Arrow – Stagione 1

Arrow – Season 1 (USA, 2012/2013)
con Stephen Amell, Katie Cassidy, David Ramsey e un altro po’ di gente

Per me, i telefilm basati sui personaggi della DC Comics sono sempre stati solo due: il Batman che sappiamo, quello tutto gosh, gasp e dinamico duo che s’arrampica sul lato del palazzo con la gente che spunta dalla finestra, e il Flash con John Wesley Shipp, che era spuntato nel momento giusto per affascinare da matti il me ragazzino e da poco invischiatosi con la lettura di fumetti in calzamaglia. Non so bene quale sia il motivo, ma ho sempre schivato con cura le varie incarnazioni televisive di Superman, Smallville compreso, senza riuscire a trovare il desiderio di conceder loro più che uno sguardo distratto quando capitava. Magari era solo una questione di tempismo, di momento sbagliato, e se Smallville iniziasse domani, boh, ci proverei, ma tant’è, è andata così. Per qualche ragione, però, m’è venuta voglia di provare a guardarmi Arrow. Sarà che ne leggevo e me ne dicevano cose positive, sarà che m’è venuto il dubbio che pure la DC avesse una mezza idea di fare i crossover coi film e poi mi s’incasina la continuity, sarà che c’era il cofanetto in Blu-ray della prima stagione scontato su Play.com, sarà quel che sarà, me lo sono comprato e guardato. E mi sono divertito un sacco.

Arrow prende corposo spunto dal bel Green Arrow: Year One a fumetti di Andy Diggle e Jock (non credo sia un caso se uno dei personaggi principali l’hanno chiamato, per l’appunto, Diggle) e ci fa sostanzialmente un po’ quel che vuole, applicandoci sopra svariati strati di rielaborazioni e reinvenzioni finalizzate a raccontare le origini di una nuova versione dell’universo “urbano” DC. Un po’ preda di nolanite, ma non al punto di dimenticarsi delle pacchianate più spinte, la serie si dedica all’equilibrismo nel cercare di trovare una sua identità sufficientemente tamarra, dare un senso agli aspetti più assurdi dei personaggi (quest’ansia molto nuovo millennio di provare a razionalizzare il fatto che i supereroi si mettono la maschera e il costume) e contestualizzare il tutto in un mondo “allargato” che dà continuamente di gomito al geek, citando questa e quest’altra cosa non solo strettamente legata a Green Arrow, ma pescata anche in giro da tutto il resto del cosmo DC, con particolare insistenza in zona Batman. In più, un po’ sullo stile di quanto viene fatto con The Walking Dead, gli autori si divertono anche a prendere per i fondelli, suggerendo questa o quella cosa dei fumetti con un nome, un cognome, un atteggiamento, e poi andando a rielaborartela in una maniera che non necessariamente ti aspetteresti.

Questo lavoro di continuity spinta, che per altro, durante la seconda stagione, darà vita all’ingresso in campo di Flash, con tanto di serie TV dedicata in arrivo, s’appoggia su una narrazione che fa procedere in parallelo gli eventi nel presente e quelli sull’isola in cui il personaggio ha vissuto le sue origini segrete, costruendo una rete di misteri e colpi di scena a tratti un po’ sfiancante, ma che nel complesso funziona e tiene alta l’attenzione. Aggiungiamoci, poi, che è un telefilm strapieno d’azione, in cui le mazzate volano di continuo e sono quasi sempre ben messe in scena, e che le scelte di casting sono quasi tutte azzeccate. Non ci sono certo grandi attori e, anzi, il protagonista Stephen Amell conosce solo due espressioni (con la testa dritta e con la testa inclinata di lato), però, bene o male, sono tutti molto azzeccati per i rispettivi ruoli e, per esempio, John Barrowman è veramente un ottimo cattivo. Certo, Katie Cassidy ha una faccia che sembra sia stata piallata da un ferro da stiro e quando scattano i momenti-melodramma e lei diventa tutta rossa, si gonfia e lacrima copiosamente, viene voglia potente di fast forward, ma insomma, non si può avere tutto. Nel complesso, comunque, Arrow è una visione divertente, coinvolgente, perfettamente comprensibile anche per chi non sa una mazza dei fumetti, dall’apprezzabile approccio ruvido, cupo, a tratti perfino brutale, senza per questo rinunciare ad essere orgogliosamente geek e autoironico. Non è perfetto, spesso sbraca di qua e di là, ma insomma, eh, mica si può pretendere troppo.

Me lo sono sparato grazie al luccicante cofano Blu-ray britannico, chiaramente in lingua originale, che ti permette di godere del sapido bisbigliare di Stephen Amell nei momenti drammatici e del biascicare da alcolizzata di Willa Holland ogni volta che apre bocca.

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