The Raid – Redenzione

Serbuan maut (Indonesia, 2011)
di Gareth Evans
con Iko Uwais, Donny Alamsyah, Yayan Ruhian, Joe Taslim

Il mio rapporto con The Raid è una storia che parte da lontano e che credo abbia avuto inizio quando da ragazzino mi guardavo in TV i film con Bruce Lee ma, soprattutto, alle mie feste di compleanno piazzavo tutti gli amichetti davanti al televisore ed estraevo dal mobiletto le sacre videocassette degli American Ninja, per poi procedere con la visione di gruppo all’insegna del brofist. Probabilmente c’entra anche il fatto che mia madre, santa donna, mi portava al cinema a gustarmi i film brutali di quegli anni, fra un Predator e un Robocop, spesso convincendo a testate la cassiera di turno che sì, davvero, avevo quattordici anni e vedesse di non rompere le palle. Ma nello specifico dei film con le pizze in faccia, l’amore nasce soprattutto da quella serie lì, da American Ninja. Come in tutte le rom-com che si rispettino, però, al termine del secondo atto la storia d’amore s’è incrinata, perché da adolescente mi sono fatto prendere da quell’aria da cinefilino spocchioso che agitava un carico di puzza sotto il naso e, sì, OK, John  McTiernan va bene, i film cinesi con la gente che si avvita e quelli con le sparatorie, ma solo se col nome famoso alla casella “regista”. Ma il resto, eh, insomma.

Cercavo altro. Non so bene cosa, ma lo cercavo. Forse altre esperienze prima di concedermi al matrimonio, può essere. Ogni tanto m’appariva davanti un Jet Li in Arma Letale 4, sobbalzavo e mi rendevo conto di stare perdendomi qualcosa. Ma non capivo bene cosa e lasciavo stare. Poi, però, come in ogni rom-com che si rispetti, è arrivato l’amico un po’ strano ma che ci tiene tanto al protagonista, quello che sa sempre tirar fuori la battuta azzeccata un po’ scurrile e che se lo guardi in maniera superficiale (o con la puzza sotto il naso) può sembrarti un cretino ma che in realtà ne sa tantissimo, c’ha una cultura che levati e ti dice sempre la cosa giusta. Sono arrivato a conoscerlo percorrendo mille vie che vanno da it.fan.studio-vit alla creazione di questo blog, passando per un link di qua e di là e un qualcuno che segnalava qualcos’altro, ma evidentemente era destino. Credo sia successo quattro anni fa, o forse pure qualcosina in più: sono arrivato su I 400 Calci, ho scoperto uno dei siti più belli, divertenti e ricchi di roba interessante che ci fossero, mi sono subito trovato a mio agio grazie alla mai sopita passione per i film con la gente che muore male e quelli con le astronavi, ma soprattutto ho (ri)scoperto un mondo che per qualche motivo avevo brutalmente perso di vista. Quello dei film con la gente che si tira le pizze in faccia.

Due anni fa, poi, appare la recensione, quella di The Raid. Mi sale addosso una gran voglia di vederlo, come non potrebbe. Ma per qualche motivo finisco per rinviare, rimandare, non fare ciò che devo. L’anno scorso, a un certo punto, vado a recuperare il Blu-Ray al noleggio vicino a casa in quel di Monaco della Baviera. Sì, pazzesco, videonoleggio, nel 2013, non ci si crede. Torno a casa e mi rendo tragicamente conto del fatto che l’ha pubblicato Koch Media. Quelli che mettono i sottotitoli solo in tedesco. E, boh, sono fatto così, non ci posso fare niente, mi dà fastidio, voglio capire quel che si dicono anche in un film come The Raid. Attenzione: lo riporto indietro senza guardarlo. Pazzia. Poi, però, qualche tempo dopo, durante un viaggio di lavoro a Londra, afferro il Blu-ray con la copertina tutta olografica in un negozio a caso e lo tengo stretto al cuore. Arriva poi la visione, ed è un tripudio. Ma per qualche motivo, The Raid finisce nel gorgo dei film/libri/whatever per i quali creo la bozza qua su Blogger e poi non scrivo mai il post. Chissà come mai. Magari c’entra anche il fatto che ormai cosa vuoi scrivere, su quel film? Può essere. Poi, però, ieri accade che vado al cinema a guardarmi il seguito. Perché sai, qua a Parigi succede questa cosa che ti proiettano nel multisala un film indonesiano sottotitolato pieno di gente che viene spappolata fortissimo. E m’è venuta voglia di scrivere del primo The Raid, perché sono ossessivo compulsivo.

Mia madre alla cassa del cinema.
Mentre lo guardavo, The Raid, mentre lo guardavo per la prima volta, prima di riguardarne le sequenze chiave innumerevoli volte con un clic veloce su YouTube o rimettendo al volo il Blu-ray nella PS3, soprattutto durante la prima mezz’ora, avevo un pensiero fisso in testa. Adesso, però, m’è venuto in testa il pensiero fisso che non l’ho mai riguardato per intero. Devo farlo. Vado a farlo. Comunque, dicevo, il pensiero fisso. Mi sembrava di stare guardando Aliens. Alla fine, a pensarci bene, la struttura è quella, solo spogliata di tempi morti, bambine pestifere e istinti materni. The Raid è Aliens, con un condominio indonesiano al posto della colonia sul pianeta LV-426, una squadra di poliziotti indonesiani al posto dei marine e un’orda di indonesiani incazzati neri, armati di mitra e machete, al posto degli alieni. Iko Uwaiss è Sigourney Weaver, Donny Alamsyah è Michael Biehn, Joe Taslim è Bill Paxton, Pierre Gruno è Paul Reiser e Yayan Ruhian e Ray Sahetapy si dividono rispettivamente braccio e mente della regina aliena.
Il minuto di romance iniziale è la chiacchiera prima di partire per lo spazio, la parte in camionetta è quella sull’astronave, quindi c’è l’ingresso verso l’ignoto della squadra speciale convinta di fare il culo a tutti che si ritrova assalita dall’alto e fatta a fette dagli autoctoni senza capirci sostanzialmente nulla e da lì in poi è una lotta per la sopravvivenza. È una somiglianza voluta? Ce la vedo solo io? Vai a sapere. Il punto è che improvvisamente mi sono ritrovato a guardare un Aliens tesissimo in cui i conflitti si risolvevano con i combattimenti più belli, brutali e coinvolgenti che abbia forse mai visto in vita mia. Oddio, magari esagero, ma insomma, di certo era il meglio che mi capitava davanti agli occhi da tanto tempo. Perché poi, alla fin fine, il punto di The Raid sta soprattutto lì, nel manico di Gareth Evans, che se ne va in Indonesia (lo ammetto: non ho ancora visto quel che ha diretto prima di The Raid) e realizza un film vero e proprio, non uno di quei showcase circensi dei quali magari ci si accontenta anche ma, ehi, insomma, ci siamo capiti..
The Raid è innanzitutto un film che cura molto bene il suo – esilissimo, per carità – aspetto narrativo, dandogli l’importanza minore che ha ma senza trattarlo a caso come spesso si vede. Il che, se vogliamo, è paradossale: Gareth Evans racconta una storia che potrebbe stare scritta su un angolo di un post-it, ma lo fa con cura, sintesi e rispetto, mentre Michael Bay impiega due ore a raccontare il nulla prima di far partire le esplosioni e, già che c’è, lo fa utilizzando personaggi, situazioni e trovate il cui unico fine sembra essere dar fastidio a chi guarda. Ma non divaghiamo. Gareth, il caro Gareth, mette assieme un crescendo di tensione pazzesco con pochissime trovate e lo fa esplodere in maniera brutale, pazzesca, ogni volta che iniziano a volare i ceffoni, mantenendo un ritmo inarrestabile dall’inizio alla fine. E i ceffoni, mamma mia. Li riprende come poca altra gente al mondo, seguendo l’azione in maniera chiara, gestendo i traballamenti, i movimenti, gli scatti improvvisi non allo scopo di non far capire nulla ma per seguire il gesto atletico, farti viaggiare assieme al cazzotto, e poi alla faccia della povera vittima, giù giù fino allo schianto contro il pavimento.
Mettici in mezzo delle coreografie dalla spettacolarità – e dal tasso di dolore per gli stuntman – fuori scala, una gestione degli spazi e dei tempi che levati e la bravura pazzesca di bene o male tutti quelli che si agitano sullo schermo. Spruzzaci sopra il carisma di Yayan e la maestria con cui il suo personaggio viene tratteggiato grazie a due gesti e quattro sguardi. Inserisci la cura per i dettagli, la capacità nello sfruttare e reinventare costantemente una location tanto fascinosa ed efficace quanto teoricamente limitata nelle soluzioni che offre. Rifinisci con uno scontro finale due contro uno semplicemente pazzesco per potenza, coinvolgimento e brutalità. Ed ecco il capolavoro, un film che stupisce non solo per la carica atletica e la bellezza delle coreografie, ma anche e soprattutto per il talento e l’ingegno di chi lo dirige, oltre che per la capacità di donare ai combattimenti una personalità e una forza molto particolari. Quelle di chi si fa malissimo e te lo fa sentire con tutta la sua violenza. Perfino le musiche realizzate da Mike Shinoda per la versione occidentale funzionano benissimo e, diciamocelo, non è che l’istinto mi stesse suggerendo di aspettarmelo. Insomma, The Raid è un film pazzesco e, per quanto dichiararlo il 29 luglio del 2014 lasci un po’ il tempo che trova, il blog è mio, me lo gestisco io e, per l’appunto, lo dichiaro. Ciao.
L’ho visto in lingua originale sottotitolata in inglese e devo ammettere che le voci indonesiane, immagino per scarsa abitudine, mi fanno un po’ sorridere, quando son lì che dicono le cose tutte serie e melodrammatiche emettendo quei suoni strani. Ma insomma, eh.

1 commento su “The Raid – Redenzione”

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