Into the Storm

Into the Storm (USA, 2014)
di Steven Quale
con Richard Armitage, Sarah Wayne Callies, Matt Walsh

A me hanno sempre raccontato questa leggenda metropolitana secondo cui in Francia sarebbero stra-nazionalisti, legati alla loro lingua, poco interessati alla colonizzazione da parte delle stelle e delle strisce. E, intendiamoci, magari sotto molti punti di vista è anche vero, però devo dire che, da quando vivo qui, sotto molti altri punti di vista il mito mi è un po’ crollato. O quantomeno mi è un po’ crollato per quanto riguarda Parigi, dove gli Starbucks escono dalle fottute pareti (vicino a casa mia c’è una zona in cui se ne trovano cinque o sei nel raggio una piazza e mezzo), ci sono tutte le catene americane possibili e immaginabili e quando a gennaio ha aperto l’unica che mancava – Burger King – per giorni c’è stata la coda fuori. Non scherzo, la coda, tipo le processioni fuori dalle mense per i poveri che si vedono nei film americani. E, sempre in questo fantastico paese che ci tiene a tradurre tutto in francese, si verifica quello stesso fenomeno che tanto odiamo in Italia, quello dei titoli di film americani tradotti dall’inglese all’inglese. Cosa che fra l’altro mi crea sempre un sacco di confusione, perché io vedo un titolo in inglese su un manifesto in metropolitana, lo cerco su IMDB e lui mi risponde con la faccia che faceva Arnold quando suo fratello diceva scemenze. Son problemi.

Ora, tutto questo, giustamente, uno potrebbe chiedersi cosa c’entri con Into the Storm, al di là del fatto che, per l’appunto, qua in Francia l’hanno intitolato Black Storm, forse per evitare che i cassieri dei cinema vengano seppelliti di sputacchi quando ogni singolo spettatore chiede un biglietto per Into ze Storm. E la risposta è che non c’entra molto, ma mi sembrava comunque più interessante rispetto a iniziare raccontando la trama di un film in cui la trama è una serie di pretesti vuoti appiccicati con lo sputo a personaggi vuoti interpretati da attori vuoti per far sì che si ritrovino a scappare da disastri naturali dopo il cui passaggio i territori in cui è ambientato il film rimangono vuoti. L’aspetto più interessante della “storia” e del “cast” di Into the Storm, almeno per quanto mi riguarda, sta nel rendermi conto che Sarah Wayne Callies (che ai tempi di Prison Break mi stava simpatica e addirittura mi piaceva come donna) è stata distrutta da The Walking Dead e ormai non si riesce più a vederla sullo schermo senza sperare che venga travolta dal primo camion di passaggio. E pure nel fatto che ho osservato e ascoltato intensamente per un’oretta il protagonista maschile pensando che fosse la versione del discount di Hugh Jackman prima di rendermi conto che si trattava di Richard Armitage, solo senza il trucco da nano e in un film in cui erano tutti alti come lui.

Comunque, lo “spunto” di Into the Storm sta anche nel fatto che si tratta di un found footage, quindi di un film che in teoria dovrebbe essere il montaggio di una serie di filmati girati dai personaggi stessi con vari mezzi e messi assieme per realizzare un documentario sull’evento raccontato (una cittadina brasata al suolo da una serie di tornado senza precedenti nella storia dell’universo). Tant’è che il film si chiude su una manciata di interviste ai sopravvissuti. I pretesti utilizzati per farci credere che una banda di cretini continui a far riprese mentre sta per essere lanciata nella stratosfera dal tornado del dito di Dio sono diversi. C’è il team di documentaristi che lo fa per professione e ha tutta l’attrezzatura di spessore. Ci sono gli studenti che si dividono fra chi sta girando un filmino assegnato dal vicepreside e chi si diverte con lo smartphone. C’è la coppia di redneck che riprende tutto nella speranza di diventare famosissima su YouTube. E ovviamente c’è qualche ripresa fatta dalla TV locale a bordo di un elicottero. Insomma, è il minimo indispensabile della “giustificazione” per questo genere di film, poi sta allo spettatore bersi la faccenda e non rompere le palle con i soliti “ma”, dalle batterie che non si scaricano alla gente che continua a riprendere sempre e comunque, passando per il fatto che un ragazzino con la videocamera del discount cura la fotografia come il professionista che fa documentari da quarant’anni. Ma insomma, sono le basi del filone, ci stanno. Il problema, casomai, è che la cosa viene messa in piedi un po’ a caso.

E questa foto chi l’ha fatta? Eh?

Sarà una fisima mia, ma sono dell’idea che, se ti imbarchi in un film del genere, poi devi avere le palle di portare avanti la cosa fino in fondo. Non è che puoi fare il found footage per infilarti in un filone consolidato però, poi, quando devi fare la scena spettacolare, te ne freghi e piazzi l’inquadratura dove solo Superman potrebbe stare facendo riprese. Devi essere coerente. Per dire, un film come Cloverfield, piaccia o meno, ha dalla sua anche e soprattutto questo genere di coerenza e il modo in cui la sfrutta per mettere in piedi la sua atmosfera particolare. Into the Storm per ampi tratti ci prova anche, ma poi, quando la cosa rischia di farsi troppo complicata o, addirittura, di mettere i bastoni fra le ruote al tentativo di mostrare il tornado più fico nella storia del cinema, ecco che Steven Quale si abbandona placido allo sticazzi e crea le sue inquadrature come vuole, con buona pace della coerenza stilistica e narrativa. E intendiamoci, il risultato è che si vedono effettivamente su schermo degli effetti speciali pazzeschi (del resto, basta scorrere il profilo di Quale su IMDB per capire che l’unico senso dell’esistenza di questo film sono, appunto, gli effetti speciali pazzeschi). Quindi, alla fine, si può tranquillamente dire che va bene così.

Il problema, però, è che allora mi chiedo perché cacchio mi devi rompere le palle con le inquadrature sghembe, la grana a schermo e la visione in stile found footage, se poi la verità è che di fare il found footage non te ne fregava poi molto. Soprattutto, poi, considerando che ci sono, immancabili, tutte le forzature possibili e immaginabili che si manifestano in una situazione del genere e delle quali, a questo punto, potevamo fare anche a meno. Tipo il personaggio messo lì solo per avere un membro del team di documentaristi che possa far riprese dall’inizio alla fine e che non fa e non dice praticamente mai nulla, si limita ad andarsene in giro con la videocamera in spalla e il vuoto nel cuore. Praticamente è la versione cinematografica del Lakitu di Mario 64, che stava lì solo per inseguire l’idraulico e riprenderlo con la videocamera. Oppure quel momento delirante in cui, subito dopo la morte di un cameraman, il capo dei documentaristi – l’unico personaggio con un vago accenno di personalità – si mette a controllare le foto, la Callies gli urla dietro perché non ha un cuore, come può guardare le foto mentre son tutti lì a struggersi per il morto… e intanto uno del gruppo sta riprendendo tutta la scena con la videocamera.

E insomma, tutte ‘ste menate io me le sorbisco anche volentieri (si fa per dire) se il film ha una sua coerenza e magari funziona proprio anche grazie al fatto di essere un found footage. Ma se poi, quando fa comodo (e talvolta anche in sequenze di dialogo, mica solo durante i disastri) il found footage si mette in pausa, mi chiedo se non sarebbe stato molto meglio realizzare un film “normale”. E mi rispondo anche: sì. Anche perché, parliamoci chiaro, Into the Storm è un filmetto di poco conto, in cui le scene di raccordo fra un disastro e l’altro servono solo ad avere minutaggio a sufficienza per catalogarlo come lungometraggio. Sono superflue, banali, per nulla interessanti e interpretate da dei ceppi di legno, ma non particolarmente noiose, grazie anche alla saggia decisione di assestarsi appena al di sotto della sacra quota novanta minuti. E i disastri, invece, sono davvero ben fatti e tutto sommato meritevoli, se non altro perché appartenenti a un sotto-filone del disaster movie molto poco frequentato. Mancano magari di una testa pensante in grado di dare un taglio davvero affascinante alla loro messa in scena, ma, insomma, fanno la loro figura. E, parliamoci chiaro, se a fine agosto vai al cinema per guardati il film sui tornado, beh, alla fin fine quel che conta è che i tornado siano fatti bene e quel che li separa non sia di una noia micidiale. Fossimo a ottobre, magari, mi aspetterei qualcosa di più. Credo.

L’ho visto l’altro giorno al cinema, qua a Parigi, dove è uscito un paio di settimane fa. In Italia, invece, è uscito ieri. A conti fatti non ho mica capito se ne sto consigliando la visione o no. Magari può aiutare sapere che su IMDB gli ho messo 5.

2 pensieri riguardo “Into the Storm”

  1. Questo film è un rosario di 'meh'. Ancora non ho capito a che cosa siano serviti i redneck nel film? Per far ridere? La scena della morte del cameraman con la colonna di fuoco è senza senso….ancora di più quella successiva dell'incazzatura della tizia “studio-i-tornado-da-20-anni” con il regista senza scrupoli. Di positivo questo film ha che l'ho visto sullo smartphone alla stazione con il vento gelido fendeva l'aria: stile cinema 5d

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