Eric Roberts viaggia in classe economica

Non so bene cosa sia, ma c’è qualcosa che mi affascina del viaggiare per i fatti miei. Andare in giro in compagnia è bellissimo, quantomeno se la compagnia è gradevole, ma viaggiare in silenzio e con le mani in tasca, non so, è affascinante. O comunque lo è per me. Me ne rendo conto ogni volta che mi capita di passeggiare pensieroso per i corridoi di un aeroporto, anche se ultimamente (purtroppo? Per fortuna? Vai a sapere) non mi capita più spesso come una volta. Sarà che alla fin fine si passa sempre negli stessi posti e mi fa bizzarramente piacere ritrovarli. O sarà magari che ho le mie routine immancabili. Ogni volta, dopo il check in, dopo i controlli – che oggi/ieri/whatever, signori miei, ho sostenuto interamente in francese, e ne vado fiero –  mi faccio sempre i miei giretti, passo in edicola a raccogliere l’ultimo numero di un po’ tutte le varie riviste che mi piacciono e compro una bottiglietta d’acqua e una di Coca Cola. Quella di Coca Cola la trangugio mentre aspetto al gate, magari anche mangiando un panino se mi capita di partire a ora di pranzo/cena. Quella d’acqua tende a durarmi per tutto il viaggio. A prescindere dal numero di ore. Poi il viaggio finisce, mi alzo, raccolgo la bottiglietta vuota che s’è tutta accartocciata per la pressione, a volte mi accorgo che neanche l’ho svuotata, scendo, la butto. La prima cosa che faccio quando poso piede in terra straniera è sempre buttare una bottiglietta di plastica vuota. Poi pipì, chiaro. Cacca no. Quella la faccio sempre in aereo. Sempre. Perlomeno sui voli intercontinentali. Chissà come mai. Sarà la pressione.

C’è stato un periodo in cui la pressione – almeno credo che fosse la pressione – mi faceva scoprire le carie. Tornavo dal viaggio in areo e avevo magicamente un buco nel dente. Infatti sono pieno di otturazioni. Fra l’altro devo andare dal dentista. Ci devo andare da gennaio. Ma su queste cose sono una bestia. Posso anche avere il traforo del monte bianco fra un molare e l’altro, ma se non mi fa male… Che poi in aereo di solito faccio mille cose. Cerco di non dormire, all’andata, perché così arrivo, sono stanco morto, resto sveglio fino a tarda serata e poi svengo. In genere, il risultato è che il giorno dopo mi sveglio a un orario cristiano e non alle quattro del mattino. Anche se devo dire che nell’ultimo paio d’anni sto facendo una fatica sempre più devastante ad abituarmi al cambio di fuso orario. Non ho più l’età. E insomma, in genere mi porto da leggere. Le riviste, certo, ma anche il libro del momento, magari qualche fumetto… anche se questa volta di fumetti non ne ho portati. Poi c’è il telefono, con su dei giochini. Il 3DS e/o PS Vita. In questo caso solo il 3DS, nel quale ho infilato subito prima di partire per la GDC, quindi a marzo, la cartuccia di Apollo Justice. E non l’ho ancora iniziato. Ma insomma, il 3DS me lo porto comunque dietro per raccogliere Mii. E poi ci sono film e telefilm da guardare con il laptop, che chiaramente mi capita di usare anche per scrivere o giocare. In genere evito di guardare roba sugli schermini degli aerei, magari censurata e/o vittima di pan & scan, perché mi mette addosso la mestizia. Fra l’altro uso ancora con piacere le cuffie rimediate da quelli di Wargaming l’anno scorso. Ah, e poi c’è la novità da passeggio degli ultimi mesi: i compiti di francese!

È quasi superfluo dirlo, but still: nella maggior parte dei casi, mi riempio lo zaino inutilmente. No, inutilmente no, perché poi parte della roba la uso, ma tendo sempre a portare molto più di quanto realmente serva. In questo caso, poi, si va ben oltre. Di tutto il marasma di roba che c’è dentro lo zaino, in questo viaggio d’andata per l’E3 2014, non me ne sono fatto quasi nulla. Ho letto il nuovo Empire e un po’ del nuovo L’écran fantastique, entrambi comprati in aeroporto. Ho guardato Gara 1, me l’ero copiata sul telefono subito prima di uscire di casa. Ho giocato un bel po’ con Threes, ma non ce la faccio proprio a passare i trentamila punti. A un certo punto ho fatto anche una partita a Flick Kick Football, cui ormai faccio una singola partita ogni volta che viaggio. E basta, in pratica. A un certo punto del primo volo ho tirato fuori il 3DS. Ma non l’ho acceso. Che ho fatto? Mboh? Ho fatto un paio di pisolini talmente brevi che praticamente non ci sono stati. E infatti si può sostenere che sia più o meno sveglio da quasi ventiquattro ore. E se contiamo che, nelle due notti prima di partire, ho dormito più o meno cinque e cinque, potrei non arrivare vivo a destinazione. 

Ma quindi, insomma, che ho fatto? Mi sono guardato attorno. Mi piace guardarmi attorno in silenzio. Una cosa che faccio spesso, in questi viaggi, è fissarmi con l’occhio su quel che sta guardando sul suo schermino la persona seduta nella fila davanti, al di là del corridoio. Non quello seduto di fianco, no no, quello davanti, dall’altro lato. Lunghi brani di film e telefilm osservati senza sentire nulla. Così. Mi ipnotizza. Pezzi di The Big Bang Theory, Gravity, Notting Hill, R.I.P.D., Monuments Men, qualche spettacolo di un qualche comico e sicuramente qualcosa d’altro che non mi viene in mente. Guardo e non guardo, più che altro viaggio con la testa. Notting Hill e il sogno di incontrare e conquistare la stella del cinema perché in fondo sei una persona tanto bella e interessante (e hai la faccia di Hugh Grant, che, insomma, aiuta). Gli amici scemi dei protagonisti delle commedie romantiche. Julia Roberts, Hugh Grant, Rhys Ifans o come cacchio si scrive e pure Alec Baldwin che non mi ricordavo ci fosse, tutti con tanti anni di meno, che cosa buffa. Ma mi sono anche fatto dei gran viaggi mentali, dedicati per lo più a due o tre cose che ho in testa in questo periodo. E ho ripensato al fatto che ieri/l’altroieri/whatever ho rivisto, quasi vent’anni dopo, mia cugina “americana” Melissa e suo marito Gary, questa volta muniti di (due) figlie e (un) figlio tutti di un adorabile che levati. E che è stata una bella serata e le crêpes erano ottime. Che anche questa volta, come in quell’altra, mi hanno detto di andarli a trovare ad Atlanta. E che chissà se lo farò mai. Un tempo si era pure progettata tutta una bella vacanzina sulla costa est, partendo appunto da Atlanta. Avevamo comprato le guide, programmato, cosato. Ma poi non se ne fece nulla.

Con Air Canada volo sempre tanto bene. Posti larghi, comodi, spazio per le gambe. Prese di corrente e USB per ricaricare l’impossibile. Staff gentile. Cibo decoroso. No, insomma, il cibo è un po’ la solita melma, ma diciamo che non è dei peggiori. E poi stavolta ho fatto una magata al check in online e mi sono preso il posto corridoio senza nessuno davanti. Mamma mia che vittoria delle articolazioni. L’aeroporto di Toronto, poi, è delizioso. C’ha il pavimento mobile – o come si chiama – iperveloce che si trasforma in avvio e sull’arrivo e ti aspetti che parli con la voce di Optimus Prime. Ha la sua dogana USA interna per chi fa scalo, tutta automatizzata, snella e velocissima, fra l’altro pure rimessa a nuovo e ampliata rispetto all’anno scorso. Passi la carta d’imbarco al terminale, aspetti che il monitor ti dica che hanno trasferito la valigia, vai a rispondere alle canoniche domande e scopri che, rispetto all’anno scorso, hanno pure aggiunto il servizio fotografico sul bagaglio, con la guardia che ti mostra sul monitor la tua valigia per chiederti conferma che sia quella giusta. Meraviglioso. E poi in aeroporto c’è tutto quel che mi serve: Wi-Fi gratis, hamburger decenti, patate dolci, Starbucks, edicola. E non solo: ai gate hanno messo questa specie di bar dove a ogni sedia c’è un iPad dal quale godi di connessione libera, a cui puoi sederti anche senza consumare nulla e che ti permette, tramite delle app, di controllare lo status del volo, ordinare cibo e bevande, cazzeggiare in libertà. Ovviamente con prese di corrente & USB per ricaricare il ricaricabile. Relax.

A un’ora e mezza circa dall’atterraggio a Los Angeles, dopo aver fissato il vuoto (e Julia Roberts e Hugh Grant che amoreggiavano), ho deciso di estrarre il laptop e mettermi a scrivere questa valanga di inutilità. Così, tanto per. Mi piacerebbe scrivere un diario quotidiano del viaggio qua sul blog come feci tanti anni fa. L’ho anche scritto da qualche parte in un post messo in programmazione automatica. Non so se sia già uscito o se debba ancora uscire. Non importa. Tanto so che non ce la farò. Alla mia destra Hugh Grant sta correndo a riprendere Julia Roberts per il gran finale. Dopo essere salito sull’aereo, in attesa della partenza, mentre salivano le ultime persone, ho visto passare Eric Roberts che andava a sedersi nella parte posteriore dell’aereo, in classe economica. L’ho anche fissato intensamente poi quando stavamo ritirando i bagagli. Pensa te, magari non gli piace sprecare soldi. Vai a sapere.

Sento la pressione alla capoccia. L’aereo sta iniziando a scendere. Spengo, dai.

Comunque L’écran fantastique è veramente una gran bella rivista. Voglio tornare a casa. Buon E3 a tutti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.