12 anni schiavo

12 Years a Slave (USA, 2013)
di Steve McQueen
con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Lupita Nyong’o, Sarah Paulson 

Fra gli aspetti più interessanti di 12 anni schiavo c’è la prospettiva attraverso cui il film viene raccontato, nel punto di vista del suo personaggio principale, un uomo libero che, in pieno 1800, si ritrova ingannato, rapito, privato della propria identità e venduto come schiavo da un proprietario terriero all’altro. La tragedia della schiavitù viene quindi messa in scena attraverso lo sguardo incredulo di una persona che credeva di poter tenere a distanza quel genere di sofferenza, che viveva la situazione surreale di girare liberamente in città, incrociando magari uno schiavo all’ingresso di un negozio e osservandolo con quel misto d’imbarazzo e senso di colpa, trascinata nell’incubo di quella realtà. Non è un dettaglio da poco, perché è alla base di alcuni fra i momenti e i temi più forti, per esempio in quella splendida scena del risveglio al buio, della confusione e del terrore vero accompagnati dal suono delle catene, del sistematico impegno nello spezzare la volontà umana e ridurre una persona a merce. O ancora nelle conversazioni fra chi è stato reso schiavo, a bordo della nave, e commenta con disprezzo quegli altri “nigger” che non sanno neanche cosa significhi essere uomini liberi, o nella necessità di nascondere la propria istruzione ai padroni per mantenere un basso profilo ed evitare conseguenze estreme.

Tutto questo, poi, viene filtrato attraverso l’occhio di Steve McQueen, brutale, estremamente fisico, che colpisce con la forza di un pugno nello stomaco non necessariamente grazie al dettaglio sanguigno, ma per la potenza con cui viene trasmesso lo stato mentale di un contesto storico e geografico in cui, a conti fatti, certe cose erano la normalità. L’assurda posizione del personaggio di Benedict Cumberbatch, che cerca di trattare in maniera dignitosa i suoi schiavi e viene per questo identificato da Northup come persona decente, anche se poi, di fatto, rimane uno schiavista. La micidiale indifferenza con cui la semplice routine quotidiana si sviluppa quasi indisturbata mentre un uomo, lì, davanti agli occhi di tutti, cerca di resistere in punta di piedi per non morire impiccato. La sensazione di reale terrore vissuta da Solomon nel momento in cui ha il timore di stare commettendo un passo falso che potrebbe condannarlo e che a tratti impregna il film di un’atmosfera quasi da thriller.

In questo senso, fra l’altro, la colonna sonora di Hans Zimmer esprime un fascino assurdo, risultando bizzarramente fuori luogo, per esempio con quell’incedere quasi da film d’azione che accompagna i momenti a bordo della nave, e forse proprio per questo strano contrasto incredibilmente adatta al film. Ma del resto 12 anni schiavo vive anche un po’ della sua natura squilibrata, dei contrasti fra la pace che regna nelle location in cui si sono immersi gli attori e che sembra quasi voler offrire momentanei attimi di respiro fra uno strappo di violenza, panico, insensatezza e l’altro. E se da un lato è vero che si tratta di un racconto dagli sviluppi tutto sommato ordinari e visti mille volte, è vero anche che a far la differenza è proprio la direzione di McQueen, sicuramente più classica e inquadrata che nei suoi precedenti film, ma forse anche per questo incredibilmente forte, viscerale, fisica, capace di portare alla luce dettagli marginali ma fondamentali, esplorando aspetti non banali, aprendo tutto con una scena fortissima, incentrata sulla necessità di soddisfare l’impeto sessuale e continuare in fondo a sentirsi umani. E di fondo, forse, la forza pazzesca di certi passaggi è anche figlia della maniera molto semplice, quasi ordinaria, con cui si racconta, perché non ci sono evidenti virtuosismi che vadano a distrarre da quel che viene messo in scena.

In questo, pur non raccontando in fondo poi molto di “nuovo”, 12 anni schiavo trova comunque una sua dimensione forte grazie al modo in cui ti sbatte per un paio d’ore in un mondo violento, brutale, insostenibile, senza speranza, focalizzandosi sull’esigenza del singolo e mostrando come, una volta passato il limite, di fronte alla pura lotta per la sopravvivenza, non conti più niente altro che la propria persona, si dimentichino tutti i buoni propositi d’orgoglio da cui si era partiti e si sia pronti a perdere la propria umanità per non uscire sconfitti dalla battaglia. Chiaramente il tutto funziona anche grazie alla gran prova di praticamente tutti gli attori, con un cast estremamente ben assortito (anche se Sarah Paulson, per quanto brava, appare forse un po’ troppo sopra la righe): Michael Fassbender è fuori dalla grazia di Dio, ma è notevolissimo anche Chiwetel Ejiofor, che dona al suo personaggio una potenza vibrante. La sofferenza che si legge nei suoi occhi lascia il segno, l’angoscia che trasmette quando sente il bisogno di chiedere scusa per essere stato rapito e trattato come un oggetto spezza il cuore.

Ho visto il film al cinema, qua a Parigi, un paio di settimane fa, gustandomelo in quella lingua originale che, vale sempre il solito discorso, è veramente un peccato negarsi di fronte a simili prove d’attore. Anche se va detto che McQueen sembra essere interessato soprattutto a interpretazioni fatte di fisico, sudore, sguardi, corpo e muscoli, linguaggi che non si doppiano. Ma insomma, ci siamo capiti.

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