The Walking Dead 04X10: "Detenuti"

The Walking Dead 04X10: “Inmates” (USA, 2014) 
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Tricia Brock
con Norman Reedus, Emily Kinney, Chad L. Coleman, Lauren Cohan, Steven Yeun

Con questo episodio, The Walking Dead conferma una fra le sue tendenze più intelligenti e apprezzabili, portata avanti in maniera stoica da ormai quattro anni: non menarcela all’infinito coi dubbi, i segreti e i non detti. Arrivati a metà puntata, praticamente, ogni singola questione aperta è stata affrontata, quasi tutte sono state risolte e rimangono in sospeso solo un paio di cose che ha senso tenere in sospeso: la reale natura del fantomatico rifugio e la “gestione” delle questioni fra Tyreese e Carol. Intanto, però, sappiamo con certezza chi è uscito vivo – e chi no – dalla prigione, ci viene mostrata in maniera chiara la situazione, otteniamo conferma sull’identità di chi si accaniva contro i topi e viene data, presumibilmente, estrema chiusura al luogo che ci ha accompagnati nelle ultime stagioni, con tanto d’introduzione dei nuovi personaggi sulla scena finale. Dalla prossima settimana, si parte sul serio con le vicende che ci aspettano.

Tutto questo avviene attraverso un episodio dalla struttura scombinata, secondo una trovata non particolarmente originale, per carità, ma che funziona sempre bene. Diviso in quattro segmenti, mette completamente da parte il trio della scorsa settimana e ci mostra il punto di vista dei vari gruppetti sparsi in giro e le coincidenze in base alle quali il loro cammino va a incrociarsi. Il gioco d’incroci, va detto, è realizzato in maniera abbastanza scontata, didascalica, senza trovate particolarmente forti, ma nel complesso l’episodio funziona anche per la curiosità di capire in che modo s’intreccino i diversi cammini. A pagare un po’ dazio, forse, è l’efficacia di alcuni segmenti. Se gli ultimi due, dedicati a Maggie e Glenn, complessivamente funzionano bene, i precedenti mi sono sembrati patire un po’ lo scarso minutaggio a cui sono inevitabilmente costretti dalla natura dell’episodio. La parte dedicata a Daryl e Beth, in particolare, avrebbe avuto bisogno di più respiro, per farne sedimentare l’atmosfera, gli stati d’animo, e guadagnare in efficacia delle emozioni raccontate. Ma insomma, non si può avere tutto e comunque anche così l’episodio funziona.

Dal punto di vista dell’evoluzione del racconto, gli aspetti interessanti non mancano. La piccola psicopatica in divenire ha il suo momento di gloria nel tentar di soffocare Judith e sembra sempre più stare evolvendosi come la versione televisiva di quel certo personaggio là dei fumetti. Il ritorno di Carol, inevitabile, è stato orchestrato in maniera deliziosa, mettendola (1) con le sue piccole, (2) assieme a Tyreese, che non sa di avere davanti l’assassina della propria donna, o comunque colei che sostiene di esserlo, e (3) ritrovandosi a fare da mamma in prestito per la figlia di Rick, che l’aveva cacciata proprio perché non voleva averla vicino ai propri figli. In più, c’è questo nuovo miraggio del luogo sicuro da raggiungere e sono stati introdotti i personaggi che chi ha letto il fumetto attendeva. La carne al fuoco non manca, vediamo come si va avanti.

In tutto questo, geniale l’idea di costruire un intero segmento sul dubbio riguardo al destino di Glenn e poi mostrarti quel destino nel trailer dell’episodio. Ah, le meraviglie del marketing!

Lone Survivor

Lone Survivor (USA, 2013)
di Peter Berg
con Mark Wahlberg, Taylor Kitsch, Ben Foster, Emile Hirsch

Mentre guardavo Lone Survivor, mentre lo guardavo – inutile negarlo – con in testa il filtro di benevolenza dato dal fatto che tanto Peter Berg quanto Taylor Kitsch mi stanno simpatici per mille e più motivi, continuava a tornarmi in mente Black Hawk Down. Sarà che sui manifesti in giro per la metropolitana veniva citato all’insegna del “Il film più [quaccheccosa] dai tempi di”, sarà che l’avevo rivisto poco tempo prima, trovandolo per altro invecchiato non benissimo, ma mi sembrava davvero di essere davanti, per molti versi, a una riedizione della stessa “cosa”, un decennio dopo o giù di lì. Poi, certo, il tocco di Berg è diverso da quello di Scott, ma lo spirito del film mi pareva molto simile, per il modo in cui prendeva fatti reali e relativamente recenti e li raccontava attraverso un filtro da film d’azione, inseguendo comunque un forte realismo in molti aspetti, ma anche abbracciando senza vergogna un certo modo di celebrare l’eroismo e lo spirito di sacrificio, infilandoci tutto quel che un buon action deve avere, compresi il cattivone macchietta borderline e la scena d’azione finale superflua, completamente inventata e catartica.

Il problema è che, giustamente o meno, quando stai guardando, per l’appunto, un film che prova a – o comunque sostiene di – stare raccontandoti la realtà, un approccio del genere finisce sempre per stonare un po’. Dove stia il limite, immagino, è anche un po’ una questione personale, però quel limite c’è e, non ci posso fare nulla, di fronte a certe trovate, a certe morti al rallentatore, al fatto che i “cattivi” cascan tutti per terra al primo colpo mentre i “buoni” continuano a sudare e lottare anche dopo aver preso in corpo svariati proiettili ed esser rotolati giù per due o tre scarpate, un po’ mi stranisco. Non lo farei se stessi guardando un Rambo, ma qui sì. Non è un problema di mancata aderenza ai fatti reali, tanto più che – leggo – molto di quel che si vede è effettivamente basato perfino sulle autopsie, ma forse di coerenza interna del film. O magari è un problema mio. Vai a sapere. Fatto sta che si tratta di un limite che m’impedisce di apprezzare Lone Survivor fino in fondo, pur ritenendolo comunque un ottimo film.

E che ha, di ottimo? Beh, innanzitutto è un film che emana da ogni poro lo spirito, la personalità che evidentemente Berg voleva infondervi e in questo trova una sua identità forte e distinta. C’è alle spalle un forte senso di gratitudine nei confronti delle persone che vanno a morire in guerra e il desiderio di raccontarle in quanto tali, in quanto persone. Fra gli aspetti più riusciti del film non c’è solo la strepitosa messa in scena dell’azione, c’è anche tutta la parte iniziale, che a quella sparatoria ci conduce. C’è il modo in cui racconta lo spirito cameratesco, la fratellanza che esiste in quel contesto e la natura di uomini qualunque, seppur addestrati come macchine per uccidere, di quei soldati. Anche in questo si vede l’essenza di progetto estremamente personale per Berg, che ha scritto di sua mano la sceneggiatura basata sul libro di Marcus Luttrell ed è riuscito a tirar fuori dai personaggi quelle cose semplici, naturali, che tratteggiano un essere umano. Lo si vede in quell’avvio al campo base, ma anche e soprattutto nella scena migliore del film, quella più forte nella sua efficacia nascosta.

La squadra arriva a destinazione, si stabilisce e, tramite una lenta costruzione, Berg ce ne mostra il posizionamento tattico, la distribuzione nell’area, lo studio dell’obiettivo, mentre allo stesso tempo continua ad approfondire i personaggi. Conduce per mano lo spettatore lungo una manciata di minuti nei quali riesce a dare una definitiva e ultima caratterizzazione ai suoi personaggi, dà l’impressione di stare mostrando in maniera dettagliata il comportamento sul campo e, senza neanche fartene accorgere, orchestra un lento, ma nettissimo, cambio d’atmosfera e situazione. Si arriva sul posto in situazione di totale padronanza e consapevolezza, con il bersaglio nel mirino e totale convinzione in quel che si sta facendo. Poi, pian piano, mentre le chiacchiere spicciole che “fanno i personaggi” allontanano da loro la tensione trasferendola brutalmente sullo spettatore, perché ovviamente in consapevole attesa di quel che accadrà, le cose cambiano e all’improvviso quella che era una posizione di controllo e superiorità tattica è diventata una trappola mortale.

Finto Vs. Vero.

Qui emerge brevemente un animo del film che Berg non sviluppa mai a fondo, che pure è presente ma rimane quasi sottopelle, nel criticare l’assurda inadeguatezza tattica e d’equipaggiamento con cui questi uomini – e chissà quanti altri – sono stati mandati a morire. È un tema che si percepisce nel corso del film ma non viene sviluppato in maniera particolarmente forte e lo stesso vale per la breve discussione dei soldati sul da farsi, che va anche al di là del semplice lato umano e sfiora discorsi politici e d’opportunità. Da un lato è bello che Berg non voglia sottolineare troppo, andare di pennarellone e didascalia, dall’altro si ha un po’ il senso dell’occasione sprecata. Ma non c’è poi troppo tempo per preoccuparsene, perché a quel punto parte quella bomba assoluta che è la sparatoria centrale del film.

Realistica? Credibile? Aderente ai fatti? Chi se ne frega. Il punto è che, da quando i quattro si accucciano in posizione difensiva fino al crollo di Mark Wahlberg in quella pozza d’acqua, Lone Survivor ti prende, ti frulla e non ti molla un attimo. No, non è vero, nel mezzo ci sono quel paio di morti un po’ troppo “poetiche” che ho menzionato prima e che spezzano la magia, ma insomma, non sottilizziamo. Il punto è che la sparatoria è pazzesca per la sua capacità di restituire un senso di realismo, di credibilità, anche magari negli aspetti che realistici non sono. L’attenzione all’organizzazione tattica, la splendida fotografia, l’utilizzo lancinante del suono, che ti fa pesare sullo stomaco ogni ossicino frantumato, la brutalità dei dettagli, l’insistenza con cui l’ambiente s’accanisce sui corpi dei soldati coinvolti, l’attenzione alla fisicità del tutto, con tanto di (eroici, pazzi) stuntman che si sono letteralmente gettati giù dalle scarpate  per farci sentire le loro ossa rotte… è tutto semplicemente pazzesco e ti lascia addosso un senso di disagio fortissimo, che è poi, assieme a quella caratterizzazione così umana dei personaggi e allo spirito onesto e di sincera ammirazione che Berg riesce a infondere al suo film, il motivo per cui Lone Survivor se ne rimane lì, nel mezzo, a metà fra un action puro e un qualcosa di un po’ diverso e particolare.

Dove, purtroppo, il film crolla abbastanza è nella parte conclusiva, che mostra come si sono risolte le vicende di Luttrell, salvatosi grazie all’aiuto degli abitanti di un villaggio locale, a una cultura che pone l’ospitalità sopra a tutto e alla conseguente opposizione nei confronti dei talebani. Sarebbe stato interessante vedere approfondito l’incontro fra l’unico sopravvissuto e i locali, anche per mostrare un aspetto del conflitto in Afghanistan che non è esattamente molto noto e trattato al cinema, ma la cosa viene invece gestita in maniera semplice e sbrigativa. C’è del buono, in questa parte, in un semplice gioco di sguardi, nella potenza del dare aiuto quando non hai nulla da guadagnarci, ma viene affogato nel superfluo di quella dramatization che, in fondo, non è neanche strettamente colpa di Berg, è solo figlia della lingua cinematografica che lui parla. E allora ci ritroviamo ad assistere a un arresto cardiaco mai avvenuto, a un ultimo conflitto armato inventato di sana pianta, perché l’arrivo della cavalleria ci vuole sempre. E il problema non sta tanto in queste “regole” del cinema americano, che per esempio in Argo non mi hanno infastidito, ma nel modo in cui levano spazio a qualcosa che sarebbe stato molto più interessante e a un’eventuale parte conclusiva più trattenuta e riflessiva che, forse, avrebbe dato vita a un film migliore. O forse no. Vai a sapere.

Ho visto Lone Survivor in lingua originale, al cinema, qua a Parigi, circa un mese fa, abbastanza gasato dalle abbaiate di Bill Simmons al riguardo e dalla mia simpatia nei confronti di parte del cast. Ne scrivo solo adesso perché in Italia esce questa settimana e il mio consiglio è di andarlo a vedere al cinema, perché, doppiaggio o non doppiaggio, i momenti forti di questo film vanno visti in una maniera che permetta di farsene travolgere.

Lo spam della domenica mattina: Solita routine

Davvero poco da segnalare, questa settimana. Su Outcast ho enucleato gli appuntamenti settimanali più o meno fissi, vale a dire il ritorno di The Walking Podcast e l’episodio di Old! dedicato al febbraio del 1994, oltre alla recensione che se l’è presa comoda – ma è comunque arrivata in tempo per Sochi – del mica tanto convincente Mario & Sonic ai Giochi Olimpici Invernali di Sochi 2014. Su IGN, invece, solo traduzioni, notiziole e lavoro dietro le quinte. Son settimane che vanno così.

Domani registriamo il nuovo Outcast, eh!

La robbaccia del sabato mattina: Sabotaggio! Ci credo forte!

Settimana un po’ povera di nerdate, quella che va a concludersi. Oppure sono stato molto distratto, può pure essere. Comunque, questo qua sopra è un pratico grafico che illustra come sono distribuiti i diritti dei personaggi Marvel fra i vari produttori cinematografici. Più o meno tutta roba nota, compresa l’assurdità della condivisione di Scarlet Witch e Quicksilver, ma devo dire che non sapevo dei due “solitari” a sinistra. Man-Thing in mano a Lionsgate Entertainment immagino sia una cosa figlia del film per la TV prodotto qualche anno fa, e di certo rende bizzarro il fatto che la Marvel abbia infilato degli accenni al personaggio in Iron Man 3, anche perché di fondo ci sarebbe stato bene, nel giro degli eroi tutti cupi e depressi che stanno preparando con Netflix. Ma la cosa più assurda è Namor in mano alla Universal Pictures. Ricordo che fra le mille voci di film basati sui fumetti Marvel, a un certo punto, si era parlato anche di lui, ma insomma, dai, che cacchio di senso ha averlo staccato dai Fantastici 4? Che ci fai? Bah. Fra l’altro lui sarebbe uno dei Difensori, a voler ben vedere, quindi “servirebbe”. Ribah.

Qui sopra avevo pensato di metterci il trailer di Zombeavers, solo che poi l’ho guardato, mi sono vergognato di essere umano e mi sono rifiutato. E allora mettiamoci il nuovo trailer di Sabotage, che continua a sembrarmi una roba molto, molto promettente. Non so se sia promettente, invece, Gotham, il telefilm dedicato a James Gordon giovane e Bruce Wayne bimbo, comunque, hanno ingaggiato tale Ben McKenzie nel primo dei due ruoli. A indossare i panni di un Alfred particolarmente cazzuto, ispirato alla versione Terra-Uno dei fumetti, sarà invece il mitico Sean Pertwee, mentre a indossare le pinne (ehm) del Pinguino sarà Robin Lord Taylor, lo sfigato che Rick e Carol incontrano nel quarto episodio della quarta stagione di The Walking Dead. Chiudo con una scemenzina che m’ha divertito.


È quasi giunto il momento di andare a vedere The Lego Movie. Sono gasatissimo. Davvero!

Angel – Stagione 2

Angel – Season 2 (USA, 2000/2001)
creato da Joss Whedon e David Greenwalt
con David Boreanaz, Charisma Carpenter, Alexis Denisof, J. August Richards, Andy Hallett

La seconda stagione di Angel è quella che più di tutte vive in simbiosi con la “sorella” Buffy, legandosi a doppio filo alla sua quinta. Anche perché l’anno dopo diventerà sostanzialmente impossibile ripetersi in questo senso, dato il cambio di network, e infatti gli incroci saranno pochissimi e tutti costruiti su un girarci attorno senza insistere. Qui, invece, sembra davvero di essere alle prese con una situazione da fumetto di supereroi americano, in cui la singola serie ha una sua personalità distinta e un suo flusso narrativo, ma i riferimenti a quel che succede “di là” saltano fuori spesso e i personaggi continuano a passare da una parte all’altra, con conseguenze spesso anche molto significative. Paradossalmente, in tutto questo, non si vedono veri e propri crossover, con storie che iniziano in una serie e finiscono nell’altra, come avvenuto ben due volte l’anno precedente, ma solo la doppietta di “indagine nel passato” rappresentata da Fool For Love e Darla, che però si limita a raccontare più o meno gli stessi avvenimenti da due punti di vista diversi.

Il parallelo fra la seconda stagione di Angel e la quinta di Buffy va però anche al di là di queste considerazioni e si concretizza per esempio nel fatto che molti – forse pure io – individuano questo anno come il migliore della serie, o comunque come un punto di svolta fondamentale. Qui prende davvero il largo lo sviluppo dei personaggi, la loro trasformazione profonda che è alla base di ciò che rende grandi i migliori lavori televisivi di Joss Whedon. Qui si definisce la natura (di nuovo, molto da fumetto di supereroi) di grande saga a sviluppo ininterrotto, che ogni tanto si prende il lusso dell’episodio autoconclusivo ma tende a portare avanti il suo discorso senza mai fermarsi. E nel farlo, si racconta ancora più che in Buffy un universo espanso pieno di mondi fantastici, dimensioni “altre”, assurdità che fanno veramente sparare la fantasia degli sceneggiatori in ogni direzione, nel mettere in scena una specie di metaforone in cui il mostro diventa il diverso e le società nascoste, nel profondo della solare Los Angeles, sfiorano in fondo di quegli stessi temi che tanti anni dopo andranno a caratterizzare gli aspetti più interessanti di True Blood.

In tutto questo, la simbiosi fra i due mondi whedoniani sembra esprimersi anche attraverso il modo in cui lo spirito più cupo e serioso di Angel rielabora il forte melodramma in cui si è tuffata Buffy e ne tira fuori un percorso narrativo che pare intenzionato a demolire brutalmente tutti i suoi personaggi. L’arco affrontato da ogni singolo protagonista lo vede subire un processo di maturazione che, in qualche modo, pare mettere ai margini i suoi aspetti più macchiettistici e puntare su una visione cupa, deprimente, all’insegna di un approccio che cerca di mescolare horror, azione, avventura e noir. Nel farlo, vengono messi in scena sviluppi fondamentali che saranno poi portati avanti per tutti gli anni successivi, vengono introdotti nuovi protagonisti, Cordelia guadagna finalmente un minimo di sostanza e si scopre sotto la scorza da buffone di Wesley un personaggio che pian piano si evolverà verso la splendida figura degli anni successivi, mostrando fra l’altro un attore mica da ridere in Alexis Denisof. Proprio Wesley, fra l’altro, in finale di stagione, è protagonista di un altro bel parallelo con Buffy, nel momento in cui entrambi i telefilm ci mostrano come sotto all’aspetto impacciato da stereotipo brit dei Watcher si nasconda sempre un animo da brutale calcolatore.

Epperò, il bello è che, nonostante lo sprofondare nel cupo melodramma sia a tratti fortissimo e prenda il controllo della serie, Angel non si dimentica comunque della sua natura così bizzarra e trova sempre il modo di buttarla brutalmente sul ridere, prendendosi per il culo in maniera sempre azzeccatissima, improvvisa e dirompente. In questo aiuta il maggior spazio dato allo splendido personaggio di Lorne, spesso fonte di alcune fra le gag più divertenti, con improvvisi e devastanti lampi di comicità a squarciare il buio del racconto. E tutti questi elementi vanno poi a riunirsi in maniera sorprendente nell’arco narrativo che conclude la stagione: tre episodi meravigliosi, in cui Angel perde completamente la brocca, ribalta tutto, porta al centro la farsa e l’esplosione di fantasia più totale, conservando il dramma come sottile e malinconico elemento di sfondo, regalando un paio d’ore d’avventura stupidissima, spettacolare, divertente, sfruttando la cosa per introdurre un nuovo personaggio fondamentale e, come da tradizione di Buffy, rovinando la festa sul più bello, quando sei lì col sorriso sulle labbra, con il pugno nello stomaco, di nuovo figlio della simbiosi fra i due mondi.

Mi sono visto questa seconda stagione per la prima volta da qualche parte durante lo scorso decennio, in parallelo alla quinta di Buffy, con tanto di appunti sull’ordine corretto da seguire per gli episodi. Ho replicato di recente, perché sì.

Buffy l’ammazzavampiri – Stagione 5

Buffy the Vampire Slayer – Season 5 (2000/2001)
creato da Joss Whedon
con Sarah Michelle Gellar, Michelle Trachtenberg, Nicholas Brendon, Alyson Hannigan, Marc Blucas, Anthony Head, James Marsters, Emma Caulfield, Amber Benson
, Clare Kramer

Una cosa che spesso ci si dimentica e che invece i dirigenti Marvel, quando hanno scelto di affidare il loro progetto più importante a uno che non centrava un successo da un decennio buono, hanno dimostrato di non aver dimenticato per nulla, è che Buffy, in fondo, è sempre stato un telefilm di supereroi camuffato da qualcos’altro, realizzato quando i supereroi tutto erano tranne che cool e in grado di contribuire, alla sua maniera, a rendere accettabili e popolari certi meccanismi e certe situazioni. E, a parte rari casi, la riuscita delle incarnazioni cinematografiche e televisive dei supereroi tende ad essere sempre misurata sulla base di quanto i cattivi di turno riescono a convincere. Ora, se il criterio per valutare la riuscita delle diverse stagioni di Buffy dovesse essere solamente questo, c’è poco da dire: la peggiore sarebbe la quarta, la migliore sarebbe la seconda, che di cattivi, uno più ganzo dell’altro, ne offre addirittura tre. Anche se io ho un debole per il sindaco-Mengacci della terza annata. E in effetti, probabilmente, sotto molti punti di vista, per affetto, per quel che ti pare, la seconda e la terza stagione rimangono ancora oggi quelle a cui sono più affezionato, le mie preferite all’epoca della prima visione. Però, specie dopo essermela ri-sparata di recente, se dovessi puntare il dito su quella che ritengo davvero la migliore, mi sa che non avrei molti dubbi: la quinta stagione di Buffy l’ammazzavampiri è una bomba atomica.

Se effettivamente le due successive non siano all’altezza, onestamente, non me lo ricordo, e magari ne chiacchiererò prima o poi qua dentro, proseguendo con la (ri)visione che sto portando avanti con calma, ma questo è l’anno in cui praticamente ogni cosa che è Buffy raggiunge l’apice espressivo, contenutistico, di messa in scena, e trova una quadratura del cerchio ai limiti della perfezione. Certo, c’è un cattivo di spessore, come non potrebbe che essere per la migliore fra sette stagioni, con una Glory che rappresenta un ostacolo per la prima volta apparentemente davvero insormontabile, una forza devastante, brutale, realmente malvagia fino in fondo, la cui semplice natura rappresenta già di per sé un’idea eccellente e che riesce a generare tutta una serie di situazioni estremamente azzeccate, gag divertenti, battute e scelte drammatiche che si rincorrono senza fine. Ma non c’è solo lei.

C’è l’introduzione di Dawn, suggerita nelle annate precedenti e che qui si presenta così, come se nulla fosse, spiegandosi poi pian piano e mettendo in scena una fra le trovate più coraggiose, particolari e forti dell’intera serie. Un personaggio tratteggiato in maniera perfetta, adorabile e insopportabile, semplicemente straziante per la sua stessa natura, che spinge fortissimo sul senso di melodramma della serie e che in questo va ad abbracciare l’intera annata e il suo sviluppare sempre più quel cast di personaggi che cinque anni prima avevano bene o male tutti esordito come semplici macchiette. È qui che Xander esprime davvero tutto il suo potenziale e si trasforma da spalla comica a figura tragica e simbolo delle difficoltà di una certa gioventù americana. È qui che Willow decolla definitivamente nei suoi coraggiosi sviluppi e continua a preparare il campo per quel che arriverà un anno dopo. È qui che Spike diventa davvero il personaggio stratificato e adorabile che ci si ricorda, sviluppandosi incredibilmente rispetto al cattivello “with attitude” che era in precedenza.

Se l’anno precedente era quello della raggiunta maturità, questo è quello in cui Buffy e i suoi amici si trovano a dover incassare i cazzotti che la vita adulta ti rifila uno dietro l’altro, costretti ad affrontare il senso di responsabilità, la nostalgia per tempi più semplici, la difficoltà dell’essere ormai diventati uomini e donne. Temi che vengono sviluppati con un gusto, una delicatezza e una forza incredibili, riuscendo a conservare il solito mix assurdo e lasciando che allo stesso tempo si esprimano con la massima forza possibile il lato più avventuroso, il tono leggero e stupidino, il romance anche più smaccato e le suggestioni horror, sempre presenti e fortissime. E poi ci sono i singoli episodi.

La stagione si apre all’insegna dell’adorabile buffonata, con lo scontro fra Buffy e Dracula punteggiato dalla Scooby Gang che ridicolizza l’accento del cattivone, ma basta un attimo e subito ci si ritrova invischiati in un crescendo orizzontale, sviluppato in maniera incredibile lungo un susseguirsi di episodi più o meno autoconclusivi, carichi di idee e che a turno costringono i vari personaggi ad affrontare il proprio senso d’identità, d’appartenenza a un mondo ostile. C’è la farsa amarognola del doppione di Xander, ci sono gli sviluppi “romantici” di Spike, c’è lo straziante scoprire sé stessa di Dawn, il cui passaggio per l’adolescenza significa affrontare una trasformazione più forte del previsto, e ci sono tutte quelle singole sperimentazioni che rendono grande questa serie.

C’è Family, episodio scritto e diretto da Joss Whedon, che fa il paio con il quasi contemporaneo Untouched, da lui diretto nella seconda stagione di Angel, nell’affrontare di petto il tema delle donne oppresse dalle figure paterne forti e la voglia di uscire dai confini imposti dalla società. C’è I Was Made to Love You, surreale mix d’assurdo, cretinaggine, satira, melodramma, che ti fa sorridere amaramente per una quarantina di minuti e poi, quando pensi sia finita, ti sferra quel pazzesco cazzotto nello stomaco. C’è Fool for Love, “crossover / non crossover” con Angel in cui si affronta il passato dei due vampiri badass per ecellenza del Buffyverse, scoprendo tra l’altro scheletri nell’armadio che non si vergognano di metterli in ridicolo e “rovinarne” in qualche modo la statura. E poi c’è ovviamente il gran finale di The Gift e delle tre puntate precedenti, a suggellare la chiusura di un’era – l’anno successivo si cambiava network – con un crescendo trascinante e un’uscita di scena meravigliosa, che davvero avrebbe potuto fare da perfetta conclusione di tutto quanto.

Ma ovviamente, non è che ci si possa girare troppo attorno, il singolo episodio che rimane inevitabilmente impresso a fuoco nel cuore e nel cervello è The Body, capitolo centrale della mia immaginaria tripletta “sonora” (con Hush nella precedente stagione e Once More, With Feeling nella successiva), mostruosa prova di bravura del cast tutto che ancora oggi, ad oltre dieci anni di distanza, posandoci gli occhi sopra in piena consapevolezza di cosa stia per arrivare, ti prende a calci in faccia, ti strappa il cuore e ti abbandona sul divano ridotto a uno straccio. Culmine di un percorso portato avanti costruendone gli eventi nell’arco di tutta la prima metà di stagione, The Body rappresenta quarantacinque – o quel che sono – minuti fra i più devastanti che possa capitare di guardare in televisione. Li rappresenta, certo, anche per il modo in cui capitalizza sui legami emotivi costruiti fino a quel momento, ma soprattutto per la qualità allucinante quel che mostra e racconta.

Un lutto elaborato attraverso la forza realistica di un episodio raccontato attraverso lunghi, splendidi, piani sequenza con camera a spalla, senza alcun accompagnamento musicale, dipingendo i mille modi diversi attraverso i quali persone lontane anni luce ma unite da un unico filo conduttore cercano di dare un senso alla morte di chi è loro vicino. Una roba dalla bellezza furiosa, che mi fa tornare i brividi anche solo a ricordarla e cercare di spiegarne il senso e la cui delicata, elegante forza viene fra l’altro messa ancor più in luce dalla pacchianeria con cui lo stesso argomento viene affrontato nell’apertura dell’episodio successivo. È uno fra i momenti più famosi, rispettati e amati non solo di Buffy, ma in generale della TV di quegli anni, e non è un caso. Basterebbe lui da solo a fare la differenza e a far capire quanto questa serie possa aver dato e rappresentato. E poi c’è tutto il resto, un resto a cui, comunque, The Body rimane indissolubilmente legato.

Ho visto questa quinta stagione per la prima volta da qualche parte durante lo scorso decennio. Fra l’altro, il maestro degli auto-spoiler aveva colpito per l’ennesima volta: guardandola, mi resi conto che già sapevo tutto su Dawn, perché qualche tempo prima avevo beccato in TV, completamente a caso, il momento della rivelazione. Credo di aver fatto una mossa del genere per ogni singola stagione di Buffy. Comunque, mi sono riguardato il tutto lo scorso dicembre, poi il post se n’è rimasto a fermentare un po’ fra le bozze perché sì. Neanche comincio a parlare di lingua originale, adattamento italiano e cose simili, OK?

Doctor Sleep

Doctor Sleep (USA, 2013)
di Stephen King

Nella postfazione di Doctor Sleep, Stephen King si prende qualche riga per spiegare come sia nata l’idea di scrivere il romanzo e la sua natura di seguito, che va a ripescare il piccolo Danny di Shining per raccontare quel che gli è successo dopo essere scampato al delirio dell’Overlook Hotel. Nel farlo, King si sente costretto a puntualizzare che questo libro porta avanti quanto raccontato nel romanzo originale e non nel film di Stanley Kubrick (che, non può proprio trattenersi dal ribadirlo, lui non ha mai apprezzato). Si tratta di una precisazione particolarmente significativa, per ovvi motivi: non ci si può fare molto, nella cultura popolare e nella testa di molta gente, Kubrick s’è appropriato di Shining e King non è mai riuscito a riprenderselo indietro, neanche sceneggiando in prima persona un adattamento televisivo molto più fedele al suo romanzo. Poi, certo, non vale per tutti e ci saranno sicuramente molte persone che preferiscono il Jack Torrance cartaceo a quello di Jack Nicholson, ma non è quello il punto. Io stesso, che pure il romanzo l’ho letto e apprezzato, adoro il film di Kubrick, al punto che, se mi puntano una pistola alla testa e mi costringono a elencare i miei tre film preferiti, è forse l’unico che ci sbatto dentro senza pensarci un attimo.

Quello Shining lì è uno fra i pochi film capaci di mettermi realmente a disagio ogni volta che lo riguardo, e non è che l’abbia visto poche volte. Quei corridoi, quel triciclo, quel tappeto logoro… mamma mia, anche solo a ripensarci mi viene l’ansia. Ho visto il film, più volte, prima di leggere il romanzo, e questo sicuramente pesa, ma c’è poco da fare: se penso a Shining, e anche mentre ci pensavo leggendo Doctor Sleep, il protagonista ha la faccia di Jack Nicholson, gli altri personaggi hanno le facce degli altri attori, l’albergo, gli ambienti, le suggestioni sono quelli usciti dalla capoccia di Kubrick. Poi, sì, lo so che nel romanzo ci sono le creature di siepi che prendono vita e ricordo bene il destino diverso cui va incontro Jack Torrance, ma le due cose si mescolano fra loro e a livello d’immaginario visivo è Kubrick a dominare. Ma insomma, al di là della curiosità di chiacchierarne, la cosa importa fino a un certo punto, anche perché Doctor Sleep è uno di quei seguiti da mettere tra virgolette. L’universo narrativo, per carità, è quello, il protagonista è Daniel Torrance e i riferimenti al passato ci sono, estremamente chiari. In più King, guarda un po’ che coincidenza, infila nel racconto proprio alcune fra le differenze principali fra libro e film, così i dubbi svaniscono per direttissima.

Però Doctor Sleep va veramente a parare da un’altra parte e non è necessariamente quel che uno si potrebbe aspettare dal seguito di un romanzo che, diverso o meno dal film, era comunque una storia horror fatta e finita, coi suoi bei momenti sanamente inquietanti e che molti indicano come uno fra i libri più paurosi di King. E lo sa per primo lui, che apre il libro omaggiando l’originale con una specie di contentino, un prologo che sembra uscire per direttissima dall’Overlook Hotel, anche se è ambientato altrove, e al termine del quale ti viene da spostare un attimo l’abat-jour per puntare l’angolo di luce sull’uscio della stanza e assicurarti che non ci sia una vecchia ricoperta di pus che t’osserva dal corridoio. Ma è, appunto, solo il prologo, poi Doctor Sleep balza in avanti, regala un altro paio di brividi veloci e procede quindi a trasformarsi in un altro libro, una specie di L’incendiaria vs. Il buio si avvicina, in cui un adulto Dan, alle prese col demone dell’alcolismo che tanti anni prima ha condannato il padre, trova la forza di fuggirne – e di fuggire dai fantasmi che lo perseguitano – e scopre poi che la luccicanza è parte di un qualcosa ben più ampio di quanto ci si potesse immaginare nel 1977.

Qui entrano in gioco la ragazzina coi poteri paranormali che evidentemente a King piace un sacco elaborare in mille forme diverse e la battaglia contro una stirpe di vampiri psichici, creature che non hanno i tratti classici dei succhiasangue, ma sono di fondo una rielaborazione di quel concetto. Vivono cibandosi dello spirito che alberga nei giovani dotati di luccicanza, vengono in qualche modo a sapere dell’esistenza della ragazzina di cui sopra e da lì si procede verso l’inevitabile conflitto finale, che per altro finirà per riportare Dan sul luogo del delitto, le macerie dell’Overlook Hotel. In tutto questo, quel che ne viene fuori è un romanzo scorrevole, gradevolissimo, interessante per il modo in cui riesce a parlare di famiglia, rapporti umani e alcolismo attraverso il filtro di una movimentata storia di genere, pieno di quei piccoli elementi che “fanno” un libro di Stephen King, nell’atmosfera, nello stile tutto particolare che rende protagonisti dettagli all’apparenza insignificanti e nel solito gusto rancido con cui King trasforma la malattia in orrore vero. Sono decisamente questi gli aspetti interessanti di Doctor Sleep, quelli che ti fanno arrivare fino in fondo, certo non un intreccio incredibilmente prevedibile, avaro di sorprese e moscio negli sviluppi. Meglio che niente.

Full disclosure: da ragazzino, come penso tanti della mia generazione, ho avuto la mia fase di frenesia totale Stephen King. Ho letto quasi tutto quel che ha scritto fino a Dolores Claiborne compreso, ma poi ci siamo persi di vista e a conti fatti, scorrendo l’elenco su Wikipedia, mi rendo che della sua produzione successiva ho letto forse solo Cell (e American Vampire, se vogliamo contarlo). Quindi, insomma, è evidente che non ho modo di inquadrare questo romanzo in quello che è lo Stephen King attuale. Me ne farò una ragione. Fra l’altro, ora che ci penso, è la prima volta che leggo un libro di Stephen King in lingua originale. Ma non ho commenti da fare al riguardo. Scusatemi.

The Walking Dead 04X09: "Smarriti"

The Walking Dead 04X09: “After” (USA, 2014) 
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Greg Nicotero
con Andrew Lincoln, Chandler Riggs, Danai Gurira

Il primo episodio di The Walking Dead dopo la pausa natalizia si apre in maniera molto efficace, recuperando il disastro su cui ci eravamo lasciati, mostrando un’inquadratura dall’alto del carro armato abbandonato, che in qualche modo fa tornare alla memoria l’episodio pilota di quattro anni fa (per la miseria se passa il tempo, vivevo ancora in Italia!), e mettendo un paio di puntini sulle i. Il gruppetto di cospirazionisti convinto che la morte del Governatore fosse una burla viene tranquillizzato da un’immagine fin troppo chiara, mentre Michonne passeggia derelitta fra gli zombi, ci offre l’addio alla prigione (anche se, a giudicare dal trailer del prossimo episodio, la vedremo nuovamente far capolino) e passa anche a salutare Hershel, proponendo la versione “adattata” agli eventi televisivi di una scena che in origine aveva, per diversi motivi, significati anche più forti. Da lì in poi prende il via uno di quegli episodi, affascinanti e bene o male sempre un po’ rischiosi, in cui la serie si mette in pausa e sceglie di concentrarsi un gruppo molto ristretto di personaggi. Questa volta, come già accaduto in un bell’episodio della terza stagione, tocca a Rick, Carl e Michonne, attraverso però un montaggio alternato che vede da una parte una buona rielaborazione di quel che a questo punto accadeva anche nei fumetti, dall’altro un approfondimento inedito sulla donna con la katana e il suo passato.

Su entrambi i fronti, il punto è rappresentato fondamentalmente dalla necessità di mettersi alle spalle quanto accaduto e accettare quello che adesso diventerà il nuovo status quo. E vale, in maniere diverse, per tutti e tre i personaggi. Il filo narrativo che segue Rick e Carl è, per certi versi, quello più coraggioso, fosse anche solo perché mette al centro dell’attenzione un personaggio non esattamente fra i più amati del telefilm e, in generale, un adolescente carico di rabbia, che si ribella al padre, cerca di trovare una sua identità forte in un mondo assurdo e finisce per fare cose da ragazzino, trasformando in una sorta di gioco perverso la lotta per la sopravvivenza. E, c’è poco da fare, a tratti risulta insopportabile, ma quantomeno si tratta di una “insopportabilità” credibile, nel contesto e per il personaggio che è. Tanto più che la cosa dà spazio a bei momenti, a quegli attimi in cui torna brevemente ad affacciarsi il suo spirito più innocente, di fronte alla console attaccata al televisore, scucchiaiando la cioccolata seduto su un tetto, nel momento di vittoriosa spocchia dopo essersela cavata per il rotto della cuffia, in quello sfogo di fronte a un padre che non può ascoltarlo e nella rassegnazione e accettazione finale. Anche se quell’istante specifico è forse un po’ rovinato dal fatto che, semplicemente, il modo in cui è orchestrato, l’equivoco sulle condizioni del padre, tanto funzionava bene sulla pagina quanto risulta onestamente un po’ ridicolo sullo schermo.

Dall’altra parte c’è Michonne, che torna brevemente al suo status di ninja coi cani-zombi al guinzaglio, ma si rende velocemente conto di essere cambiata e non riesce a ricacciare dentro di sé il pur fugace e illusorio ritorno all’umanità che il periodo trascorso con gli altri le ha rovesciato addosso. Chiaramente il momento chiave è quello del flashback, in cui finalmente ci viene raccontato qualcosa del suo passato e sul quale fra l’altro non posso fare a meno di buttare lì una divagazione. Di fronte a quella scena in cui vediamo ciò che Michonne ha perso, seppur in una bizzarra visione onirica, mi sono trovato in qualche modo a riflettere sul filtro dei cliché razzisti con cui mi approcciavo al personaggio. Nel momento in cui, proprio in quell’episodio della terza stagione citato sopra, Michonne, donna di colore dal fare ruvido e che se la sa cavare, affermava che i due uomini non morti legati al suo passato “non erano mai stati umani”, l’associazione d’idee è stata immediata: mi sono immaginato una moglie maltrattata dal marito alcolista, in una casa di periferia, nel classico quartiere povero che mille volte abbiamo visto in giro per film e telefilm americani. E invece, sebbene, per carità, quel flashback sia figlio del delirio e non vada preso in maniera letterale, ci viene mostrata una famiglia borghese e serena. Ci viene detto più o meno chiaramente che a distruggerne la vita è stata l’apocalisse zombi e che se Michonne non riconosce umanità a quei due uomini è per il modo in cui hanno reagito al nuovo mondo, probabilmente levandosi la vita e portando con loro la creatura che nel ricordo lei stringe a sé.

Con una scelta non fra le più comuni nella narrativa per immagini americana, non ci viene spiegato tutto per filo e per segno, si lascia spazio all’interpretazione e, vai a sapere, magari non c’ho capito nulla. E probabilmente questo colpo di scena nel fuggire dai cliché è una lettura tutta mia, assolutamente non ricercata dagli autori della serie o da Robert Kirkman stesso, che fra l’altro ha scritto di suo pugno questo episodio. Ma non importa, io ci ho visto queste cose, tanto vale condividerle, nel chiacchierare di una puntata comunque particolare per il tono dimesso, il ritmo blando, la scelta di non ripartire subito a mille – per quello ci sarà spazio dalla prossima settimana – e lasciare in sospeso le tante questioni aperte. Fra le quali ci sarebbe anche un po’ l’altra cosa suggerita ma non mostrata a dicembre. Sarà morta davvero, la bimba? I cospirazionisti fremono.

Fra l’altro, a dicembre, m’ero immaginato il rientro in scena di Michonne in una maniera molto precisa, che nell’episodio non si verifica. Ebbene, sono andato a rileggermi questa parte del fumetto per capire quanto effettivamente l’episodio fosse fedele e mi son reso conto di non essermi immaginato nulla: erano semplicemente i ricordi dai fumetti. Ah, gli scherzi che ti gioca a volte la testolina! #waitingforabraham

A proposito di Davis

Inside Llewyn Davis (USA, 2013)
di Joel & Ethan Coen
con Oscar Isaac, Carey Mulligan, John Goodman, Garret Hedlund, Justin Timberlake

È difficile non vedere parecchi punti di contatto fra il nuovo, divertente e deprimente film dei fratelli Coen e quel che avevano raccontato quattro anni fa con A Serious Man. Quella di Llewyn Davis è una storia magari meno profondamente radicata nella cultura ebrea, o quantomeno nel quotidiano che essa esprime, ma ugualmente impregnata del sapore di una parabola fatta di costante e inarrestabile accanirsi sulla vita e sul destino del proprio protagonista. Da quel film torna la pazzesca capacità di raccontare con un tono allo stesso tempo leggero, divertentissimo, tragico e pesante un interminabile susseguirsi di disgrazie e colpi di sfortuna, che danno il ritmo della vita di una persona intrappolata nel proprio continuo girare in tondo.

Llewyn Davis è un cantautore folk invischiato nella sua incapacità di combinare qualcosa di buono. Gira sempre attorno agli stessi errori, si convince di voler dare una svolta alla propria esistenza ma non riesce a trovare il percorso giusto, si abbandona alla facile scappatoia della sfortuna – che pure c’è, figlia del crudele divino ebreo – per far finta di stare lottando contro il destino. E invece è lui il primo a non volerne sapere, a costruirsi le tragedie con le proprie mani, smontando sistematicamente qualsiasi elemento positivo gli si presenti davanti, evitando con tutte le forze di abbracciare ogni opportunità che la vita gli offre per uscire dal circolo vizioso che s’è creato e nel quale, in fondo, nonostante le sue sofferenze, si trova bene. Al sicuro, tranquillo, coccolato dalla convinzione di essere vittima degli eventi, non della sua ignavia, completamente disinteressato a imbarcarsi in una storia di crescita personale, sconfitta dei propri demoni e redenzione finale in tripudio d’amore.

Non fatevi raccontare che A proposito di Davis è “un Coen minore”: sono fesserie. Certo, è un Coen magari meno piacione e abbordabile di tanti altri bellissimi film di successo che i due fratelli hanno diretto, ma questo non lo rende minore. Date piuttosto retta a chi ne parla come di un film meraviglioso, forse il migliore della loro carriera, perché magari è un’esagerazione, ma davvero sta da quelle parti. Mette in fila una lunga serie di semplici, piccoli quadretti di normalità, trasformandoli in tasselli di una vita disperata, rende i semplici e assurdi avvenimenti quotidiani, che capitano a chiunque, momenti di straziante comicità e racconta una storia di quelle che ti restano dentro, aggrappate allo stomaco, depositandoti addosso un senso di disagio e giocando con l’affetto per il protagonista. Là dove A Serious Man si accaniva sul suo “eroe” prendendolo a calci nelle gengive, A proposito di Davis cerca in tutti i modi di voler bene al personaggio interpretato da Oscar Isaac e proprio per questo rende ancor più straziante il racconto delle sue sfortune.

Tutto questo viene raccontato attraverso una messa in scena che mozza il fiato per la bellezza delle immagini, dell’inquadratura anche più apparentemente marginale, del modo in cui toni, colori, musiche, tutto va a comporre un mondo dalla densità, dalla forza e dalla credibilità pazzesca, in cui anche la scenetta più assurda ha un peso forte e reale. Peso che poi è figlio anche della bravura di ogni singolo interprete, tutti perfettamente misurati, nessuno realmente fuori giri anche fra i personaggi più a rischio macchietta, fra John Goodman e Justin Timberlake, con in mezzo le faccette buffe da proposta di matrimonio immediata di Carey Mulligan e alla guida uno strepitoso Oscar Isaac, nei cui occhi (e nella cui voce) si legge un crescendo di tristezza e rassegnazione che lascia la gola secca e lo stomaco pesante. Forse, assieme al Michael B. Jordan di Fruitvale Station, è lo “snobbato” più doloroso degli Oscar di quest’anno, certo non solo perché canta bene, e A proposito di Davis è fra i più bei film del 2013 che in Italia diventano del 2014.

L’ho visto qua a Parigi, al cinema, in lingua originale, lo scorso novembre. In Italia è uscito dopo tre mesi, probabilmente necessari per provare a inventarsi una traduzione azzeccata per il titolo. E non sufficienti, a quanto pare. Quando si dice che in un film gli attori sono bravissimi, si sta implicitamente dicendo che, se possibile, sarebbe da guardare in lingua originale. Poi questi cantano anche!

Lo spam della domenica mattina: Buon RoboCop Weekend!

Questa settimana, su IGN, oltre a invadere il sito con le mie quattro cinebloggate a tema RoboCop, ho prodotto anche altro. Per esempio un grosso articolo che ripercorre la storia dei videogiochi dedicati a RoboCop. Ehm. Ma non solo del futuro della legge si vive! Abbiamo infatti anche la recensione del secondo episodio di The Wolf Among Us e il ritorno della mia biascicante voce sui Rewind Theater, per gli spot trasmessi al Super Bowl di Transformers 4 e di The Amazing Spider-Man 2. Su Outcast, invece, poca roba: un Videopep dedicato al mio approccio schizoide a Kickstarter e l’episodio di Old! dedicato al febbraio del 1984. Ah, s’è pure pubblicato il The Walking Podcast dedicato al primo episodio della seconda stagione del gioco di Telltale Games.

Domani avrei voluto registrare l’Outcast Speciale dedicato a Xbox One. Solo che, ehm, mi sono dimenticato di organizzare. Abbiate pazienza, sono vecchio.