Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie

Dawn of the Planet of the Apes (USA, 2014)
di Matt Reeves
con Andy Serkis, Jason Clarke, Toby Kebbell, Gary Oldman

Già come il sorprendentemente riuscito, per quanto magari non eccezionale, primo episodio, anche questo secondo capitolo del “nuovo” Pianeta delle scimmie prosegue nel tentativo – raro, e forse anche per questo apprezzabile e apprezzato – di recuperare innanzitutto lo spirito dei classici a cui si ispira. Uno spirito fatto sì di avventura tradizionale, ben confezionata, semplice nei ritmi e nei prevedibili sviluppi, ma anche di pellicole in grado di riflettere e stimolare, di raccontare qualcosa sulla società e sulla natura umana mentre ti mostra azione e spettacolo. Una fantascienza di qualità, insomma, che ha qualcosa da dire e porta avanti un discorso politico coerente, magari semplice, ma in ogni caso d’impatto in uno scenario in cui siamo abituati a blockbuster che, nel migliore dei casi, sono eccellenti forme d’intrattenimento e nulla più.

Lo spunto principale di questa nuova saga sta nel raccontare sostanzialmente temi simili a quelli dell’originale tramite un’ottica diversa. Si parla sempre della carica autodistruttiva della razza umana, della sua tendenza a scivolare verso lo scontro e la guerra, ma lo si fa raccontando la storia di Caesar e del suo “nuovo” popolo molto più che la fine dell’umanità. E del resto il titolo originale parla di alba, non di tramonto. Sono passati dieci anni dal primo film e Caesar, pur conservando emozioni contrastanti nei confronti degli uomini grazie alla sua forte amicizia col personaggio di James Franco, è ora a capo di una comunità di propri simili, che sta provando a crescere, rafforzarsi e vivere come famiglia allargata. Chiaramente arriveranno gli umani a rompere le scatole, ma l’inizio del film, con quei primi venti minuti “silenziosi” interamente dedicati a Caesar e ai suoi, è un’apertura fenomenale, che subito stabilisce le regole e i confini del racconto: ancora una volta gli uomini faranno da contorno poco importante e il coinvolgimento emotivo sarà nei confronti di questa nuova specie, che sta pian piano iniziando a capire come affrontare il nuovo mondo fatto a pezzi dagli errori degli esseri umani.

Matt Reeves introduce quindi il film con un pezzo di bravura che crea fin dal primo istante un forte legame emotivo e si impegna poi a seguire i passi, di nuovo, assolutamente tradizionali di una sceneggiatura solida, curata, ma che inventa poco. Di suo, il regista di Cloverfield e del remake di Lasciami entrare ci mette almeno un altro paio di passaggi visivamente efficaci, con in testa quell’agghiacciante inquadratura dalla torretta del carro armato, ma il fascino del film sta – giustamente – soprattutto nel modo in cui racconta le scimmie. Le convenzioni di linguaggio e di rapporti fra di loro applicate all’evoluzione della specie verso dinamiche da esseri umani, il rapporto fra Caesar, che conosce anche il lato positivo dell’uomo, e Koba, che del “vecchio” mondo ricorda solo ignobili torture, certi piccoli momenti come quella conversazione serale fra Caesar e Maurice, il senso di appartenenza, famiglia, fiducia, sfiducia e soprattutto la sensazione che più le scimmie imparano ad essere umane e più scivolano inevitabilmente verso quegli stessi errori e quella stessa propensione alla crudeltà che credevano non facessero parte della loro natura.

 Sotto il pelo, l’uomo.

Come nel primo film, a fare da motore della storia, anche se in modi molto diversi, c’è un bel rapporto di amicizia fra Caesar e un essere umano, ma attorno a loro ruotano diversi personaggi dai caratteri semplici (specie fra il cast privo di peli) ma non per questo banalizzati o poco credibili. Soprattutto, si percepisce una forte attenzione nel dare equilibrio alle motivazioni e alla natura dei personaggi e, per quanto sia evidente una divisione fra “positivi” e “negativi”, il comportamento di ognuno è perfettamente sensato, comprensibile, anche giustificabile. Di fondo succede quel che deve succedere: non è strettamente “colpa” di nessuno, ma va a finire sempre così, le piccole comunità isolate vengono spezzate dai forti contrasti e la diversità di obiettivi porta al conflitto. C’è veramente un colpevole o alla fin fine è tutto scritto e inevitabile nell’essenza stessa di ciò che significa essere umani? 

Chiaramente e banalmente, se il film funziona, oltre che per la scrittura solida e le buone intuizioni di Reeves, è perché al centro di tutto ci sono le scimmie, che portano un carico di personalità e di fascino tutto particolare a quella che, di fatto, altrimenti sarebbe la “solita” tribù in conflitto con gli uomini armati pesantemente. Ma soprattutto, c’è il lavoro pazzesco di Andy Serkis, di Toby Kebbell e di tutti quelli che ruotano loro attorno, dando vita a personaggi forti, dalla potenza espressiva incredibile negli sguardi, nelle voci, nei movimenti del corpo. Tutto il conflitto interiore di Caesar, le difficoltà del suo ruolo, l’impossibilità di rimanere aggrappato a un codice morale infranto dal “virus” dell’umanità che si sta infiltrando nella famiglia di scimmie, emerge in ogni centimetro del suo corpo. I diversi confronti fra Caesar e Koba, con quello lì in particolare verso metà film, valgono da soli il prezzo del biglietto e proprio dal loro conflitto, fra l’altro, arriva forse l’unica, piccola, sorpresa del film, una svolta che tutto sommato va contro quel che ci si aspetta da questo tipo di cinema americano e che a maggior ragione sottolinea il tentativo, almeno in parte riuscito, di fare qualcosa di diverso.

Ho visto il film qui a Parigi, al cinema, in 3D e in lingua originale. Il 3D, per quanto efficace in senso assoluto, non viene particolarmente sfruttato da Reeves. O quantomeno così mi è parso. Gary Oldman è sempre bravo anche quando ha cinque minuti a disposizione. Spero che il doppiaggio italiano renda giustizia a Caesar e Koba, perché parlano poco, ma quando lo fanno mettono i brividi.

3 pensieri riguardo “Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie”

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