La storia della principessa splendente

Kaguya-hime no Monogatari (Giappone, 2013)
di Isao Takahata
con le voci di Aki Asakura, Yukiji Asaoka, Takeo Chii

E insomma, Isao Takahata è tornato. Magari per l’ultima volta pure lui, considerando gli anni che si porta sulle spalle, ma è tornato. Quattordici anni dopo la decisa svolta stilistica del suo precedente film, al termine di una lavorazione durata un lustro e figlia di un desiderio personale che risale in realtà a tanti anni prima, il fratello di sangue di Hayao Miyazaki ci ha concesso un nuovo sguardo sul suo meraviglioso immaginario artistico, in un film bellissimo e che vi auguro con tutto il cuore di poter vedere al cinema anche in Italia (magari senza dover aspettare ventun anni). La storia della principessa Kaguya è forse la perfetta conclusione (ma speriamo di no!) di quella che è stata la carriera di Takahata, autore molto più interessato al semplice quotidiano rispetto al suo compagnone ma in grado di filtrarlo tanto quanto lui attraverso una visione del fantastico realmente unica, mossa da una forza espressiva con pochi eguali.

Messo in scena come una sorta di acquerello d’epoca in movimento, che racconta luoghi, personaggi e storie attraverso la formidabile capacità di evocare mondi con due tratti e quattro movenze, l’ultimo film di Isao Takahata è uno spettacolo per gli occhi, le orecchie e il cuore, che rapisce dal primo minuto e immerge in un mondo a metà fra questo e quell’altro. Assorbito in maniera totale, te ne stai lì per due ore e spiccioli a seguire le vicende di questa principessa fantastica ma così umana, raccontate secondo schemi narrativi forse un po’ lontani dai nostri, ma che in fondo ricordano tante situazioni classiche anche della fiaba occidentale (basti pensare ai tentativi di conquista dei vari nobili) e soprattutto raccontano temi forti, universali, toccanti, che trascendono la natura indubbiamente aliena – e mortalmente affascinante – dell’immaginario dipinto. C’è una capacità di parlare fortissimo a chiunque anche (soprattutto) per la natura così lontana di quel che viene mostrato, di risultare mortalmente ancorati alla realtà nonostante le scelte stilistiche permettano viaggi visivi che di reale hanno pochissimo. C’è insomma una storia forte, che dice tanto e parla di noi, pur facendolo attraverso caratteri semplici e situazioni se vogliamo anche risapute. Racconta tante cose di un passato lontano che in fondo, forse, non è poi così passato e parla di vita, di morte, del poco tempo che abbiamo a disposizione e della lotta interminabile per farlo contare qualcosa, per trovare una forma di gioia che dia senso a tutto quanto.

E poi c’è la potenza espressiva devastante, incontenibile, che viene espressa in ogni attimo attraverso delle semplici movenze, un gioco di sguardi, l’espressività pazzesca di due puntini che fanno da occhi per un padre orgoglioso, l’incredibile, delicata violenza con cui si passa da slanci di gioia incontenibile a crolli improvvisi nella tristezza più cupa. Ci sono due momenti, in particolare, che rubano forse la scena a tutto il resto, pur essendo distanti anni luce. Quella sequenza in cui ti trovi ad ammirare rapito una poppante che si trascina sul pavimento, gioca, rotola di qua e di là, finalmente cammina, raccontata alla perfezione, senza bisogno di parole, con una semplicità di tratto pazzescamente efficace e realistica. E poi quell’esplosione di paura, rabbia, furore, quella corsa surreale, brutale e liberatoria per fuggire da tutto quanto e tornare improvvisamente alle amate montagne. Son le due cose che forse lasciano più a bocca aperta mentre le guardi e restano più impresse nella memoria, ma ce ne sono mille altre che raccontano tantissimo con una forza che lascia di sasso, dal semplice srotolare una leggenda sul pavimento a quel volo carico di gioia e malinconia, fino all’assurdo, fantastico, potentissimo finale, che davvero lo guardi e non sai come elaborarlo. Come per quell’altro, se si dovesse trattare dell’ultimo film, sarebbe una chiusura meravigliosa.

L’ho visto in lingua originale e sottotitolato in francese, al cinema qua a Parigi, che c’avrà tanti difetti ma è un posto in cui il film d’animazione giapponese d’autore in lingua originale sottotitolata (1) esce e (2) lo puoi vedere sul secondo schermo più grosso del multisala mainstream in centro. E che gli vuoi dire? Niente. Vai a vederlo.

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