Il gladiatore

Gladiator (USA, 2000)
di Ridley Scott
con Russell Crowe, Joaquin Phoenix, Djimon Hounsou, Connie Nielsen, Oliver Reed

Qualche settimana fa, qua in casa Maderna è finito nel lettore di PS3 il DVD de Il gladiatore, in Edizione Speciale Triplo Tapioca Antani Extended Cut, acquistata da un qualche cestone anni fa e mai infilata da nessuna parte che non fosse lo scaffale. Mentre iniziava il film, mi sono reso conto che era la prima volta che lo riguardavo per intero dai tempi di quella visione al cinema, nel lontano 2000, in sala Energia all’Arcadia, per poi tornare a casa in macchina con Bovati e il Della che, seduti dietro, discutevano animatamente su come fosse giusto identificare il periodo di massimo splendore dell’antica Roma. Per carità, ne avevo rivisto qualche scena beccandolo in TV fra un canale e l’altro, ma non mi ero mai messo a riguardarlo sul serio dall’inizio alla fine e ancora non l’avevo mai visto in lingua originale. Ora l’ho fatto. E, mi tocca dirlo, mi son ritrovato a guardare un film, per carità, gradevolissimo, divertente, con delle belle scene di combattimento, una regia, un montaggio e delle coreografie che ti tengono acchiappato ma… eh… ecco, mica molto altro.

Non so, sarà che Scott all’epoca arrivava dai suoi deprimenti anni Novanta e quindi ritrovarsi a guardare un suo film ben più che dignitoso ti metteva addosso un senso di nostalgica passione, ma onestamente, riguardandolo quattordici anni dopo, magari anche perché ora son vecchio e sentir declamare “Al mio segnale, scatenate l’inferno” mi mette addosso meno fotta, rimango un po’ perplesso. Che Il gladiatore abbia avuto un impatto brutale sulla cultura popolare è innegabile (basta pensare a quanta gente se l’è menata per anni con quell’ordine lì) e in questo, forse, è l’unico film di Ridley Scott che abbia avuto una forza paragonabile a quella di Alien e Blade Runner. Però la storia di Massimo Decimo Meridio non vale mezzo fotogramma di quei due film lì (o de I duellanti, pure) e, quattordici anni dopo, l’ho trovata invecchiata malissimo, mentre il filmetto con l’alieno, che ha vent’anni di più, sembra girato l’altro ieri.

Ma in tutto questo c’è un aspetto curioso, nel fatto che, forse proprio per l’impatto sulla cultura popolare, magari anche per gli Oscar vinti e vai a sapere per cos’altro, nel ricordo il film m’era cresciuto parecchio e mi aspettavo di mettermi a rivedere una cosa che comunque mi sarebbe piaciuta ben di più. E invece, per curiosità, sono andato a rileggermi le chiacchierate dell’epoca su Usenet e mi sono reso conto che pure guardandolo al cinema non ne ero andato matto. Anzi, paradossalmente, m’era piaciuto anche meno, perché per quanto fosse tutto ben confezionato, m’aveva discretamente smarronato sulla distanza e avevo trovato poco riusciti gli ultimi due combattimenti, quello con l’Uomo Tigre e quello finale, che invece questa volta ho apprezzato. Quindi, paradossalmente, nel riguardare Il gladiatore in DVD dopo tanti anni, ho trovato un film peggiore del ricordo che m’ero costruito in testa ma migliore del film che avevo visto al cinema all’epoca. Mindfuck.

Quindi, riassumendo e ricordando il caro Rogerino, oggi Il gladiatore mi sembra un filmetto ben confezionato, con qualche merito, dell’azione divertente, gradevole, ma che lascia il tempo che trova. Per altro, è un po’ l’impressione che mi fanno tutti i film di Ridley successivi agli anni Ottanta – o forse solo successivi a quei tre lì – quando mi capita di riguardarli. In questo senso, è sintomatico il fatto che ho bene in testa quel filmetto di Pompei, visto relativamente poco tempo dopo aver infilato il DVD di Ridley nella PS3, e, beh, per carità, è sicuramente una roba molto più pasticciata e tamarra, meno pulita nella messa in scena, più evidente nel suo scopiazzare, ma alla fin fine anche meno presuntuosa, più consapevole e convinta di quel che realmente è. Che poi è un po’ il motivo per cui Tony mi è sempre stato più simpatico.

Insomma, nel riguardare Il gladiatore oggi, al di là della faccia di Oliver Reed appiccicata post mortem che davvero non si può vedere, al di là delle scene aggiunte (non male quella iniziale coi feriti, effettivamente superflue quelle che approfondiscono la cospirazione di Connie Nielsen), mi rimane addosso la sensazione di aver visto un filmetto come tanti, assieme a un corposo punto di domanda, rivolto al fenomeno di costume che fu capace di diventare. Era il film giusto al posto giusto nel momento giusto, immagino. Tutti convinti e carichi, gran battage pubblicitario e via andare. Certo è che l’Oscar a Russell Crowe, con tutto il bene che gli voglio, fa abbastanza ridere, tanto più che se lo meritava davvero l’anno prima per The Insider (e questo lo pensavo anche all’epoca) e che, insomma, mille volte meglio Javier Bardem e Tom Hanks. Ma d’altra parte era un anno strano, guardo le altre nomination come miglior film e non mi sembra di vedere un derubato clamoroso, alla fine che gli vuoi dire?

Ecco, sì, le musiche di Hans Zimmer, quelle erano e rimangono davvero ganze, fra l’altro pure loro copiatissime in Pompei. Però l’Oscar per la colonna sonora andò a La tigre e il dragone. Non me le ricordo, quelle musiche. Ricordo che c’era una canzone. Whatever.

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