Lucy

Lucy (Francia, 2014)
di Luc Besson
con Scarlett Johansson, Min-Sik Choi, Amr Waked, Morgan Freeman

Che percentuale del nostro cervello utilizziamo e siamo potenzialmente in grado di utilizzare? Quali animali sfruttano la propria materia cerebrale in maniera paragonabile alla nostra? I delfini sanno usare quel che hanno fra le tempie meglio di noi? Come stanno messe le scimmie? Da dove siamo partiti, dove stiamo andando e dove arriveremo? Cosa accadrebbe se, per qualche motivo, così, all’improvviso, trovassimo un modo per aumentare le nostre capacità d’utilizzo di quella prelibata pietanza che veniva servita a Indiana Jones nei dintorni del Tempio Maledetto? Il nuovo film di Luc Besson (Fun Fact: era dal 1999 che non andavo al cinema per un film diretto da Luc Besson) prova a rispondere a queste domande e la risposta che ci propone non è quella scritta nei sacri testi della scuola di Hokuto, anche se per certi versi non ci va neanche troppo lontana. Sigla!

Fra i motivi principali per cui Lucy si fa apprezzare, c’è il suo essere un raro caso di film che sa quanto deve durare. Ottantanove minuti, signore e signori, in un’epoca in cui se non sfondi i centoventi non puoi essere considerato autore. Magari può sembrare poco, ma la verità è che in quegli ottantanove minuti Besson dice tutto quel che ha da dire e ce ne avanza pure. Scarlett Johansson, ormai ufficialmente diventata il Matt Damon del gentil sesso, interpreta il ruolo di una povera cretina che finisce invischiata in un traffico di droga sperimentale orchestrato dal protagonista di Oldboy, solo che il sacchetto che le infilano nella pancia si rompe, lei assorbe qualcosa come mezzo chilo di Activia in pochi secondi e improvvisamente le si spalanca il cervello. Da lì parte la brutale salita verso il 100% e lo status divino o giù di lì.

Il modo in cui Besson sviluppa la faccenda non è particolarmente originale, anzi, è un tripudio di cliché, ma la loro somma riesce ad essere fresca, coinvolgente e soprattutto priva di tempi morti, nonostante il fatto che il film, teoricamente venduto come action, di scene d’azione praticamente non ne ha. Lucy, infatti, diventa molto in fretta qualcosa di ingestibile da qualsiasi essere umano e ogni volta che sembra si stia preparano la grande coreografia spettacolare, lei spazza via tutti con uno sguardo o il gesto di una mano. Lucy diventa quindi quasi più una riflessione da discount sulla condizione umana e sul nostro potenziale sprecato e alla fin fine i suoi limiti stanno più che altro nel potenziale che viene fatto intuire ma poi esplorato solo di sfuggita. Nel film che sarebbe potuto essere ma che non è. E per fortuna, aggiungerei, dato che quel film, scritto e diretto da Besson, non so quanto sarebbe venuto fuori bene. Ah, e poi c’è anche il fatto che ormai, quando sento la voce di Morgan Freman che fa gli spiegoni, non ci posso fare nulla, mi viene in mente l’elenco telefonico e inizio a ridacchiare. Ma quello è un problema mio.

Comunque, nella sua semplicità, o forse proprio per la sua semplicità, Lucy funziona, regala comunque almeno un paio di scene che, pur molto sopra le righe, veicolano emozioni forti grazie anche alla bravura della Johansson, ma tende un po’ a perdersi per strada, raccontando di una specie di onnipotente Terminator in divenire e mettendo in scena uno sbrocco finale che sembra quasi voler essere la versione di Besson (del discount, quindi) dei minuti conclusivi di 2001: Odissea nello spazio. Però son comunque novanta minuti scarsi divertenti, con (le solite) tante belle immagini (di Luc Besson), qualche lampo di bravi attori e due o tre trovate suggestive. È un film che, pur inventando molto poco, riesce a trovare una sua personalità distintiva e, soprattutto, tiene duro dall’inizio alla fine, trovando un buon equilibrio fra pomposità e leggerezza. Infine, è un film che sta incassando bene anche negli USA nonostante il rating R. Pensa te che cosa incredibile, eh!

L’ho visto qua a Parigi, al cinema e in lingua originale. Cosa che fra l’altro mi ha un attimo spiazzato nelle (brevi) sequenze in cui parlano francese, ovviamente non sottotitolato. Me ne dimentico sempre. In Italia arriva fra un mese, nel giorno del mio compleanno. Auguri!

7 pensieri riguardo “Lucy”

  1. con la necessaria precisazione che poi la questione del “noi usiamo solo il 10% del nostro cervello”è una bufala,luogo comune imperversato anche in ambiente scientifico per anni.
    In realtà noi usiamo il 100% del nostro cervello.
    Possiamo migliorare la qualità delle connessioni addestrandolo,organizzando il pensiero e mettendo in ordine memoria e alcune funzioni,ma per certo(esami strumentali lo dimostrano)lo usiamo tutto.

    Detto questo l'idea alla base del film è graziosa.
    Come la Johansson

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  2. e c'hai anche ragione,eh!
    Però non è che,solo perchè è un (bel)sito di cinema-videogiochi-fumetti,non valga la pena di mettere qualche puntino sulle “i”.

    Sepere queste cose non mi impedisce di vedere questo film,e magari divertirmici come peraltro mi sono divertito con Limitless

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  3. No, ma figurati, fai benissimo a dire la tua, tanto più che su questo genere di cose la questione è sempre molto personale. Ci beviamo miliardi di inesattezze e cose totalmente irreali in chissà quanti film e poi ogni tanto capita quella che per qualche motivo non tolleriamo. È normale.

    Quel che intendevo dire è che per me è importante che un film sia coerente con se stesso: nel momento in cui parte da quella premessa, OK, il film è ambientato in un universo in cui le cose funzionano in quel modo, ci sto (o magari non ci sto, eh) e da lì in poi vediamo dove va a parare. Non so se mi spiego. 🙂

    Ma vale per qualsiasi cosa, dai dinosauri resuscitati col DNA della zanzara alla gente che salta dai tetti delle auto in corsa, passando per le inesattezze di Gravity, i rumori delle armi nello spazio di Guerre Stellari, le manovre impossibili di Top Gun, il nerd che conquista la super gnocca solo perché insiste, le partite di qualsiasi sport giocate completamente a caso ecc… la lista è infinita e alla fin fine conta troppo la percezione personale, nel decidere cosa sia tollerabile e cosa no.

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