300: L’alba di un impero

300: Rise of an Empire (USA, 2014)
di Noam Murro
con Eva Green e un sacco di altra gente della cui esistenza non ci si accorge nemmeno

Le basi: non ho particolarmente odiato o amato il 300 originale. Ci ho trovato immagini suggestive, spunti interessanti (la trasformazione in fantasy totale coi mostroni!), qualche sequenza d’azione particolarmente ganza – fosse anche solo perché lo stile scelto offre, una volta tanto, duelli in cui si capisce cosa succede e volano braccia e sangue – e un esageratissimo e adorabile Gerard Butler pre-anestesia da romcom. Quanto al pedale premuto a mille sull’iconografia più o meno fascistoide, devo dire che non mi ha particolarmente infastidito, magari semplicemente perché non l’ho trovata poi così più spinta rispetto a mille altri film d’azione americani nei confronti dei quali non mi sembra ci si lamenti allo stesso modo. Ci ho però trovato anche una narrazione tanto, tanto moscia, che – nonostante Butler e Fassbender il carisma ce l’abbiano – non riesce a infondere nelle sue vicende la potenza epica che le Termopili dovrebbero trasmetterti e spreca un sacco di tempo nel seguire le pallosissime vicende di Gorgo, per altro completamente aggiunte rispetto al fumetto. Aggiungiamoci un adattamento italiano che travisa le scelte di linguaggio originali e regala a Leonida una voce da Paperino isterico e ciao. Quindi, insomma, non l’ho amato, non l’ho odiato, non l’ho mai rivisto, magari oggi lo adorerei, magari oggi lo odierei, vai a sapere.

Ieri, nel dubbio, sono andato al cinema a spararmi 300: L’alba di un impero, il sequel/prequel/whatever ispirato a Xerxes, il seguito (?) a fumetti che Frank Miller, magari perché troppo occupato a dirigere film brutti, non è ancora riuscito a completare. E di che si tratta? Di un film che prova a fare più o meno le stesse cose, però mettendole in mano a Noam Murro, uno che in precedenza ha diretto solo una commedia con Sarah Jessica Parker del 2008, riuscendo comunque a strappare una sufficienza abbondante su IMDB, cosa che per una commedia con Sarah Jessica Parker non è neanche banale. Ora, 300 2 e 1/2 ha un po’ di problemi, che penso di poter riassumere nella totale assenza di carisma di chiunque – con un’importante eccezione – appaia sullo schermo, nella sceneggiatura sconclusionata e nell’assurdo tentativo di realizzare un seguito un po’ meno sopra le righe per un film che, se funzionava, lo faceva proprio per il suo essere completamente sbarellato. La storia si arrotola attorno a quella del primo episodio, con una parte iniziale che racconta la “creazione” di Serse e della sua generalissima Artemisia, un blocco centrale incentrato sulle battaglie navali contemporanee a quella delle Termopili e una parte conclusiva in cui si chiude il cerchio in nome dello scontro finale, che comunque si lascia le porte aperte per un seguito.

Il risultato è un gran casino che dà vita a un film estremamente pasticciato nella costruzione delle vicende, in cui la prima parte è il trionfo dello spiegone superfluo, abbondante e sostanzialmente palloso, il blocco centrale offre perlomeno un po’ di azione e la parte finale – che pure funziona abbastanza – viene introdotta da quindici minuti di svolte narrative a caso e spostamenti in giro per la Grecia all’insegna del teletrasporto. Il tutto mentre, fra Temistocle e Gorgo, dobbiamo sorbirci non uno, non due, non tre, addirittura quattro “emozionantissimi” discorsi alle truppe. Al che, qualcuno potrebbe farmi presente che il seguito di 300 non vai certo a vederlo per la trama e l’importante è che ci siano tanta azione, gente fatta a fette, sangue a litri, l’inevitabile scena in cui Eva Green esce le tette personaggi carismatici che urlano tutto il tempo e trovate visive affascinanti. E neanche avrebbe torto, fermo restando che, oh, non ci posso fare niente, una narrazione così ammorbante faccio fatica a tollerarla, quando il film si prende mostruosamente sul serio e si concede forse dieci secondi d’umorismo su centodue minuti di durata.

THIS IS ATENE!!!

Ma sì, in 300: L’alba di un impero c’è parecchia azione, messa in scena cercando di replicare lo stile del primo episodio, non riuscendoci fino in fondo, ma piazzando lì comunque due o tre trovate sufficientemente fuori di cozza e, soprattutto, dando il meglio con un paio di piani sequenza che funzionano e mi hanno per un attimo risvegliato dal torpore. Per la maggior parte del tempo, però, per quanto intrigante per il modo in cui si cerca di dare un senso alle tattiche navali, l’azione è onestamente moscia, in larga parte anche per colpa del fatto che nell’esercito di Atene c’è una siccità di carisma abbacinante. Anche senza stare a far confronti coi protagonisti del 300 originale, siamo veramente al minimo sindacale, sia dal punto di vista del casting, sia poi per la caratterizzazione che viene data ai personaggi. Aggiungiamoci pure il fatto che, a quanto pare, i freak dell’esercito persiano se li era portati tutti Serse alle Termopoli, ed ecco che si perde anche quell’aspetto così surreale e a modo suo originale della faccenda. Quindi, insomma, eh.

A tenere in piedi la faccenda, oltre appunto a qualche momento action innegabilmente riuscito, ci pensa Eva Green, che si mangia il film  fin dalla sua prima apparizione e non si sogna neanche per un attimo di restituirlo al resto del cast, anche perché non è che gli altri attori si impegnino particolarmente per riprenderselo. Pur lottando contro una scrittura che le mette in bocca dialoghi spesso intollerabili, la cara Eva ruba costantemente spazio a chiunque, grazie a una presenza scenica pazzesca e a una carica sensuale fuori scala. Il suo, poi, è un personaggio per certi versi paradossale, per il cerchiobottismo con cui prova a rimediare all’eccesso di mascolinità del primo film. Da un lato, ogni volta che si mostra, qualsiasi cosa faccia, poco importa se sia parlare, muovere leggermente un dito, guardare a sinistra, respirare, stare immobile, whatever, provoca turbamenti adolescenziali nel maschio eterosessuale in salute presente in sala. Dall’altro interpreta il ruolo di una donna che, pur non rinunciando alla sua femminilità e, banalmente, al desiderio di avere un uomo al suo fianco, è una guerriera cazzutissima che vive perfino il sesso come una battaglia in cui deve dominare l’avversario, nonché la vera reggente dell’impero persiano che si palleggia Serse come un giocattolo (e, bonus, dopo tutte le difficoltà che aveva a farsi ascoltare nel primo film, qua Gorgo viene sostanzialmente dipinta come l’imperatrice assoluta di Sparta).

Turbamento.

Quindi, insomma, 300: L’alba di un impero è un film piuttosto moscio, che certo non ha l’impatto del primo episodio (il quale, nel bene e nel male, ha comunque di fatto rilanciato un certo filone del film di mazzate) e non riesce a riproporne fino in fondo la brutalità esagerata e sopra le righe, men che meno il carisma dei protagonisti. Non è, però, neanche un disastro completo: fra un momento palloso e l’altro ha qualche scena d’azione convincente e, soprattutto, c’è una protagonista femminile che domina il film in tutti i modi in cui una protagonista femminile può dominare un film e, di fondo, finisce per essere un po’ la Gerard Butler della situazione. Dubito tutto ciò possa piacere a chi ha odiato 300, non ho idea se chi l’ha adorato possa valutarlo come una specie di tradimento o come il semplice fratello scemo che mi sembra onestamente essere. Però, insomma, Eva Green.

In tutto questo, grazie anche all’utilizzo insistito del rallentatore e alla tendenza a mostrare quasi sempre l’azione nella sua interezza (sia benedetto il rating R!), è uno dei rari casi di film d’azione in cui il 3D non fa venire il mal di testa per il montaggio frenetico e i traballamenti assortiti. Anzi, c’è tutto sommato anche un bel lavoro nel mostrare quadri abnormi dalla profondità di campo infinita. Per non parlare di quando Eva Green… OK, la pianto.

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X14: "T.A.H.I.T.I."

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X14: “T.A.H.I.T.I.” (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Bobby Roth
con Clark Gregg, Brett Dalton, Bill Paxton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Ming-Na Wen

Durante la notte degli Oscar dell’altro giorno, è stato trasmesso un breve spot di Agents of S.H.I.E.L.D. con cui ABC e Marvel hanno provato a solleticare il lato più nerd del loro pubblico. Nel giro di trenta secondi, hanno mostrato Lady Sif che si tira le pizze con Lorelei, Deathlok che fa cose a caso, Coulson e i suoi che paiono proseguire con insistenza sul percorso Nick Fury Vs S.H.I.E.L.D. e ci hanno pure buttato in mezzo un’apparizione dello scudo di Capitan America infilato così, con nonchalance, dentro il logo del telefilm, al cui titolo hanno per altro aggiunto la parola “Uprising”. Ora, il messaggio è abbastanza chiaro: stanno dicendo a quei nerd di cui sopra che è arrivato il loro turno. Si sono presi il tempo che serviva – secondo me giustamente, anche se non sempre con risultati convincenti – per costruire un universo narrativo che avesse un suo senso indipendente e non vivesse solo degli incroci coi film e del personaggio Marvel della settimana, ma ora vogliono puntare sul concetto di universo allargato e condiviso. Fanno bene? Otterranno quel che cercano? Whatever? Whatever, vedremo.

Si tratta comunque di un discorso che, presumibilmente, si svilupperà man mano da qui a fine stagione, andando a coinvolgere anche Captain America: The Winter Soldier, che bene o male sembra essere incentrato su tematiche simili, con il biondone che perde fiducia nello S.H.I.E.L.D. e decide di mettersi in proprio. Nel frattempo, bisogna portare avanti quanto lasciato in sospeso nello scorso, ottimo, episodio, continuando a inseguire la faccenda T.A.H.I.T.I. con la “scusa” di Skye in pericolo. Ne viene fuori una puntata non riuscita come le due precedenti, ma con alcuni spunti d’interesse ed elementi potenzialmente interessanti. Tanto per cominciare, c’è l’introduzione di due nuovi agenti che dovrebbero essere destinati a tornare con una certa frequenza e sembrano poter offrire qualcosa in più sul piano delle dinamiche fra i protagonisti. Senza contare che, per quanto minore, John Garrett è comunque un personaggio dei fumetti e rientra quindi nei discorsi fatti sopra. Eppoi, insomma, Bill Paxton è pur sempre l’unico uomo a poter dire di essere stato ucciso da Alien, Predator e Terminator, come fai a non volergli bene?

Al di là di questo, l’episodio continua a spingere su un discorso di dubbia moralità dei protagonisti che, seppur a fasi alterne e un po’ in sordina, la serie porta avanti fin dall’inizio. Perché insomma, ci saranno tutte le giustificazioni del caso, ma questi pigliano, disubbidiscono a ordine diretto, pestano a sangue un prigioniero, si presentano in una base di cui non sanno nulla e attaccano e fanno fuori due sconosciuti che, presumibilmente, proprio criminali non dovevano essere. Il tutto senza fare mezza piega. E anche qui, se c’è un senso dietro alla scrittura della serie, è presumibile pensare che il tutto vada poi a sfociare in una sorta di ribellione contro il sistema. O qualcosa del genere. Nel mentre, vediamo ulteriormente esplorato – ma non completamente chiarito – il mistero dietro alla “non morte” di Coulson e ci becchiamo la prima apparizione nell’universo cinematografico Marvel del Dottor Manhattan di quello che, probabilmente, si scoprirà essere un alieno, magari la versione cine-televisiva di un Kree. Mettendo tutto assieme, resta addosso la sensazione di un buon episodio, per quanto certo non esaltante, che potrebbe alla fine rivelarsi come un bel coacervo di carne buttata sul fuoco per gli sviluppi futuri, anche considerando che non ci vuole un genio per immaginarsi qualche conseguenza sul fisico di Skye.

E comunque la prossima settimana c’è Jaimie Alexander, quindi va tutto bene.

I sogni segreti di Walter Mitty

The Secret Life of Walter Mitty (USA, 2013)
di Ben Stiller
con Ben Stiller, Kristen Wiig

I sogni segreti di Walter Mitty è un film che mi mette in difficoltà. Da un lato, faccio fatica a non prenderlo in simpatia, perché prova a raccontare temi interessanti, punta molto sulla potenza evocativa di paesaggi effettivamente splendidi, cerca un equilibrio fra la voglia di far poesia e quella di non prendersi sul serio, infila qua e là momenti comici quasi completamente fuori contesto, in una maniera brutale che fa venire in mente lo stile di Seth McFarlane. E poi è un film di Ben Stiller, che per qualche motivo trovo simpatico dai tempi di Giovani, carini e disoccupati e su cui non ho cambiato idea anche quando la sua carriera ha smesso di interessarmi. Dall’altro, guardandolo, si respira una brutale aria di “vorrei ma non posso”, la sensazione che Stiller insegua, e magari sia convinto di riuscire a centrare, un’intensità, un afflato poetico e una profondità tematica che invece gli sfuggono abbastanza.

Stiller romanza il triste destino toccato alla rivista Life, che, dopo oltre vent’anni di esistenza da mensile, è stata trasformata per qualche tempo in inserto da quotidiano e quindi convertita alla versione online, per altro poi rimasta in vita appena tre anni. Le vicende vengono filtrate attraverso lo sguardo di un impiegato che ha trascorso praticamente tutta la sua vita occupandosi dell’archivio fotografico, che ovviamente fatica ad accettare il passaggio all’era digitale e decide quindi d’imbarcarsi nella sua prima grande avventura, per recuperare un negativo andato perduto. C’è insomma l’intenzione di raccontare un momento epocale tramite la voce pura, ingenua e sincera di un uomo semplice, da sempre chiuso in se stesso e isolato nelle proprie fantasie, abituato a vivere immerso nella polvere in procinto di essere spazzata via, che in tutta risposta sceglie di cominciare finalmente a vivere. E si parla in fondo anche di cinema, di rifiuto per il digitale che avanza e amore per quell’analogico cui diversi registi rimangono aggrappati con forza, al punto di sostenere che quando non potranno più girare in pellicola si chiuderà la loro carriera.

Una specie di urlo fortissimo che ha il sapore un po’ ingenuo e sempliciotto del temino delle medie, aggrappato a una storiella di poco conto, popolato da personaggi che non provano nemmeno ad uscire dal loro status di macchiette, invaso da piccoli quadretti all’insegna della poesiola spicciola. Eppure, di nuovo, pur nel suo lasciare l’amaro in bocca, nell’avermi spinto a fantasticare su quanto avrebbe potuto tirarne fuori un regista d’altro spessore, I sogni segreti di Walter Mitty non mi ha realmente mai fatto innervosire come forse temevo e, anzi, nella sua parte centrale, quella più esplicitamente dedicata al riempirti gli occhi con la potenza dei suoi paesaggi, mi ha reso felice di essere andato a gustarmelo al cinema, in una bella sala, dove quell’Islanda e quella Groenlandia mozzano davvero il fiato. Fermo restando che se vai a vedere un film dalle intenzioni in fondo molto serie e, a conti fatti, due mesi dopo, il ricordo più forte che ti rimane è quello dell’esilarante presa in giro a Benjamin Button, beh, è evidente che qualcosa non funziona.

L’ho visto a gennaio qua a Parigi, al cinema e in lingua originale, perché da queste parti è uscito in ritardo e nel frattempo io me n’ero andato a svernare a Milano. Ne scrivo adesso perché sì.

The Walking Dead 04X12: "Non tutto è perduto"

The Walking Dead 04X12: “Still” (USA, 2014) 
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Julius Ramsey
con Norman Reedus, Emily Kinney

Fra gli aspetti che preferisco del The Walking Dead televisivo c’è il fatto che ogni tanto gli autori prendono e decidono di dedicare un’intera puntata a un gruppo molto ristretto di personaggi, facendolo oltretutto non nel contesto in cui si sta portando avanti il racconto “orizzontale”, ma proprio prelevandoli di peso, portandoli altrove e concentrandosi solo su di loro, senza mostrare il resto. Certo, a volte ci sono puntate come quelle, molto belle, dedicate a Dale o a Hershel, che mostrano invece il protagonista di turno assieme agli altri. Altre volte, come in diversi momenti della terza stagione o nei due episodi del Governatore di questa quarta, si è giocato sul passare all’altra “fazione”. Ma in alcuni casi la serie si “restringe” a due o tre persone ed esclude tutto il resto, in maniera, se vogliamo, anche coraggiosa. La massima espressione di questa cosa, probabilmente, sarebbe stato il chiacchierato e mai realizzato episodio che Frank Darabont avrebbe voluto dedicare al pilota del carro armato visto nel primissimo episodio di quattro anni fa. La puntata di questa settimana, seppur non così radicale, rientra sicuramente nel mucchio.

Sono episodi particolari, che magari molti detestano perché considerati “filler”, che non portano avanti il racconto e si siedono su loro stessi, ma personalmente li apprezzo per il modo in cui riescono a dare sostanza ai personaggi e a raccontare momenti spesso interessanti, spostando in secondo piano tutto il macello. E del resto, è inevitabile, offrono spazi per fare cose che, quando porti avanti un racconto corale, non ti puoi permettere. Poi, certo, fra il dire e il fare ce ne passa e non è scontato che da intenzioni apprezzabili nascano per forza episodi all’altezza, ma in linea generale sono del partito di chi approva che il caos di metà stagione sia stato sfruttato per spargere in giro i vari personaggi e dedicare un po’ di episodi proprio a questo tipo di narrazione, altrettanto “sparsa” qua e là. In questo episodio, per la precisione, si è puntato sulla strana coppia redneck + adolescentella e lo si è fatto, tutto sommato, evitando di adagiarsi troppo sullo svolgimento più prevedibile, con un continuo saltar fuori di zombi che minacciano la ragazzina e il cowboy dei non morti che arriva a salvarla.

Invece, smaltita la parte iniziale nel country club Capcom, con le apparizioni biascicanti richieste da contratto e qualche cadavere abbandonato in pose strane, magari dai cattivoni che si muovono fra le pieghe delle ultime puntate, l’episodio si concentra sui due personaggi, dando ampio spazio al dialogo e al ravanare fra i ricordi. E i risultati sono forse i migliori possibili, considerando che a chiacchierare sono una ragazzina casa/chiesa e un cacciatore di scoiattoli. Ne viene fuori una puntata interessante, che si adagia su un tono bizzarramente rilassato e nel finale prende una piega un po’ da filmetto romantico-indie-adolescenziale abbastanza intollerabile, per quanto tutto sommato molto coerente (in fondo si sta raccontando di un’adolescente alla prima sbronza con uno stordito alcolista molesto che le fa compagnia). Nel mezzo, seguiamo le pulsioni assurde – ma proprio per questo credibili – di una ragazzina che prova a ritrovare un minimo di vita in mezzo alla sopravvivenza, ci viene svelato – casomai ci fossero dubbi al riguardo – che Daryl è sempre stato un redneck e veniamo a sapere che Beth è consapevole del proprio destino di carne da macello, al punto che si aspetta di lasciarci le penne ben prima del suo nuovo e forse immortale BFF. Questa, in particolare, è una trovata simpatica, un improvviso impeto di consapevolezza degli sceneggiatori, che ammettono apertamente il peso evidente dei propri personaggi. Se poi sia talmente sincera da doverci aspettare che, come al solito, dopo questi quaranta minuti d’inedito approfondimento, Beth ci lascerà le penne la prossima settimana, beh, lo scopriremo la prossima settimana.

A questo punto azzardo che l’abbiano fatto apposta per tirare un coppino a chi dava per scontata la morte di Beth e che grazie a questo la bionda sopravvivrà alla stagione. O forse no. Vai a sapere.

Rapunzel

Tangled (USA, 2010)
di Nathan Greno e Byron Howard
con le voci di Mandy Moore, Zachary Levy, Donna Murphy, Ron Perlman

Per qualche bizzarro motivo, ho un ricordo piuttosto netto, proveniente dalla mia infanzia, della fiaba di Raperonzolo. Mi frulla in testa, da sempre, una voce di donna che chiama a ripetizione il nome della protagonista. Raperonzolo di qua, Raperonzolo di là. Chissà da dove arriva? Forse da una qualche versione a cartoni animati, o magari da quella valigetta di plastica, piena di audiocassette con tutte le fiabe raccontate a voce, che avevo da bambino e che magari ho ancora da qualche parte. O magari è finita alla discarica durante il Grande Trasloco del 2010. Chissà. Comunque, quando è uscito al cinema Rapunzel, un po’ mi sono infastidito, perché per me lei è sempre stata Raperonzolo. Ma d’altra parte capisco anche che un film del 2010 intitolato Raperonzolo possa sembrare poco cool ai titolisti italiani. Meglio Rapunzel – L’intreccio della torre. Per altro Raperonzolo – anzi, Rapunzel – mi sa che era poco cool anche per gli americani, dato che questo film l’hanno intitolato Tangled. O forse è perché in Disney stavano cercando una qualche forma di rinnovamento e non volevano che il loro film risultasse troppo legato alla vecchia formula delle fiabe classiche. Chissà.

Comunque, non è certo per questo motivo se nel 2010 non sono andato al cinema a vedere Rapunzel. E perché, allora? Per il mio solito e radicato fastidio nei confronti del doppiaggio, probabilmente, che non mi impediva di andare a vedere i film Pixar, ma insomma, qua c’erano di mezzo anche le canzoni. E soprattutto perché, diciamocelo, in quel periodo la fiducia nei confronti dei film “classici” Disney era ai minimi storici e si attendevano con gli occhi spalancati solo quelli Pixar. In più non avevo ancora visto La principessa e il ranocchio, che è davvero bello e avrebbe potuto ridarmi un po’ di voglia, e non è che i precedenti tentativi Disney “non Pixar” di darsi all’animazione al computer fossero stati esattamente confortanti. Quindi, insomma, eh. Ovviamente poi salta fuori che Tangled è un gran bel film e io mi sono perso l’occasione di guardarmelo al cinema. Cose che capitano. Sta di fatto che poi, a furia di leggere e sentirmi dire che era bello, m’è venuta voglia e, subito prima di andare al cinema per guardarmi Frozen (bello pure lui), l’ho recuperato in Blu-ray.

E dunque? Tutta ‘sta premessa per dire che? Mboh, per chiacchierare. Comunque, Tangled è il cinquantesimo film del “canone” Disney, dover per “canone” s’intendono tutti i film d’animazione (o misti ma prevalentemente d’animazione) prodotti per il cinema dagli studi Disney, quindi niente seguiti per l’home video, niente produzioni Pixar o cose tipo Nightmare Before Christmas, ovviamente niente distribuzioni occidentali di film Studio Ghibli. Ebbene, arrivare al cinquantesimo film settantatré anni dopo il primo rappresenta un momento importante, che per altro, col senno di poi, ha coinciso con l’ultima uscita Pixar prima che iniziassero a volare i pomodori. E infatti a questo cinquantesimo film ci si è arrivati quattro anni dopo la fusione Pixar/Disney e l’arrivo di John Lasseter, che sembra aver fatto molti danni al primo studio ma solo bene al secondo.

 GIF animata a caso per spezzare.

Rapunzel, specie a guardarlo oggi, è evidentemente un punto di (ri)partenza importante, che ha proposto un nuovo “stile” per i film Disney, non a caso recuperato in pieno da Frozen. Il tentativo di trasportare lo spirito, l’espressività, le movenze tipiche dell’animazione tradizionale Disney nel mondo del computer è perfettamente riuscito, per quanto spiaccia l’idea che magari, proprio a causa di questo successo, il tentativo avviato con La principessa e il ranocchio e Winnie the Pooh possa essersi già concluso. Il design dei personaggi è strepitoso per carica espressiva e ricerca anche di forme non necessariamente stra-accomodanti come quelle della Disney più adagiata e poco attenta alla sperimentazione. C’è invece la voglia di recuperare, sì, per carità, la forza classica Disney ma fonderla a strade nuove e, nel loro piccolo, coraggiose. Basti pensare all’uso che viene fatto del silenzio in un film comunque assolutamente casinista, pieno d’azione, avventura, musica, risate e canzoni: da un lato le due spalle comiche, solitamente i personaggi Disney più chiacchieroni, che sono qui assolutamente mute e anche per questo strepitose, dall’altro le figure dei genitori di Rapunzel, il cui silenzio ha una forza espressiva fortissima tanto nel prologo quanto nell’epilogo ed è fra gli elementi che più sembrano esprimere la contaminazione Pixar.

Ma ci sono tante cose che danno gioia in Rapunzel, per esempio il lavoro fatto sui capelli, che diventano quasi un personaggio a parte, o la caratterizzazione non per forza rassicurante di una ragazzina ai limiti dell’isteria per la sua prigionia forzata e di una “madre” realmente malvagia ed egoista, ma capace di comportarsi in maniera talmente equivoca da farti venire a tratti il dubbio che in fondo il suo sia vero amore, per quando deviato. E poi il ritorno di Alan Menken, fra gli alfieri della rinascita Disney anni Novanta, che non lavorava su un lungometraggio animato da oltre un lustro e qui non raggiunge forse le sue punte massime in carriera, ma regala comunque una serie di numeri musicali strepitosi, assolutamente riconoscibili per il suo stile, azzeccatissimi nel raccontare mentre danno spettacolo. La bellissima apertura nella torre, l’esplosione alla locanda, la mamma che fa la predica… beh, dai.

E insomma, Rapunzel è un gran bel film, divertente, dinamico e trascinante nella regia, con dei bei numeri musicali, un gran lavoro sulla scrittura e sulla “interpretazione” dei personaggi – penso alla bella scena in cui nasce per davvero l’amore fra i due protagonisti – e, nonostante, per carità, l’inevitabile lieto fine e tutti i momenti classici da film Disney, diversi personaggi tridimensionali e non poi così scontati. Per altro Rapunzel è, forse, la prima principessa Disney “classica” che, pur rimanendo assolutamente femminile, non si limita a far da damigella in pericolo, trofeo per il principe di turno, e trova anzi una sua dimensione da reale protagonista, sempre al centro dell’azione, in costante ricerca del proprio destino, mai passiva in attesa di vederselo piovere addosso, sì imbranata e allineata allo stereotipo della ragazzina moderna ma, per l’appunto, moderna. Che non è necessariamente quanto ti aspetteresti da un film Disney “classico”.

L’ho visto a Gennaio, appena ritornato dall’Italia, in Blu-Ray e in lingua originale, e da allora a oggi la colonna sonora è stata in heavy rotation sullo Spotify Santi-Maderna. Ne scrivo adesso perché sul blog va così, ogni tanto recupero. Fra gli extra del Blu-ray c’era il video dei cinquanta film d’animazione Disney, che è sfizioso. Questo qua.

Lo spam della domenica mattina: Archeologia, portami via

Questa settimana ho prodotto proprio pochino, probabilmente perché ho passato quasi tutto il tempo a tradurre interviste al cast di X-Men: Giorni di un futuro passato. Cose che capitano. Comunque, su Outcast s’è buttato ovviamente fuori il nuovo The Walking Podcast, oltre a un episodio di eXistenZ dedicato al film di Hitman e a un Racconto dall’ospizio su tre giochi scemi di samurai che ho recuperato l’anno scorso. Infine, oggi, su IGN, c’è il Rewind Theater sul nuovo trailer di Godzilla.

Non ho ancora deciso cosa fare stanotte per gli Oscar.

La robbaccia del sabato mattina: Gojiraaaaaa!!!

In una settimana estremamente triste per la morte di Harold Ramis (gente migliore di me l’avrà sicuramente celebrato in maniera degna), arriva una luce di speranza dalla notizia che John McTiernan, dopo undici mesi di permanenza, è finalmente uscito di prigione. Fra l’altro vedo che su IMDB è già segnato un film in pre-produzione. Dai John, regalaci ancora un sogno! Non so, invece, se sia una buona notizia il fatto la NBC ha annunciato il ritorno di Heroes con una miniserie prevista per il 2015. Come mossa è comprensibile, in fondo, col senno di poi, erano forse arrivati troppo presto. Però a me Heroes ha lasciato abbastanza perplesso, al punto che non ho ancora trovato la voglia di guardare la terza e la quarta stagione. A proposito, casomai dovesse interessare a qualcuno, ho scritto della prima e della seconda qua e qua.

E OK, abbiamo un primo trailer vero e proprio per Godzilla, che giustamente gioca ancora molto sul vedo/non vedo ma continua a puntare sul dramma, i toni cupi e il macello, oltre a rendere più esplicito il fatto che ci saranno altri mostri. Per quanto mi riguarda, al momento, stiamo gravitando in zona bomba atomica (battutona!), poi chiaramente i trailer spesso mentono, Monsters era bello ma vai a sapere se Gareth Edwards riesce a gestire la grossa produzione e bla bla bla. Fra l’altro, a proposito di questioni delicate, hanno scelto l’attore che interpreterà John Constantine nel telefilm attualmente in preparazione: Matt Ryan, uno che ha fatto tante cose su cui non ho mai posato gli occhi, compreso Assassin’s Creed IV.

Il teaser trailer della nuova serie TV ispirata a Fargo, con Billy Bob Thornton che gratta via il ghiaccio dal parabrezza. Boh? Come teaserino è pure simpatico, da qui a farsi un’idea su come sarà la serie ce ne passa. Ad ogni modo, aprile. Di quest’anno. Mentre nel 2016 uscirà The Amazing Spider-Man 3, per il quale è stato confermato alla regia Marc Webb. Che culo. Che culo? Boh? Già che si parla di supereroi, segnalo che a questo indirizzo si trova un racconto (in inglese) di come sarebbe potuto essere il finale del film su Watchmen se l’avesse diretto Terry Gilliam, che aveva iniziato a lavorarci poco dopo l’uscita del fumetto ma aveva poi mollato il colpo. E segnalo anche che il 18 marzo andrà in onda negli USA uno speciale dietro le quinte di un’ora dedicato all’universo cinematografico Marvel, durante il quale saranno fra l’altro mostrate scene dai due film in arrivo quest’anno, dai prossimi episodi di Agents of S.H.I.E.L.D. e perfino qualcosina da Avengers: Age of Ultron. Excelsior!

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Questo qua sopra è uno schizzetto da X-Men: Giorni di un futuro passato apparso sull’account Instagram del film. Non è che mostri molto, ma insomma, fa sempre piacere. Chiudo con una notizia che mi ha fatto molto ridere: pare che Adam Driver sia in ballo per fare il cattivo nel nuovo Guerre Stellari di J.J. Abrams. Perché mi ha fatto ridere? Perché, vedi un po’ il caso, questa cosa è saltata fuori proprio mentre mi sto guardando le prime due stagioni di Girls e ho quindi visto per la prima volta in azione Adam Driver. Che, per inciso, vedo molto adatto nel ruolo di uno jedi che se n’è andato a male nel lato oscuro della forza, se per caso il ruolo dovesse essere quello.

Bonus fresco fresco di ieri sera: la prima foto del nuovo Flash televisivo in costume. Dai, non è male.