Agents of S.H.I.E.L.D. 01X17: "E gira, gira, gira… "

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X17: “Turn, Turn, Turn” (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Vincent Misiano
con Clark Gregg, Brett Dalton, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Ming-Na Wen, Chloe Bennet 

La leggenda narra che quando, mesi e mesi (e mesi) fa, Joss Whedon e i suoi superamici proposero a Kevin Feige di realizzare una serie dedicata allo S.H.I.E.L.D. la risposta fu, più o meno, “Ficata! Però ci sarebbe una cosetta che dovrei dirvi… “. All’epoca, Captain America: The Winter Soldier era in lavorazione da tempo e, oltretutto, Feige sostiene continuamente di avere in testa i prossimi centododici anni di film Marvel con una sicumera che neanche George Lucas quando giura che Star Wars l’aveva pianificato tutto dall’inizio. E insomma, il punto è che si sapeva già che il secondo film del capitano a stelle e strisce avrebbe raccontato quelle cose e un telefilm sullo S.H.I.E.L.D. non avrebbe potuto fare a meno di uscirne fatto un po’ a fette. Col senno di poi, guardando indietro, anche alla luce di alcune più o meno piccole rivelazioni emerse in questo episodio, è difficile non ripensare alle prime sedici puntate di Agents of S.H.I.E.L.D. come a un lento e tutto sommato ben orchestrato prepararsi per arrivare fino a qui, seppur ogni tanto girando anche un po’ in tondo (soprattutto con le pause fra una messa in onda e l’altra, ma non solo) e senza per questo voler negare che ci siano stati diversi episodi a dir poco deboli.

E più o meno tutto finisce per trovare un senso preciso, anche le cose più assurde. Perché il team così raffazzonato e inesperto, con solo un paio di agenti “seri” e una banda di novellini un po’ incapaci lanciati allo sbaraglio, era tutta una macchinazione di Nick Fury per piazzare Coulson sul campo ma tenerlo allo stesso tempo in un ambiente controllato, manipolandone il processo di guarigione fisica e mentale. Perché il clima di dubbi e paranoie sempre più forte da un episodio all’altro si è svelato essere sintomo di un male enormemente più grosso, esploso nell’ultimo film Marvel e rovesciato a catena su questo episodio, che si svolge più o meno in parallelo a quegli eventi. E il risultato è non solo la miglior puntata a oggi della serie, ricca d’azione ben messa in scena, di sviluppi appassionanti, di personaggi trattati come si deve e di bel potenziale per il futuro, ma anche un crossover fatto come si deve, se vogliamo pure coraggioso nel suo spoilerare un film appena uscito al cinema e che fa dimenticare l’operazione un po’ ridicola che fu il pubblicizzato incrocio con Thor: The Dark World. Tra l’altro, al di là delle conseguenze più evidenti, ci sono tante piccole cose che non sono emerse in maniera netta e potrebbe essere piacevole vedere affrontate, a cominciare dall’amicizia che c’era fra Coulson e Sitwell. E poi quanto è ganzo il logo Hydra alla fine?

In tutto questo, il bello è che il crossover è fondamentale ma non necessariamente “invadente”: immagino che senza aver visto il film si possa guardare la puntata senza problemi, ma con in testa quegli avvenimenti, beh, tutta la prima parte, in cui si mettono in dubbio le motivazioni di ogni singolo personaggio, assume un peso diverso. I vari colpi di scena, poi, sono molto azzeccati, al punto che riescono ad avere un bell’impatto anche se vengono bene o male tutti telefonati con cinque minuti d’anticipo (e, in generale, era veramente “necessario” che, in questo contesto, uno dei personaggi chiave si rivelasse membro dell’Hydra) e tutti i personaggi vengono fatti interagire con la situazione in maniera coerente e intelligente, anche nei piccoli dettagli. Bello, per esempio, il comportamento di Fitz nel momento peggiore, perché coerente col personaggio ma equilibrato, senza sbracare, interessante l’atteggiamento di Simmons che, in linea teorica, non è da escludere sia pure lei prossima a un voltafaccia, divertente vedere Garrett che non si trasforma nel cattivo con monocolo e conserva l’essenza piaciona del personaggio, azzeccata la svolta di Ward, con la speranza che rimanga tale e non venga ritrattata nei prossimi episodi: quell’inquadratura finale può suggerire qualsiasi cosa e sicuramente ci sta che il personaggio abbia dei rimorsi, ma se poi si rivela tutto un articolato triplo gioco o se scatta la redenzione, boh, secondo me è un po’ una sconfitta. Al di là del fatto che redimersi dopo aver fatto fuori tre innocenti a sangue freddo mi sembrerebbe troppo anche per certe evoluzioni a tratti forzate che si sono viste in questa serie. Bottom line: voglio andare avanti.

Ma la prossima settimana sarò in un posto nel quale l’internet arriva a malapena, quindi mi sa che mi toccherà aspettare più del dovuto.

Lei

Her (USA, 2013)
di Spike Jonze
con Joaquin Phoenix, Amy Adams e la voce di Scarlett Johansson

Mentre guardavo i minuti iniziali di Her, che chiamerò Her perché mi piace di più, voglio fare il rompipalle coi titoli originali e mi fa strano scrivere Lei, che poi sembra che stia parlando di qualcuno e comunque adesso ci metto un punto, ché mi sto incasinando. Dicevo, mentre guardavo i minuti iniziali di Her, mi sono ritrovato a pensare che, in effetti, è abbastanza vero: se scavi nell’hard disk di una persona, oggi come oggi, ci trovi tanto che la descrive. Ed è ancora più vero, soprattutto oggi, se allarghiamo il concetto di hard disk e diciamo che si parla del pezzo d’hardware in cui la tal persona conserva le sue cose, poco importa se si tratta di uno smartphone o altro. E dai, infiliamoci pure il cloud, se proprio dobbiamo. Non è solo una questione di cosa ci si trova dentro, delle foto, delle e-mail o di chissà che, ma anche di come tutto questo è sparso in giro, di cosa invece non c’è e di tanti altri piccoli dettagli che poi, se li analizza un’intelligenza artificiale con la voce di Scarlett Johansson, finiscono per definirne il proprietario anche meglio di come saprebbe farlo lo Sherlock Holmes di Benedetto.

Ma intanto il film andava avanti, senza preoccuparsi di quel che pensavo io, e a un certo punto mi sono ritrovato a pensare che, dai, l’Oscar alla sceneggiatura ci stava proprio tanto bene. Per la precisione m’è saltato alla mente durante l’amplesso, quando c’è quell’improvviso stacco sul nero che ti proietta nel mondo dell’immaginazione grazie alle perfette voci dei due attori. E non è che sia solo quello, perché poi ci sono i dialoghi frizzanti, quella scena iniziale così perfettamente costruita, l’incedere costante e impeccabile, il modo meraviglioso in cui Jonze riesce a prendere una commedia romantica assolutamente classica, aderente in tutto agli stereotipi del genere, e usarla però per raccontare qualcosa di moderno, particolare, nuovo, che riesce comunque a dire cose interessanti. Her ragiona su cosa possa significare essere un’intelligenza artificiale e su come la sua esistenza modificherebbe il mondo e le persone attorno ad essa, racconta tante cose con cui molti si trovano in imbarazzo trattandole invece alla perfezione, trovando chiavi comiche inedite, sincere, spiazzanti e poi alla fin fine sfruttando il pretesto fantascientifico per parlare soprattutto d’altro, del suo protagonista, di amore, solitudine, rapporti umani e lotta contro i ricordi. Paradossalmente, nonostante di fondo proponga tutte le svolte narrative che ci devono essere, mentre lo guardavo, Her riusciva a sorprendermi e farmi chiedere cos’altro si sarebbe inventato e lo faceva raccontando una semplice e prevedibile commedia sentimentale americana classica, che non mi risultava praticamente mai stucchevole e pesante, solo delicata, intelligente e adorabile.

Dopodiché, alla sua seconda apparizione, ho agitato il ditino sorridendo e indicando Chris Pratt, bisbigliando “Ma… ma… ma… ” mentre mi rendevo conto che stavo ascoltando la voce dell’omino Lego, e al mio fianco ho visto muoversi una testa a indicare un vigoroso “Sì.”

Nei minuti successivi è arrivato quel momento che si manifesta ogni volta che guardo un film in cui c’è Amy Adams. È il momento in cui penso “Porca miseria quanto è brava Amy Adams”. La cosa fantastica è che non arriva mai subito, perché all’inizio non ci faccio proprio caso: è troppo brava, troppo naturale, troppo calata nel ruolo, mi limito a goderne senza rendermene conto. Poi, però, succede qualcosa che mi fa accendere la lampadina e me ne ricordo. Mi ricordo anche che, ehi, lo sapevo già che è tanto brava, non è mica la prima volta che la vedo, ma non posso fare a meno di stupirmene. E porca miseria se anche qui è brava, mostruosamente naturale, perfetta, credibile, pazzesca Amy Adams. Oltre che portatrice sana di una bellezza tutta semplicina e disarmante, ancor più in un film che fa di tutto per renderla ordinaria e lo fa quando ancora ho nella capoccia la versione bomba sexy vista in American Hustle.

Ed è stato più o meno lì, da qualche parte durante la fase centrale del film, mentre ero affascinato e sedotto, mentre ascoltavo la voce di Scarlett Johansson un po’ roca e mi dicevo che se non la inquadrano è proprio brava pure lei, che mi sono ritrovato a pensare a Roger Ebert. O, meglio, a quanto mi sarebbe piaciuto leggere una recensione di questo film firmata da Roger Ebert. Ho proprio una voglia matta di leggerla, quella recensione, e invece non potrò mai farlo, a meno che non saltino davvero fuori le intelligenze artificiali capaci di ricreare lo spirito, il cuore e la passione di chi non c’è più. Cacchio, se mi manca, poterlo leggere. Oddio, ho già capito, adesso vado a saltellare fra un link e l’altro e a rileggermi cose di e su Rogerino Ebert. Torno subito.

Tic-toc-tic-toc-tic-toc…

A un certo punto, mentre guardavo il film, mi sono ritrovato a pensare a queste cose qua, a queste cose che avrei scritto nel post sul blog, un po’ così alla rinfusa, invece di mettermi a chiacchierare del film in maniera normale, perché in fondo che ne vuoi dire? Pensavo anche a quel che sto scrivendo in questo paragrafo qua, e adesso mi si sta arrotolando il cervello. E uno potrebbe chiedersi perché non stessi invece pensando al film. Ma in verità ci stavo pensando, al film, contemporaneamente. E me lo stavo anche guardando e vivendo con passione, senza pensare ad altro. In pratica funzionavo come l’intelligenza artificiale, mille cose assieme a compartimenti stagni intercomunicanti, indipendenti ma anche collegati, con Joaquin Phoenix che si siede sulle scale e osserva tutti quelli che passano di fianco a lui, non più zombi con lo sguardo affossato dentro l’app di Facebook ma comunque ipnotizzati a chiacchierare con persone fatte di numeri e virgole, mentre lui si chiede quali fra di loro siano le persone che condividono l’amore che sta perdendo.

E poi, pian piano, sono arrivati i titoli di coda e io mi sono ritrovato a pensare che, ehi, pure Joaquin Phoenix è di una bravura e una naturalezza come al solito fuori scala, che qui mette in mostra tenendo in piedi tutti quegli scambi a due con il suo solo volto, dovendo affidare unicamente alla propria espressività tutte le emozioni trasmesse. Pazzesco. E mentre pensavo a questa cosa, mi sono ritrovato a sorridere per l’omaggio a James Gandolfini e a ridacchiare scoprendo che quelle due altre voci erano di Kristen Wiig e Brian Cox. Poi son tornato a casa chiacchierando con la mia Her, giungendo alla conclusione che il film ci era piaciuto da matti. Abbiamo mangiato qualcosa, mi sono dovuto mettere a lavorare per finire un paio di robe che m’ero lasciato alle spalle in un pomeriggio convulso e ho deciso che, prima di andare a dormire, dovevo scrivere questo post. Poi lo rileggo e pubblico domani, non importa, ma avevo bisogno di scriverlo subito. Così, un po’ a caso.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale. Solo ieri, perché è andata così. Leggo in giro che oltre un terzo delle copie distribuite in Italia era in lingua originale. Bravi. Fra l’altro si sono fatte quasi le due, magari dovrei anche andare a dormire, ché mi aspetta un’altra giornata pesante. Buonanotte.

Quasi amici

Intouchables (Francia, 2011)
di Olivier Nakache, Eric Toledano
con François Cluzet, Omar Sy

Ricordo che un paio di anni fa si era chiacchierato parecchio di Quasi amici, clamoroso successo del cinema francese capace di ammaliare tutti quanti anche in Italia, e indubbiamente m’era rimasta addosso una certa curiosità, soprattutto di capire se i suoi meriti andassero oltre al fatto di saper raccontare in maniera accattivante temi che hanno sempre presa facile. Aggiungiamoci che in questo periodo che sto cercando di leggere e guardare roba in francese per alimentare i miei studi della lingua – che procedono, nei limiti del possibile – ed è andata a finire che qualche settimana fa ho comprato in un negozio qua a Parigi il Blu-ray a prezzo stracciato e ce lo siamo poi guardato, in lingua originale e con tanto di sottotitoli in francese (ho ancora i miei limiti, eh!). E, beh, ecco, insomma, bellino, eh, gradevole e tutto sommato delicato nello sfiorare temi difficili, però allo stesso tempo incapace di distaccarsi troppo dalle classiche formule di questo genere di film.

Alla fin fine si tratta della classica storia da ricchi che, anche loro, poveretti, piangono, con sparata dentro una bella iniezione di aristocratico puzzone che crede di sapere tutto ma vede invece la sua vita rivoluzionata in meglio dal pezzente selvaggio e vitale. Da un lato, il riccone che può tutto ma in fondo vive una vita triste e inquadrata, più per limiti dati dal suo status sociale e dalla sua chiusura mentale che dall’handicap che lo costringe sulla sedia a rotelle, dall’altro l’uomo di colore di bassa estrazione sociale, che viene dall’Africa, ha il ritmo nel sangue, sa come si vive e che per goderti la vita devi infrangere qualche regola e farti le canne. Son stereotipi visti mille volte, né più né meno che quelli di un film d’azione o dei supereroi svolazzanti, qui però messi in fila dai due registi con uno stile gradevole e la capacità di lasciarsi andare a una comicità naturale e a tratti perfino sbracata.

Ma a far davvero funzionare il film sono soprattutto gli attori: molto bravo François Cluzet nel comunicare un’intera persona solo grazie a volto e voce, eccellente Omar Sy nel trascinare con la sua semplicità, spontaneità e fisicità. È per entrambi esattamente ciò che richiedono i rispettivi personaggi, ma tutti e due riescono a trasformare i loro sagomati in figure convincenti e alle quali è difficile non voler bene. E alla fine, perché un film del genere faccia quel che deve, non si scappa, devi affezionarti ai protagonisti e ritrovarti a gioire e soffrire con loro. Se Quasi amici ce la fa è grazie agli attori e alla bella intesa che si sviluppa fra i due, raccontando del rapporto quasi simbiotico che può venirsi a creare fra una persona in quelle condizioni e chi la cura andando ben oltre il semplice dare una mano sugli aspetti pratici della vita. Pazienza se poi, in tutto questo, resta addosso un film proprio semplice, stereotipato e in molte cose superficiale: quantomeno, rispetto a tanti altri su questo filone, non è stucchevole e tragico in maniera fastidiosa. Anzi.

Ricordo che a un certo punto si parlava della possibilità che ne venisse realizzato un remake italiano. È poi accaduto? C’è Claudio Bisio?

Arrow – Stagione 1

Arrow – Season 1 (USA, 2012/2013)
con Stephen Amell, Katie Cassidy, David Ramsey e un altro po’ di gente

Per me, i telefilm basati sui personaggi della DC Comics sono sempre stati solo due: il Batman che sappiamo, quello tutto gosh, gasp e dinamico duo che s’arrampica sul lato del palazzo con la gente che spunta dalla finestra, e il Flash con John Wesley Shipp, che era spuntato nel momento giusto per affascinare da matti il me ragazzino e da poco invischiatosi con la lettura di fumetti in calzamaglia. Non so bene quale sia il motivo, ma ho sempre schivato con cura le varie incarnazioni televisive di Superman, Smallville compreso, senza riuscire a trovare il desiderio di conceder loro più che uno sguardo distratto quando capitava. Magari era solo una questione di tempismo, di momento sbagliato, e se Smallville iniziasse domani, boh, ci proverei, ma tant’è, è andata così. Per qualche ragione, però, m’è venuta voglia di provare a guardarmi Arrow. Sarà che ne leggevo e me ne dicevano cose positive, sarà che m’è venuto il dubbio che pure la DC avesse una mezza idea di fare i crossover coi film e poi mi s’incasina la continuity, sarà che c’era il cofanetto in Blu-ray della prima stagione scontato su Play.com, sarà quel che sarà, me lo sono comprato e guardato. E mi sono divertito un sacco.

Arrow prende corposo spunto dal bel Green Arrow: Year One a fumetti di Andy Diggle e Jock (non credo sia un caso se uno dei personaggi principali l’hanno chiamato, per l’appunto, Diggle) e ci fa sostanzialmente un po’ quel che vuole, applicandoci sopra svariati strati di rielaborazioni e reinvenzioni finalizzate a raccontare le origini di una nuova versione dell’universo “urbano” DC. Un po’ preda di nolanite, ma non al punto di dimenticarsi delle pacchianate più spinte, la serie si dedica all’equilibrismo nel cercare di trovare una sua identità sufficientemente tamarra, dare un senso agli aspetti più assurdi dei personaggi (quest’ansia molto nuovo millennio di provare a razionalizzare il fatto che i supereroi si mettono la maschera e il costume) e contestualizzare il tutto in un mondo “allargato” che dà continuamente di gomito al geek, citando questa e quest’altra cosa non solo strettamente legata a Green Arrow, ma pescata anche in giro da tutto il resto del cosmo DC, con particolare insistenza in zona Batman. In più, un po’ sullo stile di quanto viene fatto con The Walking Dead, gli autori si divertono anche a prendere per i fondelli, suggerendo questa o quella cosa dei fumetti con un nome, un cognome, un atteggiamento, e poi andando a rielaborartela in una maniera che non necessariamente ti aspetteresti.

Questo lavoro di continuity spinta, che per altro, durante la seconda stagione, darà vita all’ingresso in campo di Flash, con tanto di serie TV dedicata in arrivo, s’appoggia su una narrazione che fa procedere in parallelo gli eventi nel presente e quelli sull’isola in cui il personaggio ha vissuto le sue origini segrete, costruendo una rete di misteri e colpi di scena a tratti un po’ sfiancante, ma che nel complesso funziona e tiene alta l’attenzione. Aggiungiamoci, poi, che è un telefilm strapieno d’azione, in cui le mazzate volano di continuo e sono quasi sempre ben messe in scena, e che le scelte di casting sono quasi tutte azzeccate. Non ci sono certo grandi attori e, anzi, il protagonista Stephen Amell conosce solo due espressioni (con la testa dritta e con la testa inclinata di lato), però, bene o male, sono tutti molto azzeccati per i rispettivi ruoli e, per esempio, John Barrowman è veramente un ottimo cattivo. Certo, Katie Cassidy ha una faccia che sembra sia stata piallata da un ferro da stiro e quando scattano i momenti-melodramma e lei diventa tutta rossa, si gonfia e lacrima copiosamente, viene voglia potente di fast forward, ma insomma, non si può avere tutto. Nel complesso, comunque, Arrow è una visione divertente, coinvolgente, perfettamente comprensibile anche per chi non sa una mazza dei fumetti, dall’apprezzabile approccio ruvido, cupo, a tratti perfino brutale, senza per questo rinunciare ad essere orgogliosamente geek e autoironico. Non è perfetto, spesso sbraca di qua e di là, ma insomma, eh, mica si può pretendere troppo.

Me lo sono sparato grazie al luccicante cofano Blu-ray britannico, chiaramente in lingua originale, che ti permette di godere del sapido bisbigliare di Stephen Amell nei momenti drammatici e del biascicare da alcolizzata di Willa Holland ogni volta che apre bocca.

Lo spam della domenica mattina che però arriva di pomeriggio: Imprevisti

Questa settimana su IGN ho estratto l’anteprima di Clandestine, un gioco indie sfizioso e promettente dalla Danimarca, e un paio di Rewind Theater: quello sull’ultimo trailer di X-Men: Giorni di un futuro passato e quello sul primo trailer di Tartarughe Ninja. E basta. Su Outcast, invece, abbiamo un Videopep dedicato alle ultime notizie sulla realtà virtuale, il The Walking Podcast sull’ultimo episodio della quarta stagione di The Walking Dead e l’Old! sull’aprile del 1974. E, di nuovo, basta.

Stiamo cercando di mettere assieme l’Outcast Reportage dedicato alla Game Developers Conference 2014, ma cacchio, c’è veramente un imprevisto dietro l’altro. Comunque, si punta a venerdì.

La robbaccia del sabato mattina: Gli spot della TV

Quanto sono ganzi i poster Mondo, tipo questo qua sopra? Sono ganzi, dai. A proposito di poster, a questo indirizzo ce ne sono un po’ di X-Men: Giorni di un futuro passato. Non sono tutti ganzi, ma insomma, comunque, stanno lì. A proposito di Capitan America, invece, a questo indirizzo e a questo qua ci sono immagini e video dal set di Avengers: Age of Ultron, e a me continua a divertire troppo sentire l’audio della gente che guarda tutta rapita il set dell’Hollywood a casa sua. Ma in effetti, al posto loro, pure io sarei tutto rapito, su. Il nuovo costume di Cap, comunque, che mescola quello retrò e l’uniforme cupa dello S.H.I.E.L.D., non mi dispiace affatto. Ad ogni modo, questa settimana sono emersi spot televisivi di film vari da tutte le parti, tipo quello per il nuovo Pianeta delle scimmie o quello di Godzilla, ma insomma, alla fine diventa anche un po’ noioso seguirli tutti.

Questo qua, invece, è il primo trailer di Lucy, il film di Luc Besson in cui Scarlett Johansson interpreta il ruolo di una tizia che ingerisce la droga che fa sbloccare le percentuali di cervello che non si usano e quindi ha i super poteri. Onestamente, mi sembra una cagata fuori misura, però magari sarà divertente e/o bella da guardare, visto che comunque Besson qualcosa di buono con la macchina da presa lo sa fare. Comunque a me la Scarlett continua a sembrare mostruosamente impacciata nei ruoli d’azione, però magari è un problema solo mio, boh.

E questo è invece un altro trailer molto teaser di The Expendables 3, di nuovo tutto incentrato sullo sparare la sfilza di nomi a raffica e praticamente nient’altro. A parte il fatto che mi chiedo chi dovrebbe fregarsene di almeno un paio di nomi, non è che se ne possa dedurre qualcosa, se non che stanno tutti ridacchiando e quindi, presumibilmente, il tono rimarrà quello del secondo film. Toh, ecco, diciamo che sembra avere (o sembrano volerci far credere che abbia) un taglio molto “aperto”, spettacolare, con sfida diretta ai Fast & Furious. Sbaglio o anche i font sembrano sfidare apertamente quelli di Fast & Furious? Ma non dovevano ispirarsi a The Raid? Boh?

Qui invece abbiamo il trailer dell’esordio di Gia Coppola, nuova esponente della famiglia di artisti raccomandati talentuosi a cui comunque, bene o male, vogliamo sempre tanto bene. Sarà che mi piacciono i film sugli adolescentelli americani che scoprono la vita, ma mi sembra interessante. Vedremo. E chiudiamo con due robe meravigliose.

Ho bisogno di dormire.

Il capodanno a fumetti di giopep

Sto lentamente recuperando le bozze di post che c’ho qua su blogger, andando proprio in ordine cronologico da un certo punto in poi e, ovviamente, interrompendo il recupero quando decido di scrivere un post “d’attualità”. Non ce la farò mai, morirò nel tentativo, ma vabbé, che ci posso fare, ci si prova. Ed è per questo che ad aprile del 2014 mi ritrovo a buttar fuori il post dedicato ai fumetti che mi sono letto durante il periodo delle feste trascorso in Italì. Ecco quindi qua un po’ di chiacchiera sconclusionata e a caso, su robe che nel frattempo mi sono completamente dimenticato, così, tanto per pubblicare qualcosa di inutile durante uno stanco venerdì.

Orfani #1/3 ***/****
L’ultima volta che ho scritto di fumetti qua dentro, ho parlato anche di Mater Morbi, dicendo che non vado matto per un certo “tono” che usa Recchioni nella scrittura. Ora, è e rimane soprattutto un problema mio, eh, però va detto che nel contesto di una storia come quella di Orfani, che sembra l’adattamento a fumetti di un film che potrebbero recensire su I 400 Calci, mi pare funzionare decisamente meglio. Anche se comunque, non ci posso fare niente, i personaggi che si prendono la vignetta e si piazzano lì sparandosi le pose con la frase a effetto mi danno noia. Comunque, per questi primi tre numeri, Orfani mi ha intrigato parecchio. Non sembra raccontare nulla di clamorosamente nuovo, ma questo non è mai stato un problema e comunque c’è sempre il discorso che, nel contesto Bonelliano, nuovo lo è eccome. Inoltre, dopo un primo numero gradevole ma non proprio esaltante, ho avuto l’impressione di un impennata decisa fin dal successivo. Fra una settimana passo in Italia, quindi in fumetteria, e ammetto che è una delle cose che ho più voglia di recuperare.

L’immortale #30 ****
Oh, si è concluso L’immortale! Porca miseria, quando ho iniziato a leggerlo avevo vent’anni. Se andava avanti ancora un po’ mi doppiavo l’età. Sono momenti importanti e che ti segnano profondamente. Fra l’altro è anche un bel finale, intenso e tutto melodrammatico. M’è venuta voglia di rileggerlo da capo. Non lo farò mai.

Yawara! #1/5 ***
È uno dei primi fumetti di Naoki Urasawa, per la precisione il secondo, l’immaturità del tratto si vede tutta ed è sostanzialmente una commedia sentimental-sportiva in pieno stile manga anni Ottanta, quindi parecchio lontana dalle opere con cui Urasawa è diventato grande protagonista delle firme di tutti i forum più nerd del pianeta. Sostanzialmente, sembra di leggere la bozza di quel che poi sarebbe diventato Happy!, con tutte le sue assurdità ed esagerazioni. E infatti è gradevolissimo, se vogliamo un guilty pleasure, seppur meno riuscito e rifinito rispetto al suo successore.

Viola Giramondo ***** 
Un racconto semplice e delizioso, magari un po’ troppo semplice e prevedibile nella caratterizzazione dei personaggi, ma che ammalia con la bellezza delle sue tavole poetiche, coloratissime, vibranti. È un fumetto per ragazzi e la cosa è evidente nella semplicità di alcune soluzioni narrative, ma funziona comunque benissimo e trova spunti toccanti, addirittura commoventi. Avercene.
 
Quelli che ci ho pensato fortissimo ma non mi viene proprio in mente nulla da scrivere e del resto, oh, sono passati mesi, abbiate pazienza, comunque mi ero appuntato le stelline, quindi li metto comunque qua in fila
Almanacco del mistero 2014 ***, Asso ****, Idol A #1 ***, Ilaria Alpi – Il prezzo della verità ****, Il grande Belzoni ***, K ****, Sergio Bonelli – Il timoniere dei sogni ***

Quelli che ne ho scritto o parlato altrove e quindi metto il link ad altrove
Dodici ***

Quelli che ho scritto in altre occasioni dei numeri precedenti e non ho niente da aggiungere e mi limito quindi a metterli qua in fila con le stelline che mi ero appuntato
All Ronder Meguru #10/11 *****, Berserk #73/74  ***, Billy Bat #9 ****, Dragonero #3/7 ***, Gantz #36 ****, Le storie #2 – 10/15 ***/****, Lilith #11 ***, Long Wei #2/6 **/****, Naruto #63/64 ***, Rinne #14/15 ***, Shanghai Devil #15/18 ***, Teenage Mutant Ninja Turtles #5/6 ***/****, Un marzo da leoni #8 ****, Vagabond #52/53 ***, Worst #30/32 ***

E alla fine sono riuscito a scrivere proprio pochino, ma, ehi, che ci si può fare, a volte va così, facciamocene una ragione, pace. Comunque, il venerdì è andato, buon weekend a tutti.

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X16: "La fine del principio"

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X16: “End of the Beginning” (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Bobby Roth
con Clark Gregg, Brett Dalton, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Ming-Na Wen, Chloe Bennet 

Considerando che dalle nostre parti si passa il tempo a lamentarsi per i film che vengono distribuiti in ritardo di settimane, mesi, anni o proprio neanche arrivano, è un po’ surreale ritrovarsi a guardare un episodio di Agents of S.H.I.E.L.D. “fuori sincrono” perché Captain America: The Winter Soldier è uscito in Europa prima che in America. Ma tant’è, è accaduto, ce ne facciamo una ragione e in fondo, in una maniera un po’ bizzarra, la visione è stata in fondo divertente anche per questo. A guardarlo nella “posizione” giusta, sarebbe stato un episodio tutto incentrato sul costruire la tensione per arrivare a quegli eventi lì, con per esempio Sitwell e Hand che vengono richiamati alla base, presumibilmente, per il casino che sta scoppiando nel film e in generale per la sensazione di caos imminente. A guardarlo in questo modo, ti ritrovi a puntare l’occhio su come hanno gestito, suggerito, preparato tutte quelle piccole cose che già sai e con cui la serie dovrà fare i conti a partire dalla prossima settimana. E in fondo è divertente.

Lasciando stare queste amenità, si può dire che l’avvio di questo episodio, pur gradevole per il modo in cui butta sul piatto un po’ di personaggi pescati in giro fra film, telefilm e specialini assortiti, dando sempre più la sensazione di universo narrativo unico e coeso, è un po’ impacciato, con quella sua aria da parata di personaggi che fanno ciao ciao con la manina (in questo mi ha ricordato certi momenti del primo Lo hobbit). Una volta superato quell’ostacolo, però, le vicende accelerano e centrano il giusto ritmo, regalando un po’ di azione, pizze in faccia, sparatorie, gente che prende mazzate potenti e una comparsata di Brad Dourif, che è sempre un piacere e ti nobilita qualsiasi cosa, anche se il suo personaggio è un po’ tanto prevedibile e comunque se ne va subito dopo aver staccato l’assegno. Nel complesso, però, la puntata è divertente, ha un buon ritmo, propone qualche spunto che porta avanti il racconto e dà una bella sensazione di star preparando cose grosse in arrivo. E poi c’è l’evoluzione dei personaggi.

La “mossa” di Ward, per quanto telefonata, perlomeno propone un po’ di sviluppo per il personaggio, per altro sempre in quella direzione bizzarramente cupa che una serie generalmente abbastanza solare ha già mostrato di voler a tratti imboccare. Simpatico anche vedere un personaggio assolutamente minore come quello di Blake che mostra di saper combinare qualcosa e in generale l’evolversi del tono da paranoia che, col senno di poi, mostra un lavoro comunque portato avanti nell’arco di sedici puntate per dare coerenza con quel che sarebbe avvenuto in Captain America: The Winter Soldier. Dopodiché, in ottica da nerdovisione, è stato sfizioso sentir nominare il Dipartimento H, quasi a suggerire che Alpha Flight non è in mano alla Fox e magari prima o poi farà capolino, ed è bello vedere come si sta evolvendo il personaggio di Deathlok, che si avvicina sempre di più a quello dei fumetti, un pezzetto alla volta. Da un lato, l’aspetto e l’utilizzo dei suoi poteri esprimono inevitabilmente un po’ di aria cheap da contesto televisivo. Dall’altro, però, le conseguenze del colpo alla testa e quell’inquadratura agli infrarossi (o quel che era), che suggeriscono magari un passaggio futuro e definitivo all’estetica dei fumetti, lo ammetto, mi hanno un po’ gasato. Che ci vuoi fare, c’ho lo spirito da bamboccio, mi accontento di poco.

Per altro, chi sta seguendo il telefilm nella versione italiana, su Fox, si trova in una situazione ancor più paradossale, visto che sta indietro di otto episodi, fermo ancora allo pseudo crossover con Thor: The Dark World. Ma, ehi, che ci vogliamo fare?

Nymphomaniac

Nymphomaniac (Danimarca, 2014)
di Lars Von Trier
con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin

A uno sguardo superficiale, quello fatto di trailer, poster, comunicati stampa e aspettative che magari uno può crearsi in testa, Nymphomaniac sembra il coronamento di una carriera lungo la quale Lars Von Trier si è fatto conoscere nel mondo anche grazie al fatto di prendere stelline più o meno hollywoodiane e far fare loro cose turpi davanti alla macchina da presa. E del resto, c’è sicuramente molto calcolo a tavolino, nel decidere di raccontare la storia di Joe appoggiandosi su un cast così ben fornito, che inserisce volti noti in ruoli un po’ spiazzanti e arriva a utilizzare controfigure, protesi ed effetti al computer pur di “mostrarli” intenti in atti sessuali espliciti e altre amenità. Ma la verità è che Nymphomaniac, o comunque la versione “breve” del film regolarmente distribuita nei cinema, non è il film pruriginoso che magari qualcuno sperava si aspettava di vedere. Intendiamoci: è un film molto esplicito, nel quale peni e vagine escono dalle fottute pareti, fluidi corporei vengono sputacchiati in giro e, nel secondo volume, si sconfina amabilmente in zona sadomaso. Allo stesso tempo, però, la carica erotica sta quasi sempre anni luce al di sotto rispetto a quella di tanti altri film assai più castigati (ma realmente intenzionati a coinvolgere tramite l’atto sessuale) e, nonostante il sesso sia ovviamente al centro del racconto, è evidente che Lars Von Trier intende parlare soprattutto d’altro e paradossalmente finisce per allontanarsi da film ben più interessati a puntare l’attenzione sul sesso esplicito.

Il cuore di Nymphomaniac non è tanto l’atto sessuale in sé, quanto la nostra difficoltà nel trovare un equilibrio e un rapporto sano con la sessualità. Joe è un personaggio estremo, la cui vita ruota fin dai primi istanti attorno a una fame insaziabile di soddisfazione sessuale e agli effetti devastanti che la cosa finirà per avere sulla sua vita, fra periodi di piacere incontrollato, momenti di crisi profondissima e inarrestabile spirito autodistruttivo. La sua vita viene raccontata attraverso una specie di amplesso verbale lungo una notte intera, durante la quale Joe si racconta a uno sconosciuto, incontrato per caso, che l’ha accolta nel proprio appartamento e si rivela disposto ad ascoltare quel che lei ha da dire senza particolari secondi fini. Ne viene fuori una visione del sesso e della vita sofferta, difficoltosa, assolutamente non pruriginosa in maniera forzata e, anzi, estremamente sincera, che lascia addosso un senso di disagio. Lars Von Trier racconta una donna preda del proprio desiderio che trascorre quasi tutta la vita palleggiandosi uomini deboli altrettanto facili prede, in una continua ricerca di soddisfazione e felicità che sembra non poter trovare altro sbocco che la disperazione. E lo fa non solo mostrando una delicatezza, una lucidità e una sensibilità fuori scala, ma anche divertendosi un sacco a fare il buffone.

Perché Nymphomaniac è anche un film autoconsapevole in maniera esplicita, nel quale Von Trier mette in fila spunti di partenza e svolte narrative un po’ oltre i limiti del credibile, forzando la mano per necessità di raccontare quel che vuole ma senza provare a nascondersi. Fra gli aspetti più interessanti e coinvolgenti del film c’è proprio l’onestà con cui abbraccia la sua natura schizoide, fatta di tanti piccoli segmenti dalle mille personalità che si agganciano uno dietro l’altro. Si passa dal dramma spinto alla comicità, da toni surreali a momenti di fortissimo realismo, dall’angoscia al piacere liberatorio, in un continuo cambio di marcia che trova forse un filo conduttore nelle assurdità stilistiche che Von Trier infila da tutte le parti, riuscendo a infondere un tono divertito e stupidino a quasi tutto il film e trovando alcuni fra i momenti migliori proprio quando riesce a sintetizzare le sue mille anime (per esempio nella bellissima scena con protagonista Uma Thurman e nelle varie apparizioni di Jamie Bell). In più, è evidente che, oltre a raccontare la vita di Joe e, più in generale, la sessualità, il caro Lars vuole divertirsi a fare un discorso sul cinema, sul rapporto fra narratore e spettatore e sulle assurdità che ne derivano, da entrambi i lati della barricata. Ed è forse anche per questo, nonostante la durata e il taglio compassato del racconto, che Nymphomaniac funziona così bene, appassiona e non stanca dall’inizio alla fine. O almeno così è andata per me.

Ho visto prima e seconda parte fra gennaio e febbraio, in lingua originale e al cinema qua a Parigi. L’accento brit di Shia LaBeouf è credibile più o meno come il mio. Da queste parti il film è uscito nella versione “cinematografica” (con una mezz’oretta tagliata ad entrambi i “volumi”) e vietato ai minori di dodici anni. In Italia, la prima parte arriva questa settimana, la seconda a fine mese. Da quel che leggo in giro, non dovrebbero esserci tagli aggiuntivi, anche se onestamente un po’ mi stupisce che questa versione del film, in Italia, venga vietata ai minori di 14 anni e non 18. Non è che mi scandalizzi, figuriamoci, però mi sembra che in genere si vietino robe decisamente meno esplicite. La versione integrale dovrebbe arrivare più avanti, forse direttamente in home video. Ho curiosato un po’ nelle recensioni e mi pare di capire che alla fin fine le differenze stiano più che altro nella permanenza a schermo di ciò che comunque si vede anche nella versione “breve”. Poi vai a sapere.

The Walking Dead 04X16: "A"

The Walking Dead 04X16: “A” (USA, 2014) 
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Michelle MacLaren
con Andrew Lincoln, Danai Gurira, Chandler Riggs, Norman Reedus, Jeff Kober

Ecco, questi sono gli episodi che, da appassionato del fumetto, apprezzo non poco, perché riescono a proporre una versione rielaborata del materiale d’origine, che finisce per essere allo stesso tempo attesa e sorprendente. Di fondo, in questa puntata, è accaduto bene o male quello che mi aspettavo, ma in una versione “un po’ diversa”, figlia della situazione differente costruita e per questo interessante per il modo in cui si sono mossi i vari attori. E allo stesso tempo si è andato a creare uno scenario futuro che sembra voler anch’esso proporre un rimaneggiamento di cose viste nei fumetti ma tende a non darti un’idea precisa di dove voglia andare a parare. Insomma, per me, in quest’ottica, il lavoro fatto è eccellente e di fondo riesce a rendere il tutto almeno un po’ sorprendente. Il che non è poco, se consideriamo che la stragrande maggioranza di ciò che dovrebbe generare shock, per chi come me già conosce la saga, tende inevitabilmente a uscire un po’ anestetizzata.

Ma al di là di questi pipponi mentali, l’episodio in sé è esso stesso un mix di sorprese e cose che era lecito attendersi. Sperare che venisse risolto tutto in questi quarantacinque minuti era forse troppo, ma comunque, per quelli che sono solitamente i tempi lunghi della serie, vedere “gestita” la faccenda redneck in questa maniera immediata, diretta e brutale è stato bello, ancor di più se si mette in mezzo il fatto che tutta la sequenza è stata messa in scena con una buona padronanza della tensione e con un’improvvisa esplosione di forza che non solo ripropone in maniera letterale un momento “storico” dei fumetti, ma segna un passaggio decisivo per l’evoluzione dei personaggi. Il rovescio della medaglia è che si tratta di un altro episodio “parziale”, concentrato prevalentemente su un mini-gruppo e che non solo porta relativamente avanti il racconto “globale”, ma aggiunge all’inevitabile cliffhanger legato al casino del momento il dubbio su che fine abbia fatto Beth e il non aver più rivisto la coppia della disperazione Carol/Tyreese. E per carità, alla fine è parte del cliffhanger ed è pure inevitabile per la struttura utilizzata in questa seconda metà di stagione, che comunque io, ripeto, ho apprezzato, ma immagino a molti abbia dato fastidio.

Al di là di questo, la seconda metà dell’episodio è altrettanto intrigante e ben orchestrata nella gestione dell’ingresso a Terminus, ma paga secondo me qualche lungaggine nella sequenza delle “smitragliate”, che finisce per far crollare la tensione e rendere meno forte quello che, comunque, è forse il primo vero cliffhanger forte di fine stagione da quando The Walking Dead ha avuto inizio. Però il suo dovere lo fa, suggerisce cose turpi sugli hobby della comunità di simpaticoni e lascia appesi su cosa potrà accadere. Le promesse di Rick evocano ricordi ben chiari dai fumetti, ma lo fanno in un contesto molto diverso, di netta inferiorità rispetto agli antagonisti e che quindi lasciano aperte possibili strade non necessariamente prevedibili. Senza contare che, a meno di trucchetti narrativi, per la prima volta dovremmo vedere una nuova stagione riprendere esattamente da dove s’era interrotta la precedente, senza salti temporali. Insomma, per quanto mi riguarda, questa quarta annata si chiude su una nota positiva e con diversi spunti interessanti anche per il futuro.

Io, comunque, un po’ ci ho sperato, che partisse un colpo a caso in quella scena verso la fine e tanti saluti. Non che ci credessi, ma un po’ ci ho sperato.