Monument Valley

Lo scorso dicembre, non ricordo neanche più in che contesto ma ricordo che c’entrava il Castelli, m’è passato davanti un trailer di Monument Valley. Mi sembrava una cosetta carina. Altri si gasarono come se avessero visto il trailer del secondo avvento. Altri ancora lo liquidarono come hipsterata. Una settimana dopo, come mio solito, neanche mi ricordavo più della sua esistenza. Lo scorso marzo ero alla GDC che mi concedevo quegli scampoli di passeggio sullo showfloor che ogni tanto riesco a ritagliarmi fra una conferenza e un appuntamento e mi sono ritrovato davanti un tablet su cui provare Monument Valley. Ho indossato le cuffie, l’ho provato, mi sono divertito come uno scemo a pasticciare con i suoi puzzle, ho riposto le cuffie, ho dato un cinque al rappresentante di Ustwo presente in fiera e ho registrato un video. Poi il gioco è uscito su iOS, e vabbé, ma poco tempo fa si è manifestato anche su Android e l’ho subito acquistato, tutto contento di sapere che “È breve, si finisce in un paio d’ore”, condizione necessaria, seppur non sufficiente, per spingermi ad acquistare un gioco d’impulso e affrontarlo subito, in questo momento storico che mi vede impegnato a non avere il tempo per fare praticamente nulla.

Ora, detto che “È breve, si finisce in un paio d’ore” per me è diventato “Mi ci sono messo ieri sera a letto prima di addormentarmi e l’ho finito in appena un’ora, infatti ancora non avevo ancora sonno e me ne sono quindi andato a leggere un fumetto sulla tazza del cesso perché nel frattempo si era spenta la luce e mi pareva poco carino svegliare le tre femmine che giacevano a letto con me”, Monument Valley mi è piaciuto un sacco e, casomai ce ne fosse ancora bisogno (ne dubito), lo consiglio con tutto il mio entusiasmo. Perché? Perché si tratta di un piccolo, semplice, veloce gioco che sfrutta delle meccaniche di base molto azzeccate e ben congegnate per costruirvi attorno una scatola cinese di situazioni una più affascinante dell’altra, stimolando il pensiero e la sperimentazione grazie alle sue soluzioni visive fuori di cozza, alla maniera meravigliosa in cui sono costruiti i livelli più avanzati, al suggestivo impianto audiovisivo e alla semplice ma toccante narrazione, che fa tre cose in croce ma le suggerisce bene attraverso il gran lavoro su immagini e sonoro.

Poi, per carità, qualche appunto mi sembra giusto farlo, partendo proprio dalla voglia di raccontare una storia che, purtroppo, non si ferma a quel che Monument Valley mostra e fa ascoltare così bene, al meraviglioso utilizzo della colonna senziente o a quel finale così delicato. No, purtroppo s’è sentito il bisogno di appiccicarci anche un po’ di scritte qua e là, che risultano quasi sempre di troppo e delle quali alla fin fine avrei fatto tranquillamente a meno. Al di là di quello, si potrebbe discutere di complessità strutturale, perché in fondo è un po’ un peccato che delle meccaniche tanto interessanti e ben congegnate, per quanto dichiaratamente derivative, siano al servizio di un gioco che in pratica si finisce da solo. Ma qui si sconfina un po’ in una questione di interessi personali: se cerchi un puzzle game che ti metta alla prova le meningi è meglio rivolgerti altrove, perché è evidente che a Monument Valley non interessa proporsi in quel modo. Se invece ti “basta” un’oretta o due di viaggio in un mondo surreale, ingegnoso, affascinante e che comunque propone un modello interattivo che, finché dura, funziona a meraviglia, beh, sta a tre euro e mezzo di distanza. E pure di qua, ovvio.

Ho appena scoperto che danno al cinema qua a Parigi un po’ di film del Festival di Cannes. Ahia.

Spirit in the Sky!

E niente oggi va così che davvero ho un sacco da fare non ho tempo Spérnova e poi comunque che vuoi dire quando ti esce il nuovo trailer di Guardians of the Galaxy col procione Bradley Cooper che si sistema il pacco con la mano e Batista che ostenta il bazooka con quella nonchalance che pare lo Schwarzy dei tempi d’oro e poi la canzone e I am Groot ma del resto Chris Pratt è awesome e poi comunque non ce la posso fare in America esce il primo di agosto però poi in Francia arriva il 13 ma del resto in Italia ad ottobre epperò il 13 è la settimana della Gamescom e fra l’altro in Germania esce il 28 mioddio la beffa ma checcefrega tanto io alla Gamescom non ci voglio andare morissero tutti appesi e poi guarda c’è Ronan che agita il martellone e alla fine oh James Gunn ♥ e comunque ci sono le astronavi che volano nello spazio ed è tutto bello e colorato che esplode e in ogni caso secondo me alla fine alla Marvel gli riesce anche questa di far soldi col film della fantascienza col procione e l’albero parlante e poi alla fine che gli vuoi dire io a quelli ci voglio bene ♥ James Gunn ♥ e poi diciamocelo ♥ Joss Whedon ♥ e dopo tocca pure a ♥ Edgar Wright ♥ e poi vabbé dopo e allora cosa mi fate fare qualcosa a John Carpenter non so ditelo allora ditelo e BABBA BIA come faccio ad aspettare fino ad agosto c’ho l’ansia dai me lo riguardo.



Chissà com’è ‘sto nuovo film degli X-Men, intanto.

American Horror Story: Murder House

American Horror Story: Murder House (USA, 2011)
creato da Ryan Murphy e Brad Falchuk
con Dylan McDermott, Connie Britton, Evan Peters, Taissa Farmiga, Jessica Lange

Mi sono avvicinato ad American Horror Story senza saperne sostanzialmente nulla, se non i nomi dei creatori, che c’era Connie Britton in un ruolo un po’ diverso da quello di Friday Night Lights (anche se, a conti fatti, più che il ruolo è diverso il genere del racconto) e che, beh, sta scritto nel titolo, era un telefilm horror. Il motivo per cui ho aspettato oltre due anni per provare a guardarlo è difficile identificarlo, ma direi che è sostanzialmente il whatever che mi porta a seguire le serie TV un po’ a caso, come capita, guardando magari quattro stagioni in botta per poi mollare lì e recuperare anni dopo, seguendo e gradendo le prime due annate di qualcosa per poi dimenticarmene completamente e ciao. Cose così. Ecco, è capitato che, per un motivo o per l’altro, non mi sono mai messo a guardare American Horror Story fino a che non me lo sono ritrovato davanti qua su Canalsat e allora perché no?

In fondo non ho mai seguito Glee, ma sono un discreto amante di Nip/Tuck (e ancora mi spiace che il post sulla stagione conclusiva sia finito nel gorgo di quelli creati qua su Blogger e mai riempiti), ero abbastanza curioso di scoprire cosa cacchio avessero tirato fuori Murphy e Falchuk da una serie horror e sentivo parlare solo bene delle interpretazioni degli attori coinvolti. E quindi, di nuovo, perché no? E insomma, via, mi guardo il primo episodio e mi ritrovo al termine con sopra alla testa un punto di domanda vorticante, generato dal folle minestrone di roba che i due simpatici amiconi hanno infilato a forza dentro quarantacinque minuti. In quel primo episodio, praticamente, c’è tutto e il contrario di tutto. Qualsiasi cliché dell’horror possa venire in mente, qualsiasi genere di “buh”, di tecnica per provare a provocar tensione, di giochetti del vedo/non vedo, di trovate tipiche da storia di case infestate… c’è tutto, frullato attraverso lo stile esagerato e camp che ci si aspetta da loro. O che perlomeno mi aspetto io dopo aver guardato tutto Nip/Tuck e non aver visto nulla di Glee. Insomma, è il telefilm dell’orrore di chi ci ha raccontato della McNamara/Troy. Che gli vuoi dire?

E se il primo episodio lascia un po’ spaesati, dopo averci fatto la tara ci si diverte parecchio. Certo, gli spaventi son pochini, almeno per quanto mi riguarda, ma davvero lo spirito è quello del luna park dell’orrore, come per altro sembrano voler sottolineare gli autori stessi con quel continuo insistere sulla faccenda della visita guidata alle ville e più in generale con la struttura degli episodi, che fino a un certo punto sono tutti dedicati al cliché horror della settimana. E alla fin fine tutti quei cliché e quelle trovate viste mille volte sono mescolati in maniera interessante, con in più il bonus di riuscire a spingere su tematiche e su un modo di metterle in scena che, forse, in televisione non sono proprio all’ordine del giorno (anche se ormai, fra le budella di The Walking Dead e il sesso di qualsiasi cosa passi sulla HBO… ). Ma fosse tutto qui, insomma, American Horror Story sarebbe una roba gradevole ma trascurabile. E invece ci sono un paio di altri aspetti che mi han fatto venire voglia di proseguire con la seconda stagione, appena mi farò trascinare dallo spirito del whatever.

Tanto per cominciare, sotto quel tripudio di cose messe in fila un po’ alla come capita c’è una storia. Nulla di particolarmente nuovo o sconvolgente, ma con i suoi bei momenti, una serie di personaggi ben scritti e in generale una coerenza di fondo ben più solida di quanto inizialmente possa sembrare. Se fino a un certo punto sembra essere tutto un gran susseguirsi di MACCOSA, poi scatta la rivelazione a sorpresa che non solo, una volta tanto, mi ha più o meno colto in contropiede, ma riesce pure a spazzare via quasi tutte le incongruenze aggiungendo un tassello fondamentale nel funzionamento dei vari meccanismi che regolano la mitologia del racconto. E oltretutto dà il via all’ultima botta di malinconico dramma su cui la stagione si adagia fino al gran finale.A questo si aggiunge l’ottimo cast, azzeccato nelle scelte e quasi tutto notevole nelle interpretazioni: Jessica Lange si magna tutti quanti, ma anche gli altri fanno decisamente il proprio dovere. E poi c’è l’idea della serie antologica, che apre e chiude un racconto per poi passare ad altro e che concettualmente mi piace molto. Insomma, niente per cui strapparsi i capelli, ma mi sono divertito parecchio, ho trovato un intreccio che su un paio di aspetti mi ha sorpreso e voglio andare avanti.

Come detto, ho visto che sulla TV di Free (il mio provider telefonico e internettaro qua in Francia) stavano dando per intero le tre stagioni in accaddì e, beh, le ho registrate. Me le guardo con calma, in lingua originale, assaporandomi Jessicona.

Lo spam della domenica mattina: Delu-Chiacchiere!

Questa settimana su IGN si sono manifestati un mio articolo dedicato a Innogames, che sono andato a visitare in quel di Amburgo per mangiarmi un bel currywurst innaffiato di birra, e una mia anteprima su Lemmings Flockers. Per quanto riguarda Outcast, invece, abbiamo finalmente uscito un nuovo Chiacchiere Borderline, ma ho anche scritto la recensione di Super Time Force e quella di Steve Jackson’s Sorcery!, oltre ovviamente all‘Old! sul maggio del 1994.

E questa settimana, a meno di imprevisti, si registrano The Walking Podcast e Tentacolo Viola.

La robbaccia del sabato mattina: Un disastro di roba

 
OK, questa settimana mi sono segnato talmente tanta roba da menzionare che non so nemmeno da dove cominciare. Partiamo dalle nerdate, direi, segnalando che la ABC ha annunciato la sua programmazione per la prossima stagione televisiva, dalla quale si nota che durante la pausa invernale di Agents of S.H.I.E.L.D. verrà trasmesso Agent Carter. A me, l’idea di un telefilm dedicato alla cara Peggy piace un sacco e mi piace un sacco anche il logo qua sotto.

Sempre a proposito di fumetti Marvel, è a quanto pare confermato che Channing Tatum interpreterà il ruolo di Gambit, presumibilmente in X-Men: Apocalypse e poi magari in un film tutto suo. Ora, essendo lui un ragazzotto della Louisiana, tecnicamente è perfetto ma, non so, mi pare un po’ troppo bisteccone per il ruolo. Però mi sta simpatico, quindi va bene. Proseguendo a parlare di fumetti, possiamo ammirare la prima, inutile, foto dalla quinta stagione di The Walking Dead e il primo trailer per il telefilm Constantine.

E allora. Il tono sembra essere quello giusto, lui è britannico fino alla parodia (e quindi va bene), lei sembra la Rachel Weisz del discount (manco volessero trollare il film, che per altro a me nemmeno era dispiaciuto) e insomma, sembra ci stiano provando. L’unico problema è che lui, con quell’impermeabile, quel vestito, quei capelli, quella cazzimma, non so, mi sembra ci stia provando troppo, fino all’esagerazione, fino alla parodia. Sembra appiccicato su tutto il resto con Photoshop. Bah, vedremo.

Su Edge of Tomorrow, invece, non ho nulla da dire se non che a ogni nuovo trailer mi sale ancora di più la fotta. Tommaso ti voglio bene. Voglio crederci.

E niente, questo qua sopra è il Batfleck con la sua Batmobile (della quale si può fra l’altro ammirare un forse prototipo qua). Che dire? Facciamo che copincollo le cose scritte su Facebook:

+ Ben Affleck è il Batman fisicamente più adatto della storia: un metro e novantadue per tre metri di spalle e un chilometro di mascella. Certo, fa bella figura anche perché prima di lui abbiamo avuto panzoni, nani e tossicodipendenti;
+ come attore se
condo me è sottovalutato e, in ogni caso, finché deve fare quello che parla poco e se la mena molto, è OK (vedi Argo);
+ Il costume è solo, solo, solo ottimo, o quantomeno lo sembra dalla foto;
+ magari per la prima volta vediamo un Batman che si tira le pizze con qualcuno in scene d’azione girate come Dio comanda. Snyder quello lo sa fare;

– ogni settimana salta fuori un nuovo annuncio o una nuova voce su un personaggio a caso dei fumetti aggiunto al film: sembra sempre più stare diventando un pastrocchio assemblato accazzodicane e di fretta per inseguire i film Marvel (vedi Amazing Spider-Merd);
– Affleck dà quasi dieci centimetri a Cavill: vedremo Superman che, in preda a complesso d’inferiorità, passa tutto il tempo fluttuando perché si vergogna;
– Zack Snyder.

Comunque la sagra del Sad Batman è meravigliosa, va detto. Passiamo al nuovo Transformers.

OK, sarà una cacata, OK, c’ho gran paura che siano le solite due ore di merda con battute di merda e personaggi di merda ma i quaranta minuti finali di Transformers 3 sono obiettivamente molto fighi e, non ci posso fare nulla, tutto il delirio che si vede qua sopra mi fa venire una gran voglia di Imax. Boh, vedremo, dai. Ah, non c’entra niente, ma così, a caso: a questo indirizzo ci sono un po’ di informazioni su Avengers: Age of Ultron. Nulla di clamoroso, curiosità, robette. Intanto, mentre scrivevo queste parole, ho visto spuntare su Twitter il trailer di Interstellar.

E insomma, è un bel trailer di quelli che suggeriscono ma a conti fatti non mostrano molto. Che sarebbe il modo intelligente di fare trailer, se non fosse che ormai siamo abituati ai trailer che ti mostrano tutto il film in due minuti. Comunque sono sicuramente incuriosito.

Intanto, giustamente, nella settimana in cui Godzilla arriva al cinema, salta fuori il trailer di Monsters: Dark Continent, che sembra voler riproporre l’idea del film d’esordio di Gareth Edwards (il film coi mostri attorno), spostandola però in zona di guerra. Ammetto di aver fatto partire il trailer con zero fiducia ed essere stato quasi conquistato da quel minuto e mezzo scarso. Quasi, but still.

Questo, invece, è il trailer di V/H/S: Viral, che promette molto bene ed è del resto una serie a cui vogliamo bene. E, a proposito di sangue, si continua a parlare di un possibile film dedicato a Deadpool e con rating R. Mboh, io non so se crederci e non so se sperarci. Certo che, dopo due Wolverine PG13 (uno e due) in cui gli artigli non fanno la bua, sarebbe gradito. Fra l’altro, parlando di fumetti, sono spuntati un teaserino molto simpatico e totalmente no-spoiler e un vero e proprio lunghissimo trailer ultra-spoileroso per il nuovo telefilm The Flash, quello nato da una costola di Arrow.

Eh, boh, a me attira un sacco, chiaramente nella stessa ottica di telefilm tamarro, divertente e spensierato che è quello dello scemo incappucciato verde con arco e frecce. Speriamo bene, dai. Eppoi il vecchio telefilm di Flash è un mito della mia adolescenza! Comunque, chiudiamo con tre robe in fila sfiziose, divertenti, simpatiche, whatever.

Il manifesto là in cima è saltato fuori nell’internet ieri, mentre preparavo questo post. Il nuovo trailer salterà fuori dopodomani. Fotta. 

Godzilla

Godzilla (USA, 2014)
di Gareth Edwards
con Godzilla, Bryan Cranston, MUTO, Aaron Taylor-Johnson, MUTA,  Ken Watanabe, Elizabeth Olsen, Juliette Binoche

Allora, giusto a scanso di equivoci, segnalo che ho amato tantissimo Pacific Rim, lo ritengo una fra le robe più belle che ho visto al cinema l’anno scorso e i motivi li ho abbondantemente spiegati qua. Meglio chiarirlo subito, così chi mi legge può farsi i suoi pregiudizi e io posso dedicarmi serenamente all’argomento del giorno, anche considerando che, sì, Godzilla è un film di mostri ispirato a materiale nipponico, sì, ci sono sempre di mezzo Warner Brothers e Legendary Pictures e sì, anche in questo caso gran parte del succo sta nell’essere seduto in mezzo alla sala all’Imax e farsi calpestare brutalmente dalla potenza delle immagini e dei suoni con le cose enormi che ti guardano dall’alto, ma sono due film molto diversi. E qui recupero una delicata analogia che ho estratto su Twitter fra ieri e oggi. Godzilla te la fa annusare per tutto il film e te la dà solo alla fine ma, cacchio, dopo tutti quei preliminari, quando finalmente si concede, ed è un concedersi di quel livello lì, risulta veramente difficile lamentarsi. Pacific Rim parte col sesso anale alla prima scena, ti regala la scopata del secolo di verhoeveniana memoria verso metà e poi ti concede pure la sgroppatina di commiato sul finale. E in entrambi i casi si tratta dell’approccio corretto, perché sono diversi i film, le intenzioni, il tono, lo stile del racconto e le sensazioni che i due registi volevano evocare nello spettatore tutto rannicchiato piccolino sulla poltroncina.

In Godzilla non si vede quasi mai il tono giocoso, divertito, compagnone e citazionista di Pacific Rim. Ogni tanto emerge, per carità, in qualche strizzatina d’occhio forse troppo palese o in quei due o tre aspetti dei quali non si poteva fare a meno ma che risultano magari eccessivamente camp per il tono iper-drammatico del film, ma complessivamente si va a parare da tutt’altra parte. Per quanto dipinta di ruggine, senso di sconfitta imminente e disperazione, la storia degli Jaeger ci metteva a bordo di robottoni che andavano a tirar le pizze in faccia ai mostri. Il punto di vista registico rimaneva quello ancorato alla fisica realtà (si fa per dire) dell’occhio umano alle prese con cose enormi, ma era immerso, banalmente, nel gasamento del riuscire bene o male a rispondere colpo su colpo. In Godzilla gli umani sono moscerini, stanno lì sullo sfondo a osservare delle divinità che pensano solo ai fatti propri e, incidentalmente, mentre lo fanno spaccano tutto. Il caro Godzilla è un mostrone anche educato, se vogliamo: si immerge per non travolgere le navi, cerca di non dar troppo fastidio e non fa i bisogni in giro, anche se poi, ovviamente, quando passeggia fra i palazzi demolisce tutto e quando gli sparano le cannonate in faccia gli si chiude un attimo la vena sul collo e tira giù il Golden Gate. Ma insomma, anche noi, quando le zanzare ci pungono, accendiamo lo zampirone.

Ecco, lo spirito del Godzilla di Gareth Edwards è quello lì, quello delle zanzare. Gli umani ci provano, non è che non lo facciano, ma sostanzialmente non possono fare nulla se non assistere impotenti alla forza della natura, che va avanti per i fatti suoi e li ignora. Godzilla e i suoi super amici pensano ai fatti loro, spaccano tutto quanto, non degnano di uno sguardo gli insettini che ronzano loro attorno e decidono di prestar attenzione alle zanzare solo nelle rare occasioni in cui queste pungono. E a quel punto scattano gli schiaffi. In questo senso, il film di Gareth Edwards è riuscitissimo e il suo puntare tanto a lungo sul non mostrare fino in fondo le creature, sul farti vedere quel poco che l’occhio umano riesce a inquadrare, oltre ad essere di fondo anche un richiamo al modo in cui se l’era giocata Ishiro Honda sessant’anni fa, serve proprio a raccontare di questo profondo distacco fra gli esseri umani e i veri, enormi, devastanti protagonisti della storia.

L’essere umano (G. Edwards, 2014)

Nello scegliere questa strada, Edwards e i suoi sono fuggiti fortissimo dal Godzilla di Roland Emmerich e hanno provato a inseguire il tono assolutamente serio e opprimente dell’originale, centrandolo in pieno ma non riuscendo a recuperarne fino in fondo la forza tematica e drammatica. La parte iniziale del film, la prima oretta o giù di lì, ha una potenza bestiale e funziona perfettamente, anche grazie all’interpretazione viscerale di Bryan Cranston: mozza le gambe per la tensione, regala almeno un paio di scene molto forti e si conclude con una svolta riuscitissima e che, onestamente, non mi aspettavo. Il tutto, quasi senza far apparire mezzo mostro gigante e grazie all’innegabile bravura di Edwards nel far funzionare ogni singola componente, raccontando tantissimo con le piccole cose, con un’inquadratura piazzata lì su quel dettaglio, con le storie che si nascondono dietro alla caratterizzazione di ambienti e paesaggi. Il problema è che poi la narrazione viene definitivamente scaricata sulle spalle di Aaron Taylor-Johnson e il racconto si sgonfia, per altro più per limiti di sceneggiatura che degli attori in sé.

Aronne, di fondo, fa quel che deve fare, Elizabeth Olsen mette la sua forte presenza scenica al servizio di un personaggio a cui viene riservato il ruolo di quella che strabuzza gli occhi e corre a destra e a sinistra e Ken Watanabe, povero, fa il possibile per dar peso alle cretinaggini che gli fanno declamare, ma è proprio il materiale a disposizione che lascia il tempo che trova. Godzilla abbandona il tentativo di raccontare temi anche interessanti e diventa improvvisamente un film in cui non si fa altro che scappare, provare timidamente a rispondere e osservare i mostri che spaccano tutto. E intendiamoci, va pure bene, ma tutto sommato quell’inizio così forte e in generale il tono così iper drammatico e “grave” lasciano un po’ addosso la sensazione che si potesse fare qualcosa di più del solito film in cui l’esercito fa l’esercito (anche se, bisogna concederlo, i militari sono caratterizzati in maniera dignitosa e non c’è il classico generale ottuso che fa cose a caso), i protagonisti vivacchiano correndo da una scena madre all’altra, lo scienziato americano interpretato dall’attore di grido è l’unico che capisce davvero cosa stia succedendo nello stabilimento giapponese e il personaggio orientale è uno stordito che se ne va in giro con l’espressione di quello costantemente sotto acidi, parla solo per aforismi e serve come generatore casuale di didascalie per sottolineare i temi del film.

Dopodiché, parliamoci chiaro, il punto di questo Godzilla è un altro e quel punto lì viene portato a compimento in maniera eccellente. Perché se è vero che in quel momento citato prima la narrazione viene scaricata sulle spalle di Aronne, è vero anche che in quello stesso momento il film viene invece caricato sulle spalle di Godzilla e il nostro amico lucertolone, per dirla come si usa su internet fra i giovani, delivera. Nell’ottica del film di mostri che fa quel che deve fare, è difficile dirgli qualcosa di negativo. Toh, magari ti puoi lamentare perché ne avresti voluto ancora di più, ma la scelta di accumulare e basta fino all’esplosione finale ha un suo senso preciso sia dal punto di vista tematico che da quello del ritmo e funziona bene. Al di là di questo, Edwards e i suoi mettono assieme uno spettacolo per gli occhi dalla potenza rara e raccontano meravigliosamente bene il passaggio sulla terra di questa creatura completamente fuori dalla nostra portata, che esiste tanto per portar salvezza quanto per seminare distruzione. Oltretutto c’ha un musetto adorabile, lo vorrei avere parcheggiato fisso qua fuori per andare sul balcone a fargli i grattini.

Godzilla (G. Edwards, 2014)

Gli omaggi al passato non mancano e c’è tutto un continuo gioco di rimandi estremamente ben realizzato, che riesce a frullare assieme mille suggestioni e a dar vita a un’identità nuova e forte per quello che, assieme magari a un certo scimmione con cui si è tirato più volte le pizze in passato, è e rimane il mostro più iconico nella storia del cinema. Certo, ogni tanto il giochetto delle citazioni si fa troppo evidente ed esce un po’ dal film: quando per un attimo tutto si ferma, il primo piano incalza e Ken Watanabe esclama “Gojira!” m’è venuto in mente Benedict Cumberbatch che svela la sua identità facendo l’occhiolino nel secondo Star Trek, ma insomma, son cose delle quali è difficile fare a meno e in ogni caso, se ti danno il brividino, che gli vuoi dire? Io vi posso dire che quando doveva farmi tremare, beh, il Godzilla di Gareth Edwards mi ha fatto tremare. Poi, certo, io ero ben disposto, se è vero – e lo è – che già il ruggito sul conto alla rovescia dell’Imax mi ha fatto perdere il controllo delle funzioni corporee basilari, ma il punto è che il film, sul piano della potenza visiva e sonora, non sbaglia un colpo.

Ogni apparizione dei creaturi ha un impatto devastante e non si parla necessariamente solo di forza bruta. Quelle scaglie che nuotano accompagnate dalle navi, l’inevitabile assalto al treno, la devastazione di Las Vegas, un essere enorme placidamente appollaiato sulla collina alla ricerca di cibo, l’attimo di tenerezza fra due bestioni che in fondo vogliono solo metter su famiglia, le nubi nere che invadono San Francisco, il famoso tuffo dei parà dall’aereo… ma anche cose più piccole e che non necessariamente coinvolgono i mostri ma su cui si proietta brutalmente la loro ombra, da lontano, perfino (soprattutto?) quando non sono nei paraggi… è tutto incredibilmente bello, potente ed efficace ed è sicuramente un Godzilla che lascia forte la sua impronta. Poi, certo, è anche un po’ un accontentarsi, perché sotto allo spettacolo c’è molto poco e alcuni elementi, a cominciare dal discorso sull’energia atomica, per quanto poi a conti fatti fondamentali nel fare da motore agli eventi, sembrano inseriti in maniera un po’ impacciata, quasi perché si doveva. Ma insomma, è comunque un gran bell’accontentarsi e sappiamo bene che poteva andare molto peggio.

L’ho visto ieri pomeriggio, in lingua originale, all’Imax qua a Parigi, che non vanta uno schermo abnorme come quello di Londra o alcuni americani ma, insomma, eh, si difende. Ero seduto in settima fila, avevo il naso puntato verso l’alto e tremavo. Penso proprio che tornerò a vederlo.

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X22: "Il principio della fine"

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X22: “Beginning of the End” (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da David Straiton
con Clark Gregg, Brett Dalton, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Ming-Na Wen, Chloe Bennet 

E insomma, siamo arrivati al gran finale, che va a chiudere in maniera abbastanza riuscita un po’ tutte le questioni che dovevano essere chiuse, mettendo un bel punto esclamativo in fondo al racconto “globale” di questa prima stagione ma ponendo anche basi interessanti per il paio di discorsi lasciati aperti e che, presumibilmente, saranno al centro del secondo anno di Agents of S.H.I.E.L.D. Che cacchio sta succedendo alla capoccia di Coulson? Cosa sono quelle scritte sul muro? L’alienazzo blu era un Kree? I Life Model Decoy citati da Stark in The Avengers si sono manifestati in Koenig? Quando vedremo Graviton in azione al servizio del Nathan Fillion dei poveri? Chi sono realmente Skye, i suoi genitori e Flowers? Inumani? Devianti? Roba nuova inventata per il telefilm? O magari è un modo di ricollegarsi al discorso dei “miracoli” introdotto sui titoli di coda di Captain America: The Winter Soldier, che sembrano essere la versione Marvel Studios dei mutanti? Del resto, con Guardians of the Galaxy in uscita in estate, l’unico film previsto più o meno “in contemporanea” alla seconda stagione del telefilm è Avengers: Age of Ultron e quello dei miracoli potrebbe essere un buon modo per allacciarvisi, andando magari ad approfondire un discorso che nelle affollate due ore di Joss Whedon potrà avere uno spazio relativo.

Ma insomma, ovviamente, come sempre, vai a sapere. Il punto è che, in ottica futura, si tratta di un buon episodio, che fra l’altro spiega in maniera abbastanza netta come verrà affrontato il discorso S.H.I.E.L.D. dal prossimo autunno, creando una situazione sicuramente più sensata rispetto al raccontare della squadra più sfigata appartenente a un’organizzazione di super soldati. Inoltre, lo ammetto, sono anche curioso di vedere come proseguiranno le storie dei vari personaggi e cosa abbiano deciso di combinare a Fitz, che “non sarà più lo stesso”. La scena dedicata a lui e Simmons, per altro, è davvero bella, forse la migliore dell’episodio: ben scritta, messa in scena e recitata, con un forte impatto emotivo e una risoluzione finale azzeccatissima. Ad essere onesti, credo che il non aver voluto fare quel passo in più le abbia tolto un po’ di potenza, ma d’altra parte, se la cosa avrà sviluppi interessanti, potrebbe esserne valsa la pena.

Nel complesso, ripeto, l’episodio chiude in maniera molto riuscita i vari discorsi, a cominciare dall’arco narrativo di Deathlok che, del resto, aveva aperto la stagione ed è stato giusto vedere portato più o meno fino in fondo. Il momento in cui gli si chiude la vena sul collo, poi, m’ha messo addosso una discreta fotta. Al di là di quello, tanta azione, le dovute pizze in faccia fra May e Ward, la consacrazione come futuro personaggio ricorrente per quest’ultimo, la chiusura senza se e senza ma del discorso Garrett e perfino una partecipazione di Nick Fury più sostanziosa dell’altra volta. Tutto bene? Sì e no. A lasciar perplessi, più che altro, è la maniera abbastanza sconclusionata in cui l’episodio è stato messo in scena, probabilmente a causa di problemi organizzativi, con in particolare la sequenza fra Jackson e Paxton che sembra davvero assemblata col nastro adesivo e palesemente girata coi due attori mai assieme sul set. Ma l’episodio in generale ha diversi momenti in cui le gag paiono un po’ appiccicate a forza, per il desiderio di inserire il momento ganzo costi quel che costi. E, come al solito, se alcune funzionano molto bene (Fury e Coulson che prendono per il culo Garrett durante il suo monologo delirante), di altre si poteva anche fare a meno. È un peccato, perché la prima apparizione di Fury e la sua chiacchierata conclusiva con Coulson sono ottime, ma la gran battaglia finale perde un sacco di potenza proprio per il senso di “distacco” che la caratterizza. Però, insomma, dai, ci possiamo accontentare e anzi, nonostante i problemi, è sicuramente una fra le migliori puntate fino a oggi e rappresenta un ottimo modo per chiudere l’anno.

E adesso corro a vedere Godzilla all’Imax, scusate.

Another Earth

Another Earth (USA, 2011)
di Mike Cahill
con Brit Marling, William Mapother

Quando si chiacchiera di fantascienza, horror e derivati arriva quasi sempre il momento in cui si afferma che il tal film o il tal regista usa il genere come pretesto per parlare d’altro. Quante volte l’ho fatto pure io qua dentro? Tante. Fra l’altro il bello è che, a seconda di come ti gira, questo tipo di mossa può essere visto tanto come scelta di spessore, positiva, che eleva il film e gli permette di varcare dei fantomatici confini, quanto come scappatoia brutta, cattiva e irrispettosa, da parte di un regista che si crede grande autore e non rispetta il genere. Maledetto. Ecco, per come la vedo io, Another Earth è un caso di film che riesce a giocarsela in maniera onesta e azzeccata, perché prende sostanzialmente due storie che avrebbero magari funzionato anche per i fatti loro – una legata ai drammi esistenziali dei protagonisti, l’altra a un avvenimento fuori dai limiti del possibile – e riesce a intrecciarle come si deve, rendendole interdipendenti in maniera sottile, mentre avanzano parallele senza dedicare poi troppa attenzione l’una all’altra.

Da un lato ci sono le vicende di Rhoda, cui capitano fattacci tutto sommato visti in tanti altri film (tipo Out of the Furnace, che comunque è successivo) e che s’imbarca in una classica storia di colpe profonde, tentativi di redenzione e voglia di rimettere un po’ in piedi la propria vita. Dall’altro c’è questa faccenda bizzarra di una seconda Terra che si manifesta all’improvviso nel cielo, come se fossimo in un fumetto di supereroi con le realtà parallele e il Batman della Golden Age. E a uno sguardo superficiale può davvero sembrare che la seconda cosa sia solo un pretesto buttato lì per tirarne fuori un po’ di splendide immagini, che per altro splendide e incredibilmente evocative lo sono davvero. Ma in realtà la sceneggiatura a quattro mani di Mike Cahill e Brit Marling riesce molto bene nel tentativo di creare un racconto organico, in cui quel maledetto pianeta “di troppo” finisce per fare da motore principale per la maggior parte delle azioni compiute dalla protagonista. Senza contare il fatto che la cosa contribuisce a creare un’atmosfera completamente surreale e straniante, arrotolata attorno agli eventi del racconto, e che gode comunque di un suo sviluppo ben preciso e coerente, raccontato a spizzichi e bocconi, attraverso una trasmissione radio, un’apparizione televisiva, un accenno in una conversazione, quasi come se fossero elementi di un found footage, messi lì all’insegna della narrazione ambientale da videogioco moderno.

A rendere il film forse un po’ meno riuscito di quanto onestamente sperassi è la brutalità con cui esprime la sua natura di opera prima messa assieme con quattro soldi e per mano di un regista ancora poco esperto. Non che per raccontare questa storia servissero milioni di dollari ed effetti speciali all’ultimo grido, anzi, se Another Earth funziona è anche per il suo minimalismo, ma c’è una forte discontinuità nella messa in scena, certi raccordi di montaggio sono un po’ raffazzonati e il cast di attori, tolta la notevole protagonista e co-sceneggiatrice, non è che faccia proprio gridare al miracolo. Per carità, si tratta per lo più di comparse che fanno il loro mestiere, ma alla quarta volta che William Mapother si mette la mano sulla tempia per comunicare il suo stato di estrema tensione, onestamente, mi sono un po’ cascate le palle. Ma son problemi minori, forse inevitabili in un film del genere e che comunque non vanno ad eliminarne (anzi, magari finiscono per esaltarne) i pregi, compresi quel bel finale mozzato e tutti i pipponi mentali sul chissà cos’è successo di preciso.

Secondo me (spoiler?) nell’altra Terra è morto pure lui.

Mosse vincenti

Win Win (USA, 2011)
di Thomas McCarthy
con Paul Giamatti, Alex Shaffer, Amy Ryan, Bobby Cannavale

Win Win ha tutte le carte in regola per poter essere uno di quei piccoli, deliziosi, struggenti e affascinanti film dedicati alla provincia americana, capaci di mostrarne un’anima nascosta fatta sì di umorismo, ma anche di caratteri sfumati, piccole meschinità e, sostanzialmente, gente che c’ha la rogna addosso. Parte proprio da quello, da un protagonista, deliziosamente interpretato da Paul Giamatti, che si propone come persona di spessore, solida, buona, sostanzialmente l’eroe del quartiere, ma che di fronte all’occasione per sfangarla imboccando la via d’uscita facile non perde poi troppo tempo a rifletterci: procede. E questo è un film che in Win Win c’è, ma che sulla distanza finisce per trasformarsi in altro, seguendo il percorso classico della commedia a sfondo sportivo, delle storie di redenzione e catarsi, di talento, genio e sregolatezza.

Tutto questo non lo rende necessariamente un film peggiore, ma certo più prevedibile e ordinario, meno ambizioso e in grado di sorprendere. Tanto più che, da quel che leggo in giro, i precedenti di Thomas McCarthy erano in questo senso più coraggiosi e coerenti. E io mi fido, dato che non li ho visti. Sta di fatto, però, che pur nella semplicità di tanti aspetti, del quartiere tutto pulitino e colorato stile Mulino Bianco o del personaggio della moglie che sembra uscito da una commedia americana a caso di vent’anni fa,  Win Win è un film assolutamente godibile, gradevolissimo, da cui è facile lasciarsi coinvolgere se si apprezzano le commedie che comunque non rinunciano a una punta di amarezza e i film sportivi che, pur facendo lo slalom fra un cliché e l’altro, riescono a gettare sul piatto almeno un paio di svolte non necessariamente da manuale.

Poi, certo, conta tantissimo anche il cast azzeccato, su cui svetta inevitabilmente un Paul Giamatti totalmente a suo agio nel raccontare la difficoltà di un personaggio e di un uomo normali, alle prese con la voglia di fare bene, il desiderio di non rinunciare alla propria strada, la piccola e grande meschinità in cui tutti, prima o poi, finiscono per scivolare almeno un po’. Attorno a lui girano bene più o meno tutti, compreso il giovane Alex Shaffer, palesemente più a suo agio con le scene di lotta che altro, ma tutto sommato quasi sempre efficace il giusto, e risulta forse un po’ fuori posto solo Bobby Cannavale, al punto di sembrare quasi prelevato da un altro film e piazzato qui per sbaglio.

L’ho chiamato Win Win per tutto il post perché mi veniva così e perché, oh, alla fine l’ho visto in lingua originale, e Paul Giamatti e il suo brontolio vanno ascoltati in lingua originale. Comunque, sì, dalle nostre parti s’intitola Mosse vincenti.

Un giorno come tanti

Labor Day (USA, 2013)
di Jason Reitman
con Kate Winslet, Josh Brolin, Gattlin Griffith

Un giorno come tanti è il titolo previsto per la versione italiana di Labor Day, “prelevato” dal libro di Joyce Maynard su cui è basato. Sarebbe dovuto arrivare al cinema lo scorso marzo ma, da quel che leggo in giro, la Universal ha cambiato idea e non se n’è fatto nulla. Il motivo non credo sia stato reso esplicito, ma immagino che il sostanziale flop al botteghino americano e la raffica di schiaffi rifilata dalla critica, con un bel 33% al pomodorometro, abbiano giocato un ruolo nella decisione. Fra gli schiaffi, però, emerge qualche voce fuori dal coro e devo dire che io mi schiero da quella parte, perché Labor Day è sì un film spiazzante o comunque lontano anni luce dai precedenti di Jason Reitman ed è sì un melodramma zuccheroso e sempre a un passo dallo sfondare la barriera del ridicolo, però, per come la vedo io, quel passo non lo compie.

L’unico, vero, elemento ricorrente dei film di Reitman che si trova anche qui sta nel proporre un protagonista con ampi tratti negativi (questa volta un evaso di prigione), ma per il resto non c’è traccia del tono da commedia sarcastica e del ritmo di Thank You For Smoking, Juno, Tra le nuvole e Young Adult. Ci si tuffa invece in un melodrammone molto più semplice, classico, se vogliamo anche ingenuo. Un film tutto incentrato su sguardi, gesti e silenzi, di quelli in cui non succede poi nulla di sorprendente e, anzi, ogni singolo elemento fa quel che ci si aspetta, ma gli attori sono talmente bravi e il regista fa funzionare tutto talmente bene che non puoi fare a meno di fartene rapire. O di esserne disgustato, anche, se la zuccherosità ti provoca esplosioni allergiche.

Ci sono dei problemi, per carità, e il finale, forse, quel passo di troppo lo fa, ma Reitman riesce a tenere ogni cosa assieme con una padronanza se vogliamo anche insospettabile, visto il distacco dalle sue precedenti regie, ed è facile lasciarsi trasportare dal calore e dalla passione che emergono in maniera brutale, senza alcuna vergogna. Insomma, Labor Day è un film che funziona. Funziona l’utilizzo dei flashback per raccontare il passato del personaggio di Josh Brolin senza usare una singola parola. Funziona a meraviglia il modo in cui Reitman si sofferma sugli sguardi, gli accenni, le piccole cose, per raccontare tanto. E funzionano anche quegli improvvisi momenti di tensione, in cui ci si stacca dalle storie di famiglia e la realtà torna a ricordarci che, di fondo, stiamo seguendo le vicende di un evaso di prigione. Dove magari il film perde è nelle occasioni in cui si affida troppo alla voce narrante e al raccontare tramite le parole, ma quando Reitman ha il coraggio di dedicarsi completamente allo sguardo, ai suoni e al profumo, dimostra ancora una volta di essere uno fra i migliori e (ormai non più tanto) nuovi registi in attività.

L’ho visto qua a Parigi, al cinema, in lingua originale, che merita perché gli attori son davvero tutti molto bravi e ascoltarli come si deve fa tanto. Non ho veramente idea di se e quando possa arrivare in Italia.