Grand Budapest Hotel

The Grand Budapest Hotel (USA, 2014)
di Wes Anderson
con Tony Revolori, Ralph Fiennes, Saoirse Ronan e una valanga di gente famosa

Grand Budapest Hotel, in un certo senso, mette in scena un giochetto simile a quello del precedente Moonrise Kingdom, giustificando in qualche maniera il tono assurdo dei film di Wes Anderson e, anzi, sfruttando la cosa per spingere ancora di più sull’acceleratore. Magari non è neanche voluto, magari ce lo vedo solo io, ma sta di fatto che se lì tutto il racconto era una favola filtrata dallo sguardo e dall’immaginazione di due ragazzini turbati da paturnie amorose, qui c’è una struttura di racconto nel racconto nel racconto, che dipinge tutto con toni romantici da nostalgia canaglia e abbraccia quelle esagerazioni tipiche dei ricordi più cari. E ad ogni strato che si aggiunge, con tanto di variazione del formato cinematografico utilizzato, ecco che diventa tutto sempre più un sogno, un assurdo quadretto che s’allontana dal film per abbracciare apertamente i toni da cartone animato un po’ passé, resi anche espliciti in quel paio di sequenze in stop motion.

La cosa impregna ogni atomo di Grand Budapest Hotel: sul piano estetico, con i movimenti assurdi e scattanti dei personaggi e la gestione posata delle inquadrature, nella caratterizzazione di personaggi adorabili che estremizzano personalità e sentimenti, nelle svolte assurde di un racconto che s’arrotola su se stesso con scelte che a tratti hanno veramente il sapore del pianoforte piovuto in testa dall’ultimo piano. E ovviamente fanno la loro gli attori, tutti perfetti nel vestire panni assurdamente fuori di testa e nel raccontare vicende semplici, accattivanti, divertenti e, nella loro bizzarria, davvero appassionanti. Al centro di tutto, poi, come già nel precedente film, ci sono due ragazzini, che si vedono ruotare attorno questo turbine d’assurdità e conducono per mano grazie alla maniera davvero adorabile in cui Tony Revolori e, soprattutto, Saoirse Ronan li interpretano.

Grand Budapest Hotel è proprio un film delizioso, non è che abbia molto da aggiungere. È divertente, ha un racconto che, pur nella sua natura completamente fuori di cozza, riesce a sedurre grazie al modo in cui gioca coi propri misteri e comunque a chiacchierare di umanità e del modo in cui spesso ci si ritrova a nascondersi dietro alle apparenze per riuscire a sopravvivere. È percorso dall’inizio alla fine da un fortissimo tono malinconico, figlio della guerra imminente in cui viene avvolto il racconto e che in qualche modo fa da brutale ancora alla realtà. E dipinge un mondo allo stesso tempo surreale e credibile con una lunga serie di immagini dalla bellezza fulminante. È l’ennesimo film di Wes Anderson che sembra fare di tutto per farsi odiare dal sottoscritto e invece alla fine riesce a incantarmi e farmi divertire dall’inizio alla fine. E, beh, sì, immagino che per chi proprio non lo tollera sarà l’ennesimo film di Wes Anderson uguale a tutti gli altri. Ma è così sbagliato essere in grado di raccontare sempre storie molto simili, in maniere brutalmente diverse, non perdendo mai la propria identità e, anzi, risultando sempre perfettamente riconoscibili, come forse nessun altro? Alla fin fine, io ho l’impressione che “Fa sempre lo stesso film” sia una cosa che si tende a dire solo se quello “stesso” film non ti piace, altrimenti neanche ci fai caso.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, un mese fa. E forse è anche per questo che non ho molto da aggiungere: ho la memoria corta. Ne scrivo oggi perché in Italia c’è arrivato questa settimana. L’ho visto in lingua originale e gli attori hanno tutti un suono talmente particolare, morbido e croccante che sarebbe proprio un peccato perderselo. Ma, ehi, che vi devo dire?

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