The Fusion

Alla fine del 2013, Roger avrebbe potuto ritirarsi. Mettetevi nei suoi panni: eliminato nei turni preliminari degli ultimi tre slam, sconfitto dai top ten in tutte le partite che contavano, dominato negli scontri diretti dalla sua nemesi.
Il nostro, osservando il paesaggio di Bottmingen dalle ampie vetrate della sua villa, ha alle sue spalle due gemelle che si rincorrono sul parquet, una moglie che pensa già a dei fratellini, una fortuna accumulata tramite gli sponsor e uno scaffale in cui un impressionante affollamento di trofei sottolinea come non ci sia più nulla da vincere, è tutto lì.
Licenziato Annacone, lo storico allenatore di Sampras, Roger ha capito che il suo gioco non può subire ulteriori rifiniture. A tradirlo è l’età, l’impossibilità di vincere gli scontri a fuoco più lunghi di tre set. Non è bastata la nuova racchetta, non è stato sufficiente guarire la schiena, perché tormentarsi con estenuanti allenamenti mattutini? Per racimolare una manciata di giochi nei quarti di finale? Per un ultimo applauso di commiato?

Roger si avvicina al telefono. Basterebbe una chiamata e gli addetti alle pubbliche relazioni informerebbero stampa, sponsor e associazione giocatori dell’avvenuta decisione. Un bel messaggio di addio, una intervista fiume alla BBC e poi una dolce pensione, spesa guardando le finali da Royal Box, impugnando un calice di Perrier Jouet al posto della Pro Staff.
Roger si avvicina al telefono, apre l’agenda, compone un numero.

Quello di Stefan Edberg.




Stefanello, sul campo e fuori, era un signore. Un distinto e bellissimo scandinavo sempre educato con arbitri, guardialinee, raccattapalle. La sua più focosa lamentela ebbe luogo al Roland Garros, quando un lob di Jim Courier lo scavalcò su una fondamentale palla break finendo abbondantemente fuori. Il guardialinee distratto non se ne accorse. L’arbitro pavido non ebbe il coraggio di correggere la chiamata su un punto così importante. Stefanello, dopo aver identificato con precisione il punto di impatto, volse lo sguardo verso quest’ultimo e gli chiese “Are you sure?”

Questa signorilità si rifletteva nel suo gioco, composto da un servizio in kick che non impediva agli avversari di rispondere, ma si limitava a rallentarne l’azione. Il suo splendido rovescio ad una mano colpiva indistintamente di piatto, arrotato o tagliato, ma non poteva compensare un diritto sgraziato, effettuato con una presa chiusa, che nella migliore delle ipotesi restituiva palle lente e lunghe. D’altronde tutto il gioco di Stefan puntava ad una cosa e una soltanto: permettergli di scendere a rete.
La locuzione “scendere a rete” indica però una serie di pratiche motorie che poco si addicono al modo in cui Stefanello si avvicinava al net, perché lo svedese non si limitava a correre in direzione dei suoi avversari. Stefanello volava. Con tre impalpabili passi giungeva nei pressi della rete e lo faceva sulle sue prime, sulle sue seconde e sui servizi avversari. L’antagonista gli serviva un bolide? Lui rispondeva in chop una palla lenta e profonda, quindi spiegava le sue angeliche ali, visibili solo agli osservatori più attenti, e “scendeva” a rete.

Una volta giuntovi risultava insuperabile, dominando longitudinalmente l’intero campo. Inutile tirargli missili nei piedi, lui li intercettava all’altezza delle caviglie e li indirizzava nell’angolo lontano del campo. Vano sparargli dei colpi di mortaio da distanza ravvicinata. Scavalcarlo con dei pallonetti? Un suicidio consapevole.

Per Stefan il Tennis era uno sport da tre colpi: servizio o risposta, prima volée, seconda volée. I suoi avversari uscivano dal campo sconfitti, frustrati e freschi come rose. Non riuscivano nemmeno a sudare, a scaldare i loro passanti. Si ritrovavano a gestire poche palle scomode, basse e scivolose, alte e senza peso, lontane dal corpo. Riuscivano, ogni tre giochi, a tirare una sabongia angolata di diritto solo per vedersela tornare indietro una frazione di secondo dopo nell’angolo opposto. Seguivano il loro servizio e si ritrovavano a dover duellare di fioretto sottorete, finendo sempre sconfitti da un cavaliere biondo infallibile nelle stoccate.



Si potrebbero spendere migliaia di parole sulla specifica partita in cui Stefan, affrontando Mecir, decise di mettere in riga una intera generazione. Sul modo in cui rispose colpo sui colpo ad un tie break giocato alla perfezione da Pete, o scimmiottò gentilmente Ivan sotto il cielo australe restituendogli un colpo dietro la schiena effettuato dal ceco pochi punti prima.


Ai fini della nostra storia è però meglio concentrarsi sulla prima delle tre finali consecutive che resero il centrale di Wimbledon il giardino privato del nostro arcangelo e di Boris.
Sul match point del primo di quegli scontri Stefan serve una seconda: Bum Bum risponde di rovescio e si ritrova a dover fronteggiare l’ovvia volée. Ancora rovescio, ancora volée, gancio di diritto che Stefan ribatte con una palla corta. Boris corre verso la rete, sa che bucare il suo avversario ai lati è quasi impossibile, decide di tirargli la palla addosso.

E quindi Stefan dice ciao ad Annette, mette le vecchie Wilson in valigia e raggiunge Roger. Sin dalle prime interviste i due spiegano che Stefanello non intende snaturare il gioco di Dogana. Impensabile suggerirgli di attaccare su tutte le palle, i suoi avversari tirano troppo forte e troppo angolato. Certo ci sarebbero un paio di modi per fuggire dalla diagonale della morte sul rovescio… Ma no, niente voli pindarici. Stefan svolge il ruolo di motivatore, costringe Roger a dare il meglio davanti agli occhi del suo idolo giovanile. Si limita a suggerire un maggiore utilizzo del back.

La cura porta a qualche timido risultato. Si torna a vincere a Dubai, si conferma la tradizionale vittoria ad Halle. Roger attacca su qualche palla in più, ma non così tante. Gli Slam rimangono comunque un ricordo del passato.


È la semifinale di Wimbledon e Roger affronta Milos Raonic, un cristone canadese capace di affondare i suoi avversari sotto trenta Ace. Sono i primi punti della partita, Milos serve un bolide centrale a 220 km/h. Roger risponde con una palla tagliata di rovescio, lenta e profonda.

La segue a rete con tre passi. Per un istante i suoi capelli sembrano imbiondirsi. La volée è corta, Milos ci si avventa come un bufalo, carica il diritto per colpire il suo avversario.

Roger lo guarda con l’aria di chi ha, solo ora, finalmente compreso. Muove la racchetta con nonchalance, senza nemmeno guardare, guidato da una mano educata.

Oggi, sul centrale e sul 203, c’è Fedberg.

Enjoy.

9 pensieri riguardo “The Fusion”

  1. Ah ma l'ha scritto Quedex? Da cosa lo avete capito? Non si è nemmeno firmato. Ok sapevo che Quedex seguisse, ma vai a sapere… Credevo che qui scrivesse solo Giopep. Ad ogni modo, confermo l'ammmore che ho provato nel leggerlo.

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