailer dedicato alle premesse narrative di Call of Duty: Advanced Warfare.

Se non son cascati aerei o robe del genere, sono a Colonia da ieri mattina. La prossima settimana sarà, come al solito, piuttosto impegnativa. Temo che il blog si fermerà nuovamente un po’, anche se non mi sento di escludere che ci siano post preparati e programmati in anticipo. Vai a sapere.

La robbaccia del sabato mattina: Sierra!

Leggo in giro che per la seconda stagione di True Detective si parla dei detective Colin Farrell e Taylor Kitsch, con Elisabeth Moss come protagonista femminile e Vince Vaughn a fare il cattivo di facciata che distrae dal vero male che è il sistema e la società in cui viviamo e poi comunque quel che conta è far blaterare a caso il più pazzerello dei due detective. O qualcosa del genere. Il tutto ambientato in California. Tutto questo mi ricorda che non ho mai scritto un post sulla prima stagione, anche se vorrei scriverlo, anche se ormai a chi vuoi che interessi più. Ma del resto il blog è mio, faccio io, gestisco io, se posso scrivere di telefilm d’altri decenni, perché non di questo? Boh. Comunque, dai, un paio di trailer.

Sierra sta tornando! Mi viene da pensare che Activision voglia seguire l’esempio di Ubisoft e mettersi a investire qualche soldo in piccole produzioni che piacciono tanto alla gente di nicchia. E certo il patrimonio delle varie serie di Sierra è una roba da non sottovalutare, anche se – sbaglierò – credo che più che seguire il modello del gran numero di recenti avventure grafiche indie di gran qualità, punteranno su qualcosa in stile Telltale Games. Fra l’altro Telltale, prima di fare il botto con The Walking Dead, aveva acquistato i diritti sul marchio King’s Quest, anche se mi sa che volevano realizzare un’avventura grafica vera e propria (e per questo, visto il loro nuovo corso, hanno poi lasciato perdere). Di certo, comunque, mi viene spontaneo pensare che ci sia un collegamento fra la rinuncia di Telltale a quel marchio e questo ritorno di Sierra. Comunque, vedremo cosa ne verrà fuori. Magari già nei prossimi giorni alla Gamescom, vai a sapere.

The Guest, il nuovo film di Adam Wingard. Il trailer, di suo, non mi direbbe poi molto, se non fosse che il regista è quello di You’re Next, quindi mi trovo costretto a dargli fiducia e sperare che ne venga fuori un’altra roba divertentissima. E per oggi è tutto, signori miei. Sicuramente c’è qualche altra roba fantastica che è saltata fuori in settimana e di cui avrei chiacchierato qui volentieri, ma me la sono persa, quindi a posto così. Spazio ai video a caso.

In questo momento dovrei stare entrando nell’appartamento a Colonia. Forse. Buon weekend.

Di nuovo verso la birra

Dunque. Oggi avrei voluto scrivere qualcosa sull’ottava stagione di 24, che abbiamo finito di guardarci l’altro ieri, o magari su The Raid 2, che ho visto ormai quasi due settimane fa, oppure, certo, su quel paio di libri e quella valanga di fumetti che ho letto in vacanza e di cui non ho ancora chiacchierato da nessuna parte. Ma, come al solito, è il giorno prima di partire, ho troppe cose da fare, troppe altre cose per la testa, non ce la posso proprio fare, facciamocene una ragione. Fra l’altro, dopo il piacevole diversivo dell’anno scorso, come segnalavo in quel post lì che ho appena linkato, torna giustamente in voga la tradizione del lavorare a Ferragosto. Giusto così. Domattina prestissimo parto per Colonia assieme al Nabacchiodorozor e ce ne stiamo lì per una settimana, con il contingente abruzzese e un’altra manciata di brutte persone. Il che, per altro, significa che molto probabilmente il blog si fermerà per una settimana, al di là delle solite robette da weekend e, magari, vai a sapere, di qualche post che scrivo in anticipo e programmo se mi coglie il sacro fuoco del #credici. La copertura su GDC Europe e Gamescom per IGN finirà tutta qua dentro, ma se vi interessa solo la GDC Europe potete dirigervi direttamente qua. Su Outcast, al di là di eventuali notizie sarcastiche del Martini, non ci sarà copertura “in diretta”, però usciranno altri articoli (credo) sfiziosi, fra cui tra l’altro un paio di mie recensioni che se la sono presa comoda. Se vi manco, leggetevi quelle. Per il resto, fate i bravi, divertitevi, rilassatevi, andate in vacanza, mangiate, fate quel che vi pare, ma non pensate ai videogiochi a Ferragosto. Non ne vale la pena. E poi tanto arriva l’Outcast Reportage.

Comunque ci provo a scrivere roba in anticipo per la prossima settimana. Davvero!

Transformers 4 – L’era dell’estinzione

Transformers: Age of Extinction (USA, 2014)
di Michael Bay
con Mark Wahlberg, Nicola Peltz, Stanley Tucci e la voce di Peter Cullen

La natura del “progetto” Transformers 4 è evidentemente quella di un film che vuole lanciare una nuova trilogia senza rinunciare ad allacciarsi al passato, ma provando ad abbracciare un pubblico – se possibile, visti i soldi fatti fino a qui – ancora più ampio, smussando quelle che sono le caratteristiche forse più criticabili anche da parte di chi si avvicina a questi film con un minimo di onestà intellettuale. L’idea, probabilmente, è di continuare a spingere sul target di riferimento, quello dei più piccoli e degli adolescenti sessualmente turbati (quindi tutti gli adolescenti), scrollandosi però di dosso il tono esageratamente cretino, lurido e insopportabile di tutto ciò che, nei precedenti due film, rendeva le scene di collegamento fra un’esplosione e l’altra un’esperienza agghiacciante e gradevole più o meno quanto essere rinchiusi in una stanza con Freddy Krueger che strofina le unghie su una lavagna.

E il risultato è un film che sembra voler essere una versione lievemente più badass del primo episodio, a cominciare dal fatto che l’ormai sepolto Shia Labeouf viene sostituito dall’eroe di grandi e piccini Mark Wahlberg, grande, grosso, padre amorevole, con bandiere americane sparse per tutta la casa e financo il granaio, sempre pronto a gettar lì una battuta che non scandalizza le mamme e dotato del superpotere di infilare gli occhiali e inventare macchinari buffi come se fosse la spalla comica in un film per ragazzi degli anni Ottanta. E ancor più significativo, forse, è il fatto che Stanley Tucci non faccia la fine di John Turturro e John Malkovich nei precedenti film: non lo vediamo mai in mutande, non si getta per terra senza motivo, non fa neanche troppe faccette. Quello, chiaramente, è il segnale più forte: le cose, almeno un pochino, sono cambiate.

Ma il film insegue davvero ogni pubblico possibile. Da un lato ritroviamo i colori sparati a mille e le personalità adolescenziali per i Transformers che fanno tanto divertire i piccini, con oltretutto l’aggiunta delle caratterizzazioni estetiche ancora più macchiettistiche, fra samurai doppiati da Ken Watanabe e barboni col sigaro in bocca e la voce di John Goodman. Dall’altro, come detto, non si rinuncia alle turbe sessuali, con la stangona di turno Nicola Peltz, una sorta di Adrianne Palicki un po’ più magra e (dal personaggio) minorenne, che offre lo spunto per far battute sulle relazioni a quell’età mentre un cartonato di passaggio, nel ruolo del suo ragazzo, svolge il compito di “quello bravo a guidare in un film in cui le auto si guidano da sole”. A tutto questo si aggiunge poi il fatto che Michael Bay è – tanto quanto Gore Verbinski – un mago nel far passare sotto il visto PG-13 ammiccamenti sessuali, gente arrotata, surgelata e squartata, oltre alla morte brutale di praticamente tutto il cast robotico della vecchia trilogia. Il risultato è un Transformers in cui, di nuovo,  la parte meno importante, quella della “storia” che conduce fra una parte importante e l’altra, rimane – per carità! – assai cretina e piena di forzature, ma perlomeno non ha più il tono tutto cani che si ingroppano, testicoli robotici e personaggi che esprimono solo idiozia dei due precedenti e risulta magari non interessante o di gran qualità, ma certo ben lontana da quei livelli di fastidio. Azzardo: addirittura gradevole.

Poi, certo, il punto è un altro.

Ora, magari può sembrare poco, così come è assolutamente lecito che possa far schifo fino al vomito anche la narrazione di questo film, ma lo sforzo in questo senso è talmente evidente che negarlo significa davvero non ricordarsi cosa fosse diventata la serie. Quando ho visto Transformers – La vendetta del caduto, sono stato sommerso dalla noia e dal fastidio come se fossi di fronte a un film da festival slovacco sottotitolato in bosniaco e dedicato al pascolo delle vacche. Nonostante stessi guardando un film in formato Imax per la prima volta nella mia vita. E quando ho visto Transformers 3, dopo venti minuti stavo già cazzeggiando su Twitter. Con questo quarto episodio, invece, ho seguito un racconto vagamente gradevole, che pur conteneva la sua buona dose di idiozie, fra la storia segreta dell’estinzione dei dinosauri e il TRANSFORMIUM, ma accompagnava in maniera innocua, regalava perfino qualche risata e addirittura, attenzione, preparava in maniera dignitosa alle mazzate. E c’è pure il momento “meta”, con Bay che, in un attimo di totale e sincera confessione, parcheggia la motrice di un camion in mezzo ai seggiolini di una sala cinematografica. Poi, certo, il tutto va inquadrato anche un po’ nel contesto del genere di film di cui stiamo parlando, perché, parliamoci chiaro, se nel 2014 vai al cinema per gustarti una bella storia appassionante con il quarto film di Michael Bay dedicato ai Transformers, i casi sono due: o sei fortemente preda dell’inconsapevolezza delle tue azioni, oppure sei in malafede e lo fai solo perché ti diverti a parlarne male.

Il punto è che un film del genere lo vai a vedere perché ti interessa ritrovarti davanti, proiettati a grandezza naturale sullo schermo Imax, i robot giganti che si menano e spaccano tutto. E qui, bonus, ci sono i robot giganti dinosauri che sputano fuoco. E un’astronave enorme che a un certo punto, siccome il cattivo non ha voglia di perdere tempo nel cercare quel che gli serve, attiva la centrifuga e risucchia in cielo mezza Hong Kong. Tutto questo viene messo in scena da un Michael Bay che, fra 3D, Imax e probabilmente alcuni pesi che gli sono stati agganciati alle caviglie dalla produzione, muove ormai la macchina da presa in maniera talmente chiara che durante le scene d’azione si capisce cosa succede e si ha una visione d’insieme netta sullo sviluppo degli eventi. Pazzesco. Perfino il montaggio va a ritmi umanamente comprensibili! O magari è solo il fatto che dopo dieci anni ci si è abituati al suo modo di girare, può essere pure quello.

Fatto sta che Transformers 4: L’era dell’estinzione, quando deve dare spettacolo lo fa senza problemi, con una serie di momenti action splendidamente orchestrati, immagini talmente piene di dettagli che neanche lo schermo Imax basta a contenerle e coreografie dei combattimenti articolate e spettacolari. Addirittura, nonostante lo schema delle cose sia bene o male sempre quello, con tanto di ennesimo inseguimento su un’autostrada che viene fatta a pezzi, Bay è ancora in grado di inventarsi qualche trovata visiva qua e là. E poi, a proposito di schemi che si ripetono, c’è sempre la solita questione: a un certo punto il film finisce, il racconto si chiude e abbiamo visto la scena d’azione conclusiva… solo che quello è il momento in cui attaccano i quaranta minuti finali, interamente dedicati alla distruzione sistematica delle location più affascinanti che la produzione ha messo a disposizione di Bay in territorio cinese (anche se in realtà le riprese le han fatte a Detroit, ma fa lo stesso). Questa parte non raggiunge forse le vette allucinanti viste nell’atto conclusivo del terzo film, ma fa comunque la sua porca figura, sfonda schermo e speaker dell’Imax e, di fondo, è il motivo per cui si va a vedere una roba del genere. Il fatto di esserci arrivato senza aver tentato il suicidio nelle due ore precedenti, poi, è un passo avanti mica da ridere. Sarebbe preferibile un film in grado di raccontare una storia perlomeno dignitosa? Certo, per carità. Ma, di nuovo, chiederlo o aspettarselo da Transformers 4: Michael Bay è ancora qui non avrebbe alcun senso.

L’ho visto, come detto, all’Imax, qua a Parigi, in lingua originale, perché vuoi mica perderti Ken Watanabe che fa il cretino? L’ho visto un po’ in ritardo perché ero in ferie. Abbiate pazienza.

Colpa delle stelle

The Fault in Our Stars (2014)
di Josh Boone
con Shailene Woodley, Ansel Elgort, Nat Wolff

Ho un ricordo molto vago di mio padre, composto in larga parte da cose che mi sono state raccontate, fotografie, documenti e così via. Ovviamente la cosa è legata al fatto che ho in generale un ricordo molto vago dei miei, boh, primi dieci anni di vita. Fatto sta che in pratica, pur sforzandomi, riesco a pensare solo a quattro ricordi precisi legati in qualche maniera a lui, e oltretutto in uno solo di quei ricordi è realmente presente la sua figura: quella volta che mi sgridò perché gli avevo devastato la matita con le mine, seminandole spezzate per il salotto e poi cercando di nascondere il fattaccio e allontanandomi fischiettando. Gli altri ricordi lo coinvolgono, ma non lo coinvolgono. So che sono andato a trovarlo in ospedale, ma ho in testa un’immagine vaghissima dell’incontro. Ricordo che il giorno del suo funerale – contesto: avevo nove anni – rimasi a casa, a giocare a un gioco per Commodore 64 sui viaggi nel tempo, in cui bisognava gettare qualcosa nel caminetto per attivare lo spostamento temporale. E ricordo la mattina della telefonata, quando stavo dormendo nel lettone assieme a mia zia, squillò il telefono, lei rispose e io, per qualche motivo, sapevo che era successa quella cosa. Ecco, c’è una scena di Colpa delle stelle in cui accade esattamente questo, e sembra una cosa da film, una roba che “sì vabbé”, e invece no, è esattamente così. Quando arriva la telefonata, lo sai che è quella telefonata e che non è il call center Telecom che ti chiede se vuoi attivare anche la linea fissa oltre a quella mobile. Lo sai e basta, te lo senti dentro e poco importa se non ha senso che tu lo sappia. Funziona così.

Di momenti del genere, che sono “da film” ma allo stesso tempo hanno un sapore molto vero, in Colpa delle stelle ce ne sono parecchi e rappresentano – assieme agli attori – forse il miglior pregio di una pellicola altrimenti assai limitata. È una storia che non può e non deve per forza essere universale, perché di fondo il dolore ognuno lo vive a modo suo, ma che trasmette molto di vero nel modo in cui le persone riescono ad affrontare situazioni che ti torcono le budella nascondendosi dietro alla normalità, alla semplicità, a un sorriso, mentre vivono questa cosa incredibilmente assurda, forte e insensata che deve essere vedersi improvvisamente distrutto il sogno d’immortalità adolescenziale per colpa di un male incurabile. Io me lo ricordo bene, quel senso d’invincibilità che a un certo punto ti perdi per strada e non torna più, e non riesco proprio a immaginarmi cosa possa voler dire vivere a sedici anni senza godere del proprio diritto di viverli in quel modo. Ecco, Colpa delle stelle prova in qualche modo a raccontarlo, non ci riesce magari fino in fondo – ma è possibile farlo? – però è per questo a modo suo un film meritevole, interessante e il cui successo fuori scala non può che risultarmi molto più “simpatico” rispetto a quello di tante altre operazioni in zona young adult.

Poi, certo, non riesce ad andare oltre, rimane limitato dal tocco un po’ risaputo, stucchevole e zuccheroso di Josh Boone, che butta dentro tutto quel che ci deve essere in un film dal target ben preciso e mi fa sentire clamorosamente fuori posto mentre lo guardo. E, insomma, non ho intenzione di lamentarmi se un film conosce il proprio pubblico e gli dà quel che vuole, perché sarebbe abbastanza ipocrita, considerando quanto mi diverto coi film di supereroi e quelli pieni di roba che esplode, pizze in faccia, auto che sfrecciano e gente che muore male: il meccanismo è lo stesso, cambia solo la direzione. Però, in fondo, non riesco a fare a meno di spiacermi al pensiero che con un approccio un po’ diverso, meno inscatolato e di maggior respiro, si sarebbe potuto sconfinare nel territorio di quella cosa bellissima che è The Spectacular Now, del resto graziato dalla prova meravigliosa della stessa, fantastica, protagonista.

Ecco, tanto vale ribadirlo, fra i lati positivi di Colpa delle stelle c’è sicuramente un’attrice sempre più incredibile per la naturalezza che riesce a infondere nei propri ruoli, anche se questa volta chi le sta a fianco, pur bravo ed efficace, non riesce a trovare quell’intesa perfetta che Shailene Woodley e Miles Teller avevano in quell’altro film lì. Ma funzionano comunque tutti bene e non tradiscono nei momenti che contano e che, a giudicare dai singhiozzi che mi circondavano in sala, fanno il proprio dovere. Anche se con me non ci sono riusciti più di tanto, forse per un eccesso di sforzo, perché l’argomento, il tema, gli eventi mi commuoverebbero anche, ma se son lì che spingono, insistono e continuano a dirmi che è il momento di cedere, alla fine la lacrima non mi esce. Ci si potrebbe poi anche lamentare del fatto che Colpa delle stelle non presta fede fino in fondo alle proprie parole, quando sentenzia che la realtà è molto più crudele della finzione cinematografica, ma poi cade proprio in quella trappola e trova solo per brevissimi attimi il coraggio di andare oltre una visione anestetizzata e ripulita dei momenti di dolore vero. E di nuovo: è un peccato, ma in fondo non è un peccato capitale, per un film comunque ben confezionato e che, nonostante alcuni passaggi onestamente un po’ forzati (un saluto a Willem Dafoe), costruisce bene il suo racconto e si dimostra onesto anche nel preparare una svolta particolare in quel modo lì, quello per cui, a posteriori, ti rendi conto che ce l’avevi sotto il naso fin dall’inizio ma non ci avevi fatto caso.

L’ho visto ieri, al cinema, qua a Parigi, in una lingua originale che merita come sempre meritano le interpretazioni di bravi attori. L’uscita è prevista in realtà per fine mese, il 4 settembre in Italia.

24 – Stagione 7

24 – Day 7 (USA, 2009)
creato da Joel Surnow e Robert Cochran 
con Kiefer Sutherland, Mary Lynn Rajskub, Carlos Bernard, Jon Voight, Cherry Jones, Annie Wersching, James Morrison, Bob Gunton, Eric Balfour, Jeffrey Nordling, Janeane Garofalo

La settima stagione di 24 arriva in un momento un po’ particolare e si porta sulle spalle il peso di dover rimettere in sesto la serie dopo quella discreta porcheria della sesta stagione, ritrovando lo stato di forma in un momento in cui forse le avventure di Jack Bauer iniziano a mostrare un po’ troppo la corda e lasciar spazio ad altri serial di maggior successo. In questo senso, probabilmente, lo sciopero degli sceneggiatori finisce per rivelarsi utile, nel dare al team creativo quel momento di respiro per riprendersi dalla realizzazione di uno show per tanti motivi estremamente faticoso. Ma non mancano i danni, nella misura in cui si vede l’evidente distacco fra la prima manciata di episodi e il resto della stagione, separati appunto dall’anno di pausa dovuto allo sciopero e con in mezzo lo scoglio di quella robetta inutile e anzi dannosa che è 24: Redemption.

La storia prende infatti il via andando a recuperare elementi, personaggi e, soprattutto, cattivoni visti in quell’episodio speciale, ma lo fa in maniera evidentemente impacciata, denunciando il fatto che le puntate iniziali erano in realtà state concepite prima di tirar fuori Redemption come pezza per tappare il buco di programmazione generato dallo sciopero. Ci si ritrova quindi a guardare otto episodi che creano diverse piccole contraddizioni con quanto visto in Redemption, nei quali non vengono menzionati elementi importanti di quel “puntatone” e con oltretutto la solita situazione da 24, vista in quasi tutte le stagioni, in cui sai di stare seguendo le vicende di cattivi “secondari”, dietro alle quali si muove il vero villain dell’anno, ma con l’aggravante di sapere già chi sia quel cattivone, perché ti è stato svelato da Redemption. Insomma, un pasticcio. Per fortuna, però, superato questo ostacolo iniziale, la stagione decolla, sfrutta bene il cambio di location da Los Angeles a Washington D.C., mette qualche toppa ai problemi di cui sopra e, pur non tornando ai livelli migliori della serie, si fa perdonare il disastro dell’annata precedente.

Tanto per cominciare funziona il nuovo presidente, una figura forte e ben interpretata, primo presidente donna degli Stati Uniti come già David Palmer era stato il primo di colore, le cui vicende familiari e professionali sono, come da tradizione di 24, fondamentali nello sviluppo della serie. A volte si ha la solita impressione che certi sviluppi stiano lì più per perdere tempo che altro, ma nel complesso il nuovo personaggio funziona e, di nuovo, come nei migliori anni di 24, è il capo di stato americano l’anima della stagione. Ma sul fronte dei personaggi, tolti i nuovi geek che stanno lì più per dar fastidio che altro, un po’ tutti i presenti sono azzeccati. Jon Voight, quando finalmente arriva, regala un ottimo villain, sopra le righe e cattivissimo, i vari ritorni funzionano bene al punto che perfino Kim Bauer, una volta tanto, non si rende insopportabile e il resuscitato Tony Almeida, al di là dell’improbabile modalità del suo ritorno, ha un arco narrativo che riesce tutto sommato a giustificare il comportamento schizofrenico tenuto da un episodio all’altro. Un po’ meno comprensibile è la schizofrenia della new entry Renee Walker, ma nel complesso anche il suo personaggio, così come in generale il triangolo al centro del quale va a trovarsi, funziona.

E poi c’è l’azione, come sempre molto divertente, con l’apice dell’annata forse rappresentato dal momento “Die Hard alla Casa Bianca”, ma che nel complesso riesce a divertire bene o male dall’inizio alla fine, nonostante i soliti momenti di inevitabile brodo allungato. Ma del resto quelli sono mancati solo in quel capolavoro della quinta stagione. Insomma, la settima stagione di 24 ha qualche problema (per esempio la figlia della presidentessa Taylor, chiaramente impiegata nel ruolo di Kim Bauer della situazione), ma complessivamente funziona, diverte, butta sul piatto idee sfiziose come il team di superamici della prima parte, porta avanti il discorso di un Jack Bauer sempre più alle corde e lontano dal supereroe imbattibile dei primi anni. C’è inoltre un tentativo apprezzabile di far evolvere il contesto narrativo della serie, raccontando degli Stati Uniti da futuro prossimo in cui non c’è più posto per la CTU, l’approccio politico all’utilizzo di strumenti coercitivi diventa talmente forte da trasformare Jack Bauer nel nemico e gli errori commessi dagli americani si ritorcono contro di loro. Non sono certo riflessioni profonde e lo stile rimane quello leggero di una serie fondamentalmente action, ma i cambi di prospettiva aiutano a dare al tutto un senso di (relativa) freschezza che, alla settima stagione, arrivata per di più dopo che la serie aveva toccato il punto più basso, non era certo scontato.

Mi sono sparato il tutto qualche settimana fa, grazie al solito cofano totale-globale in DVD (che ovviamente ora, con l’esistenza di 24: Live Another Day, non è più totale globale). Ne scrivo adesso perché sto finendo di guardare l’ottava stagione e, insomma, completezza, ossessione, compulsione, whatever. Ah, in lingua originale, Jack Bauer e Tony Almeida che parlano entrambi sottovoce pure quando urlano sono uno spettacolo imbarazzante.