Pompei

Pompeii (USA, 2013)
di Paul W.S. Anderson
con Kit Harington, Emily Browning, Kiefer Sutherland 

Parlare di Pompei liquidandolo come una scemenza scritta e recitata male, derivativa, brutalmente imprecisa dal punto di vista della ricostruzione storica, che non ha nulla di particolare da offrire al di là di qualche effetto speciale azzeccato e di una regia tutt’al più funzionale, sarebbe facile. Tant’è che l’ho appena fatto. Ma di luoghi in cui chi ha bisogno di sentirsi dire queste cose può essere soddisfatto è piena l’internet. A me interessa maggiormente chiacchierare di Pompei sotto un punto di vista lievemente diverso, quello di chi si presenta al cinema in maniera almeno un po’ consapevole, sapendo quel che va a vedere. Perché OK che è il film con la tragedia storica, la storia d’amore e i gladiatori, OK che – comprensibilmente – il marketing punta su questi elementi e OK anche che è uno fra i pochi film che Anderson ha solo diretto, senza scriverselo, quindi magari non è un progetto stra-personale, ma se vai a vedere il film su Pompei del regista di Punto di non ritorno, Soldier, tre Resident Evil, un Alien Vs. Predator, un Death Race e Assassin’s Moschettieri per poi lamentarti del fatto che è una tamarrata e la trama fa pietà, beh, dai, il problema è anche un po’ tuo.

Detto questo, sostenere che la trama di Pompei faccia pietà è forse riduttivo nei confronti del lavoro allucinante di chi ha curato la sceneggiatura, un gruppo per altro surreale già di suo: i coniugi Batchler (a curriculum nientemeno che Batman Forever), Julian Fellowes (veterano di Downton Abbey, probabilmente la ragione per cui i dialoghi non fanno completamente pietà) e tale Michael Robert Johnson, che ha una scheda su IMDB ricca più o meno come la mia. E il loro lavoro è allucinante più che altro perché lo guardi e non capisci se questi ci siano o ci facciano, se davvero credano in quel che hanno scritto o se la loro sia un’opera di trolling all’insegna del “macheccefrega”. Praticamente, Pompei è un mashup fra Titanic e Il gladiatore, con un protagonista che si spara le pose come gli eroi dei videogiochi, ha degli addominali che neanche con Photoshop ma gli occhi da cucciolone, sussurra ai cavalli e li doma in pieno stile Mister Crocodile Dundee, è un barbaro delle terre selvagge pulito, sbarbato e dalla perfetta dizione, capace di conquistare le signorotte bene della cittadina di provincia mentre porta avanti la sua vendetta contro il malvagio conquistatore. Che fra l’altro è un Kiefer Sutherland in totale affanno nel tentativo di stare dietro all’accento brit di Jared Harris, impresa evidentemente fuori portata anche per Jack Bauer.

Il livello di omaggio/plagio/citazione/whatever è talmente imbarazzante da fare il giro e diventare quasi adorabile. Abbiamo un gladiatore imbattibile, che il pubblico incita riferendosi alla sua etnia, impegnato a sfruttare la propria “carriera” per ottenere vendetta su un nobile romano, mentre coltiva il rapporto con una donna legata a quel nobile e stringe amicizia con un gladiatore di colore. L’unica differenza sta nel fatto che il tutto è traslato in provincia, con il cattivo che si limita ad essere un senatore. E mica è tutto qui, eh! C’è il capo dei gladiatori che ha la moralità discutibile ma in fondo è simpatico, c’è l’inizio nelle arene puzzolenti, per poi passare all’esordio presso il grande pubblico, con la riproduzione di una battaglia-massacro che i nostri eroi riescono a ribaltare e vincere, e c’è il “momento pollice” in cui il cattivo non riesce a fare quel che vuole. Insomma, Il gladiatore for dummies, intrecciato con Titanic nella lava: due giovani dalla diversa estrazione sociale, fra cui sboccia l’amore e che riusciranno a coronarlo nel mezzo dell’apocalisse, anche se poi comunque finirà malissimo (stiamo parlando di Pompei, non venitemi a dire che è uno spoiler infame svelare che la parte finale del film è dedicata a far morire male tutti quanti).

La reazione di molti arrivati a questo punto.

E quindi? E quindi, siam sempre lì, il punto è che Pompei è un film di quel regista là e se vado a vederlo è perché sono interessato a guardarmi un’ora e quaranta di tamarraggine messa in scena in maniera dignitosa, con parecchia azione ben coreografata e una certa dose di divertimento nell’uso del 3D. In questo senso, Pompei fa abbastanza il suo, anche se è evidente che lo spirito scemo e divertito di Anderson può emergere solo fino a un certo punto, infilandosi qua e là fra le chiacchiere idiote di politica e gli sguardi languidi dei due innamorati. La struttura generale del film è bene o male quella di Titanic, con una prima parte di “trama” e poi il disastro, ma i tempi sono molto più ridotti e snelli, come da tradizione dell’Anderson, e comunque la prima parte si concede i suoi momenti di svago con i combattimenti fra i gladiatori. In questo senso, purtroppo, va precisato che qui Anderson, solitamente interessato a mostrare l’azione in maniera chiara e pulita, aderisce alla moda del montaggio frenetico e confusionario. Divagazione: l’altro giorno leggevo altrove che spesso questo genere d’azione messa in scena alla “non ti faccio capire nulla” viene adottato perché non mostrare in maniera chiara l’impatto dei ceffoni, quindi la violenza, e ottenere il rating PG-13, grande piaga del cinema americano moderno, fonte di tutti i mali, tragico segno dei tempi, generatore d’ansia, malumore e nostalgia per quando eravamo tutti più giovani e… OK, scusate, mi sono distratto.

Dicevo, l’azione, pur assolutamente gradevole, non è nulla di clamoroso, ma fa il suo nel tenere sollevata la palpebra, in un film che comunque – nonostante le scene di narrazione “pura” siano da latte alle ginocchia – procede con un ritmo dignitoso e riesce nell’arduo compito di comprimere Il gladiatore (155 minuti, 171 nella versione estesa) e Titanic (centonovantaequattro minuti) in appena 105 giri d’orologio.  E io, anche solo per questa sua volontà di non sbracare mai, questo suo mantenersi sempre fisso sulla durata giusta per le scemenze d’azione, l’Anderson lo stimo e trovo i suoi film molto più simpatici di molti altri. Poi, chiaramente, i suoi botti Pompei li spara soprattutto nella quarantina di minuti conclusivi, quando il vulcano sbrotta e si scatena il tripudio d’effetti speciali, fra polvere, esplosioni, cenere, lapilli e disastri assortiti. Non tutto funziona alla perfezione, la sequenza della nave che “insegue” i poveracci fa un po’ ridere, ma nel complesso, se ci si presenta in sala solo per quella mezz’ora lì, non c’è troppo da lamentarsi.

Per il resto, va detto che comunque la personalità di Anderson, tamarraggine generale a parte, riesce anche a spuntare qua e là. Il suo approccio al 3D, solitamente carico d’entusiasmo, è un po’ smorzato dalla natura del racconto, anche se comunque, ogni volta che ne ha occasione, offre le sue classiche riprese dalla profondità di campo modello buco nero e intasa lo schermo di roba che ti salta negli occhi. Ma insomma, forse per la prima volta da quando ha abbracciato questo formato, Paul non lo sfrutta particolarmente. In compenso, a tratti emerge la sua mano da amante dell’horror, in piccoli dettagli che riesce a infilare qua e là fra le maglie della censura. Penso per esempio all’utilizzo del sangue nella prima battaglia in arena, a certe morti del disastro finale che appaiono brevemente ai margini dello schermo, alla maniera con cui il vulcano s’introduce nella storia, seguendo chiaramente gli stilemi da horror anni Ottanta e recitando quasi il ruolo del mostro in agguato, oltre che a cose come quell’inquadratura dall’alto sulle strade invase dall’acqua e piene di cadaveri galleggianti. Eppoi c’è anche qualche bell’immagine, tipo quel doppio carrello al mercato, che lo mostra vivo, allegro, esplorato dalle due ragazze a inizio film e ci torna più avanti in direzione opposta, mostrandolo esplorato dal protagonista in mezzo al disastro.

In più, nel finale emerge la vera anima dell’Anderson, quella del pirletta che si presenta sul set con la maglietta degli AC/DC e che alla fin fine dirige sempre film basati su videogiochi, anche quando non lo sono. Gli ultimi dieci minuti sono una sbroccata in cui, mentre il mondo sta esplodendo e cascando in testa ai personaggi, seguiamo in montaggio alternato un duello nell’arena e un inseguimento fra una biga e un cavallo che finiscono per spalmarsi contro un muro, dando poi vita a un altro duello, pure diviso in due parti. E qui, addirittura, i combattimenti vengono ripresi in maniera più chiara. È il momento in cui Anderson dice “OK, va bene tutto, va bene le chiacchiere, vi ho pure messo pochissime sequenze al rallentatore, però questi dieci minuti me li prendo.” E quindi, insomma, che gli vuoi dire? È il film su Pompei diretto (ma non scritto) da Paul W.S. Anderson. È una scemenza con un discreto ritmo, parecchia azione e dei buoni effetti speciali, che scorre via senza particolari inciampi e non risultando mai troppo fastidiosa nella sua banalità. Non si farà certo ricordare, ma procede pulito, non sporca e non disturba. E comunque, va detto, si concede un finale che, pur buttandola sulla romantica pacchianeria, schiva quel buonismo consolatorio che t’aspetteresti da una produzione del genere. Alla fin fine, se vai a vederlo con le intenzioni giuste, magari non ti sorprende, ma bene o male ti dà quel che gli chiedi.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale e in 3D. Gli attori sono quasi tutti poca cosa, però la lingua originale merita per ridere dell’accento di Kiefer Sutherland. Il 3D, per essere un film di Anderson, è sorprendentemente inutile, al di là di qualche inquadratura d’effetto. Lo schermo gigante, comunque, è propedeutico al farti seppellire dalla lava.

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