I mercenari 3

The Expendables 3 (USA, 2014)
di Patrick Hughes
con Sylvester Stallone e chiunque altro sia riuscito a raccattare in giro

La serie di The Expendables non può e non vuole sfuggire dal semplice fatto di essere un agglomerato di attori più o meno famosi, più o meno decrepiti, messi assieme un po’ alla come capita per accalappiare noi pirletta che corriamo attirati dai nomi. È dichiaratamente questo, non l’ha mai negato, e del resto stiamo parlando di film la cui produzione praticamente effettua il casting tramite l’account Twitter di Sylvester Stallone, che poi modifica le sceneggiature in corsa a seconda di come si sveglia la mattina e cercando di far quadrare in qualche modo gli altri impegni di tutti i coinvolti, mentre si prova pure ad accontentarli il più possibile sui rispettivi minutaggi. Insomma, si fa quel che si può e, in quest’ottica, non dico non si potesse fare meglio, ma i risultati sono tutto sommato quasi da lodare. Io, poi, mi sono divertito con tutti e tre gli episodi, seppur in maniere molto diverse, quindi certo non mi lamento, anche se mi chiedo quanto ancora ci sia da dire al riguardo.

Rimane il fatto che fin dal primo film Stallone si è divertito a giocare sull’aderenza fra attori e personaggi, a pasticciare scambiando i ruoli e, se vogliamo anche inevitabilmente, a puntare tutto sul raccontare tanto di attori quanto di mercenari appartenenti a un’epoca lontana, forse finita. Se col primo episodio l’ha buttata – al di là di qualche gag – sull’estremamente serio e malinconico, col successivo ha sbracato nella direzione opposta, tirando fuori un tale frullato di citazioni, omaggi e vecchietti che si tiravano le gomitatine che si è praticamente arrivati alla parodia. The Expendables 3 rappresenta una marcia indietro che prova a centrare il giusto equilibrio fra le due anime della serie, ritrovando la voglia di prendere sul serio se stesso e l’azione messa in scena, ma senza dimenticarsi per un attimo di tutto il resto.

 Son ragazzi, si divertono.

E il risultato è un film d’azione vero e proprio, che si apre nel modo giusto, regala un altro paio di momenti action lungo il percorso e poi si chiude con quaranta minuti (o giù di lì) di delirio esplosivo, divertente e trascinante, nei quali praticamente tutti riescono a trovar qualcosa da fare, anche se in diversi ne escono sacrificati. E fa tutto questo senza rinunciare ai furbetti che si strizzano l’occhio, con l’intera scena d’apertura dedicata a far evadere di prigione e tornare in azione Wesley Snipes, Schwarzenegger che spara un paio delle sue battute storiche e urla “CHOPPA!” due o tre volte, attori che si scambiano frasi dai rispettivi film, Harrison Ford che guarda Jet Li e vede Shorty, frecciatine a Bruce Willis come se piovessero, Antonio Banderas che fa il desperado e Mel Gibson che oscilla fra Max Rockatansky e Martin Riggs. La cosa però non esce (quasi) mai dal seminato e trova una sua dimensione all’interno di quello che comunque prova ad essere un film e non una raccolta di sketch dei vecchietti che fanno i fenomeni da baraccone.

Il problema, semmai, è che come film non è proprio riuscito fino in fondo. L’apertura è col botto, infila due belle scene d’azione una dietro l’altra e riporta in campo Snipes attraverso un personaggio presentato in maniera intrigante, solo che poi si va a parare da tutt’altra parte. Il blocco centrale del film è dedicato alle quattro nuove leve, delle quali due sono poco più che cartonati e uno fa LOL di cognome e ci viene spinto a forza in gola come erede di Sly nonostante non faccia nulla che sia degno di nota. Si salva, per fortuna, Ronda Rousey, non tanto perché il suo personaggio abbia qualcosa da dire, quanto perché irrompe nel film come un carro armato e si avventa su qualsiasi cosa le passi davanti più o meno con la stessa delicatezza mostrata da Steve Austin nel primo episodio. Una creatura impressionante, le cui braccia possono contenere quelle di quasi tutti gli attori maschi del cast e la cui essenza può essere riassunta nel fatto che il suo viso risulta molto più gradevole e delicato quando è impegnata a fracassare le teste delle povere controfigure, rispetto a quando tenta maldestramente di sorridere e si trasforma nell’urlo di Munch.

“Mgghhrrr! Nggghjhrrhr! Fsssghggrhhgmhmpf!”

Tutto il film ruota attorno all’idea del passaggio di consegne, dei vecchi rincoglioniti che lasciano il testimone alle nuove leve, ed è difficile non vedere anche in questo un po’ di pipponi “meta” da parte di Stallone, al punto che – magari esagero – mi viene da pensare che perfino la scelta di andare per un rating PG-13 vi si ricolleghi. In fondo, i film sanguinari erano quelli che venivano girati dai vecchietti venti e trent’anni fa, l’azione d’oggi è quella in cui muoiono comunque centinaia di persone, ma non si vede una goccia di sangue e non puoi osare più di un fuck. Il problema è che questa scelta, che pure dal punto di vista tematico ci starebbe, mette un po’ troppo a lungo al centro dell’azione personaggi noiosi e finisce per ammazzare abbastanza il ritmo del film nella sua parte centrale, mentre si attende stancamente che vada tutto a rotoli e cominci il casino vero. Le scenette con cui vengono introdotti i nuovi eroi dovrebbero essere accattivanti ma fanno pietà, il loro momento action è incolore e l’unico dei nuovi ad avere un senso finisce per essere il personaggio di Antonio Banderas, a modo suo interessante e accattivante, oltre che unico dotato di un arco narrativo degno di questo nome.

Ora, magari Stallone ha volutamente proposto quattro giovani cartonati e un vecchio interessante per fare il polemico, ma il risultato è che comunque il film diventa un lento trascinarsi in attesa dei fuochi d’artificio finali, che pure ci sono e non deludono. Il paradosso sta nel fatto che, di fondo, lo spazio ai ragazzini bisognava darlo per forza, vista la loro importanza per quel che il film vuole raccontare. Certo, lo si poteva fare meglio. Il problema, invece, sta nel fatto che il cast “anziano” finisce per essere messo largamente in disparte, con Couture e Lundgren che fanno poco o nulla, Snipes che svanisce dopo un buon inizio e Statham che fa i suoi soliti duetti con Sly ma poi fa veramente poco sul campo. Schwarzy e Ford, perlomeno, sfruttano al massimo il poco spazio a disposizione, ma in compenso Jet Li è talmente di passaggio che non tira neanche un calcio o uno schiaffo. Inoltre, un Mel Gibson in formissima ha a disposizione praticamente tre scene in croce e, per quanto riesca tranquillamente a non sprecarle, finisce per essere se possibile sfruttato ancora meno di Van Damme nel secondo film. Aggiungiamoci che là dove Eric Roberts aveva dalla sua Steve Austin e Gary Daniels, là dove Van Damme si portava dietro Scott Adkins, qui Mel Gibson ha a disposizione un esercito di anonimi soldati.

Insomma, il limite di questo terzo The Expendables è che non riesce a scrollarsi di dosso fino in fondo i problemi figli della sua stessa natura, ma d’altra parte è forse impossibile riuscirci. Di buono ha che comunque si apre col botto e tutta la parte conclusiva è uno spettacolo, molto ben coreografato e messo in scena, in cui esplode qualsiasi cosa e più o meno tutti riescono a dire la loro. Fra questo, il tono nostalgico e malinconico, la valanga di piccoli omaggi e citazioni infilate con un po’ più gusto dell’ultima volta, il sorprendentemente ottimo Banderas, i (pochi) minuti in cui Snipes e Gibson riescono a farsi valere, un paio di gag azzeccate e Harrison Ford che interpreta la versione più stronza dei personaggi che l’hanno reso famoso, di sicuro c’è da divertirsi e io mi sono divertito. E certamente chi ha odiato il tono cretino del secondo film apprezzerà il cambio di rotta. Però c’è un problema: questa serie di film nasce con l’idea di mostrarmi tutti assieme in scena gli eroi degli anni Ottanta e Novanta (più qualche aggiunta moderna) che fanno esplodere cose. La scena d’azione finale del primo film lo ha fatto tutto sommato bene. La parte finale del secondo film, con tutti i limiti che ha quel secondo film, lo ha fatto in una maniera roboante, mettendo in fila Sly, Arnie e Bruce che sparavano fuoco e fiamme nello stesso fotogramma, Chuck Norris che spuntava da tutte le parti, Stallone e Van Damme che si menavano fortissimo, Statham e Adkins che pure se le davano di santa ragione e qualche altra varia ed eventuale. Nei minuti iniziali del film c’erano perfino due piroette di Jet Li. E qui? E qui c’è una scena d’azione lunga, divertente, spettacolare, che si conclude con una scazzottata fra Rambo e Riggs, per poi lasciar spazio a uno Stallone che scappa da un intero condominio che si sbriciola ma, non so, c’è anche tanto minutaggio per tre sfigati, mentre gente tipo Dolph finisce a fare da sfondo e Statham e Snipes ammazzano fantasmi in uniforme. Insomma, capisco perché molti considerino The Expendables 3 il film più riuscito ed equilibrato della serie e, nonostante l’ammorbamento testicolare del blocco centrale, posso pure concordare, ma è anche quello in cui la premessa mi è parsa sviluppata con meno convinzione e in maniera meno azzeccata. O magari è solo perché alla terza volta il giocattolo non mi rapisce più allo stesso modo. Vai a sapere.

Per non dimenticare.
L’ho visto al cinema, qua a Parigi, su uno schermo grosso (ma forse non grosso) e in lingua originale, anche perché è sempre bellissimo gustarsi in lingua originale film pieni di attori che fanno fatica ad esprimersi in un inglese coerente nonostante solo alcuni di loro abbiano la scusa di non essere nati in America. In Italia arriva fra un paio di settimane, ma tanto lo so che voi l’avete già visto in quell’altra maniera lì. Cattivi!

1 commento su “I mercenari 3”

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