Philomena

Philomena (GB, 2013)
di Stephen Frears
con Judi Dench, Steve Coogan

La totale assenza di vergogna, il non nascondersi dietro un dito, la convinzione piena in quel che si sta facendo e che si vuole essere, sono per me doti fortissime, che in larga parte definiscono la dignità di un’opera. Per questo un film come The Raid è un capolavoro anche se “non ha trama”, per questo un film come Die Hard è fra i miei preferiti di sempre anche se racconta scemenze, per questo, immagino, molti mi danno del cretino e per questo Philomena è un gran bel film anche se non si vergogna di essere melodramma, di strappare lacrime e di farti ridacchiare nelle maniere più classiche possibili.

Lo è perché Judi Dench è un’attrice pazzesca, certo, e perché Stephen Frears ha bevuto dalla fonte della giovinezza ed è finalmente tornato a dirigere un film sul livello dei suoi migliori, ci mancherebbe, ma lo è soprattutto grazie al lavoro di Steve Coogan, che segna a fuoco Philomena producendo, interpretando alla perfezione e scrivendo (assieme a Jeff Pope) una sceneggiatura perfetta. Nel raccontare una storia talmente intensa e fuori dall’ordinario che sembra uscita dalle rivistucole e dai romanzetti che la stessa Philomena ama leggere, il film insegue mille diversi fili senza mai andare in confusione e mantenendo anzi sempre un controllo perfetto sul tono. C’è la commedia, a tratti esilarante, basata sul classico rapporto fra il giornalista scafato e la donna anziana, c’è il lancinante dramma di una madre separata dal figlio e di un figlio abbandonato dalla madre, c’è perfino il gusto per il mistero, per l’andare alla ricerca dei pezzetti di un mosaico lungo decenni, e c’è un film bilanciato alla perfezione, che sa sempre quando giocarsi le sue armi, ti commuove disperatamente con un primo piano, una svolta drammatica o l’improvvisa espressione del desiderio di conoscere i pensieri del proprio figlio, ma non scivola mai nel facile patetismo che ci si potrebbe aspettare.

Insomma, Philomena è la dimostrazione lampante del fatto che, se “certi film” sono brutti e insopportabili, non è colpa del genere o dell’approccio, ma semplicemente, beh, del loro essere brutti. E in questo, oltre che nell’essere un racconto bello, emozionante, divertente, intenso e splendidamente interpretato, c’è forse uno dei suoi più grandi meriti: nel costringerti a rivalutare la spocchia con cui tendi a guardare un certo cinema.

L’ho visto al cinema, in quel di Parigi e in lingua originale, circa due mesi fa. [Inserire qui il solito pippone su quanto le interpretazioni di un film del genere si meritano di essere gustate in lingua originale] Ne ho scritto ieri, l’altro ieri, l’altra notte, non lo so, jet lag, otto ore di differenza perché qua già stato il cambio dell’ora, whatever, mentre viaggiavo in aereo, non dormivo, giocavo e partorivo pure due articoli per Outcast e uno per IGN. Non ho scritto altro per il blog, quindi mi sa che questa settimana ci sarà carenza di post.

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