Transformers 4 – L’era dell’estinzione

Transformers: Age of Extinction (USA, 2014)
di Michael Bay
con Mark Wahlberg, Nicola Peltz, Stanley Tucci e la voce di Peter Cullen

La natura del “progetto” Transformers 4 è evidentemente quella di un film che vuole lanciare una nuova trilogia senza rinunciare ad allacciarsi al passato, ma provando ad abbracciare un pubblico – se possibile, visti i soldi fatti fino a qui – ancora più ampio, smussando quelle che sono le caratteristiche forse più criticabili anche da parte di chi si avvicina a questi film con un minimo di onestà intellettuale. L’idea, probabilmente, è di continuare a spingere sul target di riferimento, quello dei più piccoli e degli adolescenti sessualmente turbati (quindi tutti gli adolescenti), scrollandosi però di dosso il tono esageratamente cretino, lurido e insopportabile di tutto ciò che, nei precedenti due film, rendeva le scene di collegamento fra un’esplosione e l’altra un’esperienza agghiacciante e gradevole più o meno quanto essere rinchiusi in una stanza con Freddy Krueger che strofina le unghie su una lavagna.

E il risultato è un film che sembra voler essere una versione lievemente più badass del primo episodio, a cominciare dal fatto che l’ormai sepolto Shia Labeouf viene sostituito dall’eroe di grandi e piccini Mark Wahlberg, grande, grosso, padre amorevole, con bandiere americane sparse per tutta la casa e financo il granaio, sempre pronto a gettar lì una battuta che non scandalizza le mamme e dotato del superpotere di infilare gli occhiali e inventare macchinari buffi come se fosse la spalla comica in un film per ragazzi degli anni Ottanta. E ancor più significativo, forse, è il fatto che Stanley Tucci non faccia la fine di John Turturro e John Malkovich nei precedenti film: non lo vediamo mai in mutande, non si getta per terra senza motivo, non fa neanche troppe faccette. Quello, chiaramente, è il segnale più forte: le cose, almeno un pochino, sono cambiate.

Ma il film insegue davvero ogni pubblico possibile. Da un lato ritroviamo i colori sparati a mille e le personalità adolescenziali per i Transformers che fanno tanto divertire i piccini, con oltretutto l’aggiunta delle caratterizzazioni estetiche ancora più macchiettistiche, fra samurai doppiati da Ken Watanabe e barboni col sigaro in bocca e la voce di John Goodman. Dall’altro, come detto, non si rinuncia alle turbe sessuali, con la stangona di turno Nicola Peltz, una sorta di Adrianne Palicki un po’ più magra e (dal personaggio) minorenne, che offre lo spunto per far battute sulle relazioni a quell’età mentre un cartonato di passaggio, nel ruolo del suo ragazzo, svolge il compito di “quello bravo a guidare in un film in cui le auto si guidano da sole”. A tutto questo si aggiunge poi il fatto che Michael Bay è – tanto quanto Gore Verbinski – un mago nel far passare sotto il visto PG-13 ammiccamenti sessuali, gente arrotata, surgelata e squartata, oltre alla morte brutale di praticamente tutto il cast robotico della vecchia trilogia. Il risultato è un Transformers in cui, di nuovo,  la parte meno importante, quella della “storia” che conduce fra una parte importante e l’altra, rimane – per carità! – assai cretina e piena di forzature, ma perlomeno non ha più il tono tutto cani che si ingroppano, testicoli robotici e personaggi che esprimono solo idiozia dei due precedenti e risulta magari non interessante o di gran qualità, ma certo ben lontana da quei livelli di fastidio. Azzardo: addirittura gradevole.

Poi, certo, il punto è un altro.

Ora, magari può sembrare poco, così come è assolutamente lecito che possa far schifo fino al vomito anche la narrazione di questo film, ma lo sforzo in questo senso è talmente evidente che negarlo significa davvero non ricordarsi cosa fosse diventata la serie. Quando ho visto Transformers – La vendetta del caduto, sono stato sommerso dalla noia e dal fastidio come se fossi di fronte a un film da festival slovacco sottotitolato in bosniaco e dedicato al pascolo delle vacche. Nonostante stessi guardando un film in formato Imax per la prima volta nella mia vita. E quando ho visto Transformers 3, dopo venti minuti stavo già cazzeggiando su Twitter. Con questo quarto episodio, invece, ho seguito un racconto vagamente gradevole, che pur conteneva la sua buona dose di idiozie, fra la storia segreta dell’estinzione dei dinosauri e il TRANSFORMIUM, ma accompagnava in maniera innocua, regalava perfino qualche risata e addirittura, attenzione, preparava in maniera dignitosa alle mazzate. E c’è pure il momento “meta”, con Bay che, in un attimo di totale e sincera confessione, parcheggia la motrice di un camion in mezzo ai seggiolini di una sala cinematografica. Poi, certo, il tutto va inquadrato anche un po’ nel contesto del genere di film di cui stiamo parlando, perché, parliamoci chiaro, se nel 2014 vai al cinema per gustarti una bella storia appassionante con il quarto film di Michael Bay dedicato ai Transformers, i casi sono due: o sei fortemente preda dell’inconsapevolezza delle tue azioni, oppure sei in malafede e lo fai solo perché ti diverti a parlarne male.

Il punto è che un film del genere lo vai a vedere perché ti interessa ritrovarti davanti, proiettati a grandezza naturale sullo schermo Imax, i robot giganti che si menano e spaccano tutto. E qui, bonus, ci sono i robot giganti dinosauri che sputano fuoco. E un’astronave enorme che a un certo punto, siccome il cattivo non ha voglia di perdere tempo nel cercare quel che gli serve, attiva la centrifuga e risucchia in cielo mezza Hong Kong. Tutto questo viene messo in scena da un Michael Bay che, fra 3D, Imax e probabilmente alcuni pesi che gli sono stati agganciati alle caviglie dalla produzione, muove ormai la macchina da presa in maniera talmente chiara che durante le scene d’azione si capisce cosa succede e si ha una visione d’insieme netta sullo sviluppo degli eventi. Pazzesco. Perfino il montaggio va a ritmi umanamente comprensibili! O magari è solo il fatto che dopo dieci anni ci si è abituati al suo modo di girare, può essere pure quello.

Fatto sta che Transformers 4: L’era dell’estinzione, quando deve dare spettacolo lo fa senza problemi, con una serie di momenti action splendidamente orchestrati, immagini talmente piene di dettagli che neanche lo schermo Imax basta a contenerle e coreografie dei combattimenti articolate e spettacolari. Addirittura, nonostante lo schema delle cose sia bene o male sempre quello, con tanto di ennesimo inseguimento su un’autostrada che viene fatta a pezzi, Bay è ancora in grado di inventarsi qualche trovata visiva qua e là. E poi, a proposito di schemi che si ripetono, c’è sempre la solita questione: a un certo punto il film finisce, il racconto si chiude e abbiamo visto la scena d’azione conclusiva… solo che quello è il momento in cui attaccano i quaranta minuti finali, interamente dedicati alla distruzione sistematica delle location più affascinanti che la produzione ha messo a disposizione di Bay in territorio cinese (anche se in realtà le riprese le han fatte a Detroit, ma fa lo stesso). Questa parte non raggiunge forse le vette allucinanti viste nell’atto conclusivo del terzo film, ma fa comunque la sua porca figura, sfonda schermo e speaker dell’Imax e, di fondo, è il motivo per cui si va a vedere una roba del genere. Il fatto di esserci arrivato senza aver tentato il suicidio nelle due ore precedenti, poi, è un passo avanti mica da ridere. Sarebbe preferibile un film in grado di raccontare una storia perlomeno dignitosa? Certo, per carità. Ma, di nuovo, chiederlo o aspettarselo da Transformers 4: Michael Bay è ancora qui non avrebbe alcun senso.

L’ho visto, come detto, all’Imax, qua a Parigi, in lingua originale, perché vuoi mica perderti Ken Watanabe che fa il cretino? L’ho visto un po’ in ritardo perché ero in ferie. Abbiate pazienza.

1 commento su “Transformers 4 – L’era dell’estinzione”

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