Buffy l’ammazzavampiri – Stagione 5

Buffy the Vampire Slayer – Season 5 (2000/2001)
creato da Joss Whedon
con Sarah Michelle Gellar, Michelle Trachtenberg, Nicholas Brendon, Alyson Hannigan, Marc Blucas, Anthony Head, James Marsters, Emma Caulfield, Amber Benson
, Clare Kramer

Una cosa che spesso ci si dimentica e che invece i dirigenti Marvel, quando hanno scelto di affidare il loro progetto più importante a uno che non centrava un successo da un decennio buono, hanno dimostrato di non aver dimenticato per nulla, è che Buffy, in fondo, è sempre stato un telefilm di supereroi camuffato da qualcos’altro, realizzato quando i supereroi tutto erano tranne che cool e in grado di contribuire, alla sua maniera, a rendere accettabili e popolari certi meccanismi e certe situazioni. E, a parte rari casi, la riuscita delle incarnazioni cinematografiche e televisive dei supereroi tende ad essere sempre misurata sulla base di quanto i cattivi di turno riescono a convincere. Ora, se il criterio per valutare la riuscita delle diverse stagioni di Buffy dovesse essere solamente questo, c’è poco da dire: la peggiore sarebbe la quarta, la migliore sarebbe la seconda, che di cattivi, uno più ganzo dell’altro, ne offre addirittura tre. Anche se io ho un debole per il sindaco-Mengacci della terza annata. E in effetti, probabilmente, sotto molti punti di vista, per affetto, per quel che ti pare, la seconda e la terza stagione rimangono ancora oggi quelle a cui sono più affezionato, le mie preferite all’epoca della prima visione. Però, specie dopo essermela ri-sparata di recente, se dovessi puntare il dito su quella che ritengo davvero la migliore, mi sa che non avrei molti dubbi: la quinta stagione di Buffy l’ammazzavampiri è una bomba atomica.

Se effettivamente le due successive non siano all’altezza, onestamente, non me lo ricordo, e magari ne chiacchiererò prima o poi qua dentro, proseguendo con la (ri)visione che sto portando avanti con calma, ma questo è l’anno in cui praticamente ogni cosa che è Buffy raggiunge l’apice espressivo, contenutistico, di messa in scena, e trova una quadratura del cerchio ai limiti della perfezione. Certo, c’è un cattivo di spessore, come non potrebbe che essere per la migliore fra sette stagioni, con una Glory che rappresenta un ostacolo per la prima volta apparentemente davvero insormontabile, una forza devastante, brutale, realmente malvagia fino in fondo, la cui semplice natura rappresenta già di per sé un’idea eccellente e che riesce a generare tutta una serie di situazioni estremamente azzeccate, gag divertenti, battute e scelte drammatiche che si rincorrono senza fine. Ma non c’è solo lei.

C’è l’introduzione di Dawn, suggerita nelle annate precedenti e che qui si presenta così, come se nulla fosse, spiegandosi poi pian piano e mettendo in scena una fra le trovate più coraggiose, particolari e forti dell’intera serie. Un personaggio tratteggiato in maniera perfetta, adorabile e insopportabile, semplicemente straziante per la sua stessa natura, che spinge fortissimo sul senso di melodramma della serie e che in questo va ad abbracciare l’intera annata e il suo sviluppare sempre più quel cast di personaggi che cinque anni prima avevano bene o male tutti esordito come semplici macchiette. È qui che Xander esprime davvero tutto il suo potenziale e si trasforma da spalla comica a figura tragica e simbolo delle difficoltà di una certa gioventù americana. È qui che Willow decolla definitivamente nei suoi coraggiosi sviluppi e continua a preparare il campo per quel che arriverà un anno dopo. È qui che Spike diventa davvero il personaggio stratificato e adorabile che ci si ricorda, sviluppandosi incredibilmente rispetto al cattivello “with attitude” che era in precedenza.

Se l’anno precedente era quello della raggiunta maturità, questo è quello in cui Buffy e i suoi amici si trovano a dover incassare i cazzotti che la vita adulta ti rifila uno dietro l’altro, costretti ad affrontare il senso di responsabilità, la nostalgia per tempi più semplici, la difficoltà dell’essere ormai diventati uomini e donne. Temi che vengono sviluppati con un gusto, una delicatezza e una forza incredibili, riuscendo a conservare il solito mix assurdo e lasciando che allo stesso tempo si esprimano con la massima forza possibile il lato più avventuroso, il tono leggero e stupidino, il romance anche più smaccato e le suggestioni horror, sempre presenti e fortissime. E poi ci sono i singoli episodi.

La stagione si apre all’insegna dell’adorabile buffonata, con lo scontro fra Buffy e Dracula punteggiato dalla Scooby Gang che ridicolizza l’accento del cattivone, ma basta un attimo e subito ci si ritrova invischiati in un crescendo orizzontale, sviluppato in maniera incredibile lungo un susseguirsi di episodi più o meno autoconclusivi, carichi di idee e che a turno costringono i vari personaggi ad affrontare il proprio senso d’identità, d’appartenenza a un mondo ostile. C’è la farsa amarognola del doppione di Xander, ci sono gli sviluppi “romantici” di Spike, c’è lo straziante scoprire sé stessa di Dawn, il cui passaggio per l’adolescenza significa affrontare una trasformazione più forte del previsto, e ci sono tutte quelle singole sperimentazioni che rendono grande questa serie.

C’è Family, episodio scritto e diretto da Joss Whedon, che fa il paio con il quasi contemporaneo Untouched, da lui diretto nella seconda stagione di Angel, nell’affrontare di petto il tema delle donne oppresse dalle figure paterne forti e la voglia di uscire dai confini imposti dalla società. C’è I Was Made to Love You, surreale mix d’assurdo, cretinaggine, satira, melodramma, che ti fa sorridere amaramente per una quarantina di minuti e poi, quando pensi sia finita, ti sferra quel pazzesco cazzotto nello stomaco. C’è Fool for Love, “crossover / non crossover” con Angel in cui si affronta il passato dei due vampiri badass per ecellenza del Buffyverse, scoprendo tra l’altro scheletri nell’armadio che non si vergognano di metterli in ridicolo e “rovinarne” in qualche modo la statura. E poi c’è ovviamente il gran finale di The Gift e delle tre puntate precedenti, a suggellare la chiusura di un’era – l’anno successivo si cambiava network – con un crescendo trascinante e un’uscita di scena meravigliosa, che davvero avrebbe potuto fare da perfetta conclusione di tutto quanto.

Ma ovviamente, non è che ci si possa girare troppo attorno, il singolo episodio che rimane inevitabilmente impresso a fuoco nel cuore e nel cervello è The Body, capitolo centrale della mia immaginaria tripletta “sonora” (con Hush nella precedente stagione e Once More, With Feeling nella successiva), mostruosa prova di bravura del cast tutto che ancora oggi, ad oltre dieci anni di distanza, posandoci gli occhi sopra in piena consapevolezza di cosa stia per arrivare, ti prende a calci in faccia, ti strappa il cuore e ti abbandona sul divano ridotto a uno straccio. Culmine di un percorso portato avanti costruendone gli eventi nell’arco di tutta la prima metà di stagione, The Body rappresenta quarantacinque – o quel che sono – minuti fra i più devastanti che possa capitare di guardare in televisione. Li rappresenta, certo, anche per il modo in cui capitalizza sui legami emotivi costruiti fino a quel momento, ma soprattutto per la qualità allucinante quel che mostra e racconta.

Un lutto elaborato attraverso la forza realistica di un episodio raccontato attraverso lunghi, splendidi, piani sequenza con camera a spalla, senza alcun accompagnamento musicale, dipingendo i mille modi diversi attraverso i quali persone lontane anni luce ma unite da un unico filo conduttore cercano di dare un senso alla morte di chi è loro vicino. Una roba dalla bellezza furiosa, che mi fa tornare i brividi anche solo a ricordarla e cercare di spiegarne il senso e la cui delicata, elegante forza viene fra l’altro messa ancor più in luce dalla pacchianeria con cui lo stesso argomento viene affrontato nell’apertura dell’episodio successivo. È uno fra i momenti più famosi, rispettati e amati non solo di Buffy, ma in generale della TV di quegli anni, e non è un caso. Basterebbe lui da solo a fare la differenza e a far capire quanto questa serie possa aver dato e rappresentato. E poi c’è tutto il resto, un resto a cui, comunque, The Body rimane indissolubilmente legato.

Ho visto questa quinta stagione per la prima volta da qualche parte durante lo scorso decennio. Fra l’altro, il maestro degli auto-spoiler aveva colpito per l’ennesima volta: guardandola, mi resi conto che già sapevo tutto su Dawn, perché qualche tempo prima avevo beccato in TV, completamente a caso, il momento della rivelazione. Credo di aver fatto una mossa del genere per ogni singola stagione di Buffy. Comunque, mi sono riguardato il tutto lo scorso dicembre, poi il post se n’è rimasto a fermentare un po’ fra le bozze perché sì. Neanche comincio a parlare di lingua originale, adattamento italiano e cose simili, OK?

2 pensieri riguardo “Buffy l’ammazzavampiri – Stagione 5”

  1. Avendola vista all'epoca in cui in Italia Buffy cominciava a venire letteralmente MASSACRATO dalle politiche di messa in onda Mediasettiane e da un adattamento da bestemmia, la quinta stagione era quella che più mi aveva fatto schifo perché, non stiamocelo a raccontare, in Italia era diventata pressoché incomprensibile (SPOILER che Glory e *** fossero la stessa persona l'ho capito riguardando i DVD in lingua originale).
    Vista nella sua completezza è sicuramente la stagione più adulta e devastante, quella che porrà le basi per tutti gli aspetti migliori della sesta serie e, come te, ricordo ancora bene lo score di The Gift o la fine toccata ad un personaggio fondamentale, tanto che mi viene il magone a scriverne. Però Dawn, giuro, non l'ho MAI potuta sopportare!!!!

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  2. Guarda, devo dire che io mi sono stupito per quanto l'ho trovata azzeccata, Dawn, riguardando la serie. Intendiamoci, ha tratti insostenibili, ma in maniera molto credibile, e nei suoi momenti migliori è davvero una ragazzina piccola e adorabile. Che ti devo dire, c'avrò un desiderio di paternità. 😀

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