Guardiani della galassia

Guardians of the Galaxy (USA, 2014)
di James Gunn
con Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista, Lee Pace e le voci di Vin Diesel e Bradley Cooper

Per mesi, o forse addirittura per anni, ci hanno venduto Guardians of the Galaxy come una scommessona, forse la più grande dei Marvel Studios. Del resto, stiamo parlando di un film basato su fumetti che non hanno mai riscosso particolare successo, con protagonisti ai limiti dello sconosciuto, appartenente a un genere – la fantascienza nello spazio profondo con le astronavine colorate – che a Hollywood vedono come la peste bubbonica, con fra i protagonisti un procione e un albero antropomorfi parlanti, affidato a un regista di scuola Troma che aveva a curriculum la migliore versione possibile di Romeo e Giulietta, un film immerso nel pus, il supereroe più violento visto al cinema, una serie dedicata alle parti dei film porno in cui non fanno sesso e un videogioco all’insegna delle turbe adolescenziali deviate. E con un cast in cui gli unici due attori veramente famosi vengono usati per doppiare le due creature di cui sopra, quindi non puoi giocarti le loro facce sul poster e la loro partecipazione, sul mercato internazionale del film doppiato, sostanzialmente si perde (anche se Vin Diesel ha doppiato Groot in tutte le lingue o quasi). Insomma, una scommessa, no?

Forse no. Intendiamoci, per carità, sicuramente è più una scommessa rispetto a quanto lo sarebbe tirar fuori un quarto Iron Man, ma il fatto è che i Marvel Studios, sui progetti apparentemente bizzarri e senza speranza, ci hanno costruito il loro successo. Un successo fatto, diciamocelo, di pianificazione e anche un po’ di omogeneizzazione, grazie al quale sono riusciti sostanzialmente a portare al cinema il concetto di serie TV, al punto che oggi possono permettersi di buttar fuori un film che, pur vivendo tranquillamente di luce propria, mostra un cattivo alle spalle di tutto che si vede per cinque minuti, non sai quando apparirà di nuovo e, boh, forse, vai a sapere, sarà al centro di un film in arrivo fra due, tre, quattro, cinque anni. Hanno legato il pubblico a un marchio da cui sai bene cosa puoi aspettarti e se da un lato magari non puoi sperare nel capolavoro completamente fuori di testa e nuovo, dall’altro hai la certezza di sentirti a casa e divertirti bene o male sempre allo stesso modo. E infatti, qualsiasi cosa esca marchiata Marvel ha successo, altro che scommessa.

Intendiamoci, tutto questo lo dico da persona che – tolto L’insopportabile Hulk – ha bene o male apprezzato tutti questi film (sì, anche Iron Man 2), pur amandone alcuni molto più di altri. Ma alla fin fine il punto è tutto lì: questi hanno restituito una carriera a Robert Downey Jr. trasformandolo nella più grande star del momento, hanno creato un modello che tutti oggi si affrettano a rincorrere, hanno costruito un impero cinematografico nonostante i loro personaggi più forti fossero in mano ad altri e nessuno all’epoca credesse in quel che stavano provando a fare. Sono riusciti a far funzionare al cinema la Barbie con il martello di Odino e il biondo vestito con la bandiera americana e le alucce sulla capoccia… c’è davvero da stupirsi se ce la fanno anche con la space opera tutta matta e colorata? No, dai, non c’è da stupirsi. Anzi, tutto sommato c’è da essere allegri, perché, diciamocelo, fa piacere vedere che il successo inatteso dell’estate cinematografica americana sia un film tutto buffo e bizzarro, con gli alieni strani, pieno di blu, di arancione, di tono smargiasso e, insomma, lontano da quella fantascienza deprimente che da troppo tempo sembra debba rappresentare l’unico sbocco cinematografico a disposizione del genere.

Voglio dire, l’avevano presentato così, eh.

Voi ve la ricordate, l’ultima volta che siete andati al cinema e vi siete ritrovati le pupille invase da uno spazio enorme, profondo, lunghissimo, in cui centinaia di astronavi colorate si inseguivano da tutte le parti ed esplodevano? Io me la ricordo, era Episodio III e faceva cagare. Ecco, fosse anche solo per questo, perché hanno riportato quella fantascienza lì al cinema e perché l’hanno fatto con successo, aprendo presumibilmente le porte ad altra roba del genere, a James Gunn, ai Marvel Studios e a Guardians of the Galaxy bisogna voler bene, anche se poi magari il film non ti piace e men che meno apprezzi il modo di operare di Kevin Feige e compagni. Ci hanno restituito questa cosa qua, lo stare con gli occhi spalancati davanti a un universo bizzarro, enorme e pieno di roba che si insegue e l’hanno fatto giocando d’anticipo su quegli svalvolati dei Wachowski e quel certo altro progettino di J.J. Abrams, che comunque, diciamocelo, fa storia a sé. E l’hanno fatto con un bel filmetto. Che gli vuoi dire? Ah, io niente, figurati, sono già andato a guardarmelo due volte, perché la prima era stata in una sala che non mi convinceva, in cui si vedeva tutto troppo scuro (maledetti i siti che non ti permettono di sapere in anticipo in quale sala del multisala stai prenotando!). E poi all’Imax mamma mia, tutto colorato, tutto bellissimo, tutto che ti fonde la retina. Andate a vederlo all’Imax, Guardians of the Galaxy. O quantomeno andate in una sala di qualità, coi colori tutti belli e sparati a mille.

Blu & Arancione – The Movie.


Guardians of the Galaxy è un film perfetto? No, figurati, ben lontano. Però è, forse, il miglior risultato possibile nel contesto da cui nasce, qualsiasi cosa questo voglia dire. È un film di James Gunn figlio del James Gunn più addomesticato e col guinzaglio tirato. Gunn è uno che non ha problemi a fare quel che serve per funzionare a Hollywood (se non lo fosse, avrebbe fatto la fine di Edgar Wright) e del resto, paradossalmente, se dobbiamo credere a quel che raccontano, la sua prima stesura per il film era talmente addomesticata che Whedon e Feige gli han chiesto di metterci un po’ più James Gunn dentro. Il risultato è una roba che lo spirito del suo timoniere se la porta addosso, ma nella quale è veramente difficile non notare la museruola e non far caso a quei due o tre momenti in cui a un Gunn senza i cani da guardia al fianco sarebbe partita la brocca, per dar vita a un film completamente diverso. Ma d’altra parte stiamo parlando dei Marvel Studios, non è che ci si possano aspettare le visioni mistiche tentacolari, il dito di Dio e Michael Rooker trasformato in una larva gigante che sbava addosso ad Elizabeth Banks. Va bene così.

Ed è un gran bell’andare bene, perché Guardians of the Galaxy è un film magari molto meno originale di quanto si potesse sperare, molto inquadrato negli sviluppi, che riconduce quasi sempre all’interno di confini tollerabili ogni momento apparentemente in grado di partire davvero per la tangente e che trova i suoi unici, veri, sfoghi di follia nei due mattatori del cast (ne parliamo dopo). Ma è anche un film divertente, solido, tosto, che non perde un colpo dall’inizio alla fine, prende in giro la sua pomposità con gran gusto e ha un ritmo invidiabile. In un’epoca in cui praticamente qualsiasi film esca al cinema ci guadagnerebbe tantissimo se durasse mezz’ora di meno e i film che hanno la forza di contenersi in sacra zona 100 minuti si contano sulle dita di una mano monca, Guardians of the Galaxy si prende due ore e non ne spreca un secondo. Si apre con un prologo forse un filo troppo drammatico (ma tutto sommato giustificabile nell’ottica dello sguardo di un bambino) e poi parte a mille, mettendo assieme risate dissacranti, tono bizzarro, azione continua, senza sedersi mai a seppellire di spiegoni e tirando fuori una gag dietro l’altra. E le astronavine colorate.

A funzionare, poi, è soprattutto il cast dei protagonisti, in un film dedicato in pratica solo a loro cinque, che lascia giusto una o due scene in cui mostrare quel che sanno fare a Lee Pace e Michael Rooker, mentre gli altri si accontentano di apparire, far due faccette e levarsi di torno. Chris Pratt è un perfetto fantademente, un cretino fuori scala, smargiasso incapace che riesce però a diventare eroe quando serve, spinto da una tristezza di fondo meravigliosamente raccontata attraverso l’adorabile uso del mixtape, trovata fantastica che regala una colonna sonora magari un po’ scontata nelle selezioni, ma usata alla grande nel corso del film (e per il seguito si promette già benissimo). E questa malinconia legata alle motivazioni di ogni personaggio è il filo conduttore che va a unirli tutti, emergendo qua e là, anche un po’ a sorpresa, e creando un bel contrasto agrodolce con il tono cazzaro che percorre comunque con insistenza tutto il film. Più in generale, è proprio ben assortito il gruppo e infatti l’anima del racconto è rappresentata proprio dall’attrito nelle interazioni fra personaggi provenienti da contesti sociali e culturali così totalmente agli antipodi. Ora, non è che voglia far passare Guardians of the Galaxy per un profondo trattato di sociologia interstellare, il punto è, semplicemente, che funziona là dove deve funzionare: nel caratterizzare e far interagire fra loro i protagonisti, disinteressandosi di tutto il resto e di ciò che lo stesso James Gunn, per voce di Peter Quill, si affretta a definire MacGuffin.

Le musiche, invece, per quanto efficaci, sembrano un po’ troppo uguali a quelle di The Avengers.

E un po’ tutto il film è percorso dal tentativo di bilanciare i suoi vari elementi in maniera… come dire… controllata ma schizoide. È, di nuovo, un James Gunn che abbaia da dentro alla gabbia, che ogni tanto ci tiene a sottolineare quanto siano ridicoli i personaggi che si sparano le pose, e allora fa sbadigliare Zoe Saldana durante l’inevitabile passeggiata al rallentatore pre-finalone o piglia i due personaggi che si prendono più sul serio in tutto il film, senza mai mai mai concedersi un sorriso (l’imponente Ronan di Lee Pace e la Nebula di Karen Gillian), e li ridicolizza nei loro momenti di maggior presunta cazzutaggine. Le parti migliori del film arrivano proprio da questo spirito qui, sono in fondo anche loro spesso ristrette nei canoni del prevedibile, ma riescono a cogliere di sorpresa quando viene dato spazio ai personaggi – prevedibilmente – più interessanti.

C’è innanzitutto Rocket, assurdo e ben reso da un Bradley Cooper che fa il suo, anche se magari non ruba la scena come ci si sarebbe potuto aspettare (ma del resto è pur sempre Bradley Cooper). La verità è che Rocket funziona soprattutto nel suo rapportarsi con gli altri personaggi, per esempio in quella bella scena in cui Quill si sofferma con lo sguardo sulle sue cicatrici, nello sfogo da ubriaco al bar, nel prendere in giro il collezionista di Benicio Del Toro o nei botta e risposta polemici con chiunque gli passi davanti. Ma del resto la cosa è vera un po’ per tutti i protagonisti e non a caso fra le scene migliori del film c’è la discussione di gruppo su come affrontare il casino finale, che conduce poi alla passeggiata al rallentatore di cui sopra. Ed è in fondo anche per questo che, in maniera – diciamocelo – totalmente inattesa, il Drax di Dave Bautista e le sue risate da invasato si mangiano il film. Non solo perché è il prevedibile treno merci quando parte all’assalto e spacca tutto, ma anche e soprattutto per la bravura nella gestione dei tempi comici, per l’idea clamorosa del personaggio che prende ogni cosa alla lettera e per le gag assurde che ne vengono fuori. Guardians of the Galaxy sarebbe il suo film, se non fosse che glie lo ruba e se lo mangia l’altro attore gonfio come un canotto, per altro senza nemmeno apparire sullo schermo.

Groot è una meraviglia, una scheggia impazzita che regala praticamente ogni singolo momento di reale imprevedibilità, fa da perfetto collante fra i veri personaggi, tira fuori gag azzeccatissime, spacca tutto quando c’è da spaccare tutto e riesce davvero a raccontare parecchio attraverso tre parole ripetute all’infinito, per bocca di un Vin Diesel che, da bravo geek, ci crede davvero e interpreta il personaggio con tutta la potenza drammatica di cui è capace (ognuno ci legga quel che ci vuole leggere). E, già che c’è, fa anche da Chewbacca della situazione, con Rocket a fargli da Han Solo, nonostante poi l’Han Solo del film sarebbe in teoria Quill. E insomma, è tutto un casino. Comunque, lui e Drax sono la fonte delle gag migliori e perfino dei momenti più intensi, sia quando li vedono protagonisti, sia quando riguardano le reazioni degli altri personaggi a quel che fanno. E alla fine, se Guardians of the Galaxy vince, prevedibilmente, è anche e soprattutto perché non fallisce quando prova ad andare un pochino fuori dai canoni, anche magari nel permettere a Michael Rooker di fare lo scemo che ruba la scena a tutti in quei dieci minuti che ha a disposizione. Aggiungiamoci, e si torna al punto di partenza, che è un film di fantascienza coi mondi fantasiosi e spettacolari, pieno di cose bizzarre sparse in giro, nel quale alla solita comparsata di Stan Lee si aggiunge quella di Lloyd Kaufman (♥), in cui c’è una scena d’azione finale che ti riempie gli occhi di esplosioni là in cima nello spazio, che è pieno di gag divertenti e percorso da uno spirito adorabile, costellato di singole immagini davvero riuscite, fra mutazioni di Groot e panorami spaziali senza fine, e concentra il tutto all’insegna di una forza, un senso del ritmo e una capacità di non perdersi in divagazioni superflue che mancano a praticamente qualsiasi film uscito negli ultimi dieci anni, oltre che al sottoscritto. È un film solido e ben scritto, in cui ogni personaggio ha il suo giusto spazio, la sua caratterizzazione e delle motivazioni sensate, e nel quale Gunn – sicuramente anche grazie agli aiuti dall’alto – dimostra una mano ferma che non è mai stata esattamente la sua dote migliore. Non sarà perfetto, ma non ci si può proprio lamentare. Anzi.

 Verso l’infinito… e oltre!

Poi, certo, è l’ennesimo film Marvel in cui le scene di combattimento sono al massimo dignitose (e l’affaire Edgar Wright ci ha tolto la speranza di vedere delle pizze in faccia supereroiche fatte come si deve l’anno prossimo) ed è la classica storiella dallo sviluppo incasellato e prevedibile – però, per quel che vale, sa di esserlo e ci tiene a sottolinearlo – ma è un film azzeccato, divertente, comunque per molti versi fuori dagli schemi. E soprattutto è un film carico di promesse. C’è la promessa di mondi lontani, immersi nel blu, di là da venire, con tutto quel marasma di roba che può arrivare dagli angoli più assurdi e surreali dell’universo Marvel (e fra un paio d’anni ci riprovano con quella faccenda della magia). C’è la speranza che il successo clamoroso spinga a una rinascita delle grosse produzioni bizzarre, fuori di cozza e fuori dal normale, quelle che ci raccontano davvero i mondi impossibili che solo il cinema può raccontarci. C’è la promessa che è implicita in ogni primo episodio firmato da un regista di personalità e che spesso viene mantenuta alla seconda uscita, quella di poter slacciare un po’ il guinzaglio e partire per la tangente. E poi c’è quella cosa che si manifesta dopo i titoli di coda, che magari è solo una cosa buttata lì per strizzare l’occhio o magari è invece una dichiarazione d’intenti per un futuro migliore. Vai a sapere. In un certo senso, Guardians of the Galaxy potrebbe essere il nuovo Iron Man, per tanti motivi, che son poi quelli di cui ho chiacchierato fino a qui ma sono forse anche tanti altri. Crediamoci tutti assieme, mano nella mano.

Come dicevo, l’ho visto due volte, in lingua originale, al cinema, qua a Parigi, prima nel multisala dietro casa, che è ottimo ma ha una certa sala un po’ sfigata, e sfiga vuole che il film venisse proiettato proprio lì, perché nella sala principale ci stava Luc Besson. Poi son tornato a vederlo all’Imax e uau. I colori. Le cose giganti. Il cielo blu. Le esplosioni. I am Groot. I Want You Back.

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