Doctor Sleep

Doctor Sleep (USA, 2013)
di Stephen King

Nella postfazione di Doctor Sleep, Stephen King si prende qualche riga per spiegare come sia nata l’idea di scrivere il romanzo e la sua natura di seguito, che va a ripescare il piccolo Danny di Shining per raccontare quel che gli è successo dopo essere scampato al delirio dell’Overlook Hotel. Nel farlo, King si sente costretto a puntualizzare che questo libro porta avanti quanto raccontato nel romanzo originale e non nel film di Stanley Kubrick (che, non può proprio trattenersi dal ribadirlo, lui non ha mai apprezzato). Si tratta di una precisazione particolarmente significativa, per ovvi motivi: non ci si può fare molto, nella cultura popolare e nella testa di molta gente, Kubrick s’è appropriato di Shining e King non è mai riuscito a riprenderselo indietro, neanche sceneggiando in prima persona un adattamento televisivo molto più fedele al suo romanzo. Poi, certo, non vale per tutti e ci saranno sicuramente molte persone che preferiscono il Jack Torrance cartaceo a quello di Jack Nicholson, ma non è quello il punto. Io stesso, che pure il romanzo l’ho letto e apprezzato, adoro il film di Kubrick, al punto che, se mi puntano una pistola alla testa e mi costringono a elencare i miei tre film preferiti, è forse l’unico che ci sbatto dentro senza pensarci un attimo.

Quello Shining lì è uno fra i pochi film capaci di mettermi realmente a disagio ogni volta che lo riguardo, e non è che l’abbia visto poche volte. Quei corridoi, quel triciclo, quel tappeto logoro… mamma mia, anche solo a ripensarci mi viene l’ansia. Ho visto il film, più volte, prima di leggere il romanzo, e questo sicuramente pesa, ma c’è poco da fare: se penso a Shining, e anche mentre ci pensavo leggendo Doctor Sleep, il protagonista ha la faccia di Jack Nicholson, gli altri personaggi hanno le facce degli altri attori, l’albergo, gli ambienti, le suggestioni sono quelli usciti dalla capoccia di Kubrick. Poi, sì, lo so che nel romanzo ci sono le creature di siepi che prendono vita e ricordo bene il destino diverso cui va incontro Jack Torrance, ma le due cose si mescolano fra loro e a livello d’immaginario visivo è Kubrick a dominare. Ma insomma, al di là della curiosità di chiacchierarne, la cosa importa fino a un certo punto, anche perché Doctor Sleep è uno di quei seguiti da mettere tra virgolette. L’universo narrativo, per carità, è quello, il protagonista è Daniel Torrance e i riferimenti al passato ci sono, estremamente chiari. In più King, guarda un po’ che coincidenza, infila nel racconto proprio alcune fra le differenze principali fra libro e film, così i dubbi svaniscono per direttissima.

Però Doctor Sleep va veramente a parare da un’altra parte e non è necessariamente quel che uno si potrebbe aspettare dal seguito di un romanzo che, diverso o meno dal film, era comunque una storia horror fatta e finita, coi suoi bei momenti sanamente inquietanti e che molti indicano come uno fra i libri più paurosi di King. E lo sa per primo lui, che apre il libro omaggiando l’originale con una specie di contentino, un prologo che sembra uscire per direttissima dall’Overlook Hotel, anche se è ambientato altrove, e al termine del quale ti viene da spostare un attimo l’abat-jour per puntare l’angolo di luce sull’uscio della stanza e assicurarti che non ci sia una vecchia ricoperta di pus che t’osserva dal corridoio. Ma è, appunto, solo il prologo, poi Doctor Sleep balza in avanti, regala un altro paio di brividi veloci e procede quindi a trasformarsi in un altro libro, una specie di L’incendiaria vs. Il buio si avvicina, in cui un adulto Dan, alle prese col demone dell’alcolismo che tanti anni prima ha condannato il padre, trova la forza di fuggirne – e di fuggire dai fantasmi che lo perseguitano – e scopre poi che la luccicanza è parte di un qualcosa ben più ampio di quanto ci si potesse immaginare nel 1977.

Qui entrano in gioco la ragazzina coi poteri paranormali che evidentemente a King piace un sacco elaborare in mille forme diverse e la battaglia contro una stirpe di vampiri psichici, creature che non hanno i tratti classici dei succhiasangue, ma sono di fondo una rielaborazione di quel concetto. Vivono cibandosi dello spirito che alberga nei giovani dotati di luccicanza, vengono in qualche modo a sapere dell’esistenza della ragazzina di cui sopra e da lì si procede verso l’inevitabile conflitto finale, che per altro finirà per riportare Dan sul luogo del delitto, le macerie dell’Overlook Hotel. In tutto questo, quel che ne viene fuori è un romanzo scorrevole, gradevolissimo, interessante per il modo in cui riesce a parlare di famiglia, rapporti umani e alcolismo attraverso il filtro di una movimentata storia di genere, pieno di quei piccoli elementi che “fanno” un libro di Stephen King, nell’atmosfera, nello stile tutto particolare che rende protagonisti dettagli all’apparenza insignificanti e nel solito gusto rancido con cui King trasforma la malattia in orrore vero. Sono decisamente questi gli aspetti interessanti di Doctor Sleep, quelli che ti fanno arrivare fino in fondo, certo non un intreccio incredibilmente prevedibile, avaro di sorprese e moscio negli sviluppi. Meglio che niente.

Full disclosure: da ragazzino, come penso tanti della mia generazione, ho avuto la mia fase di frenesia totale Stephen King. Ho letto quasi tutto quel che ha scritto fino a Dolores Claiborne compreso, ma poi ci siamo persi di vista e a conti fatti, scorrendo l’elenco su Wikipedia, mi rendo che della sua produzione successiva ho letto forse solo Cell (e American Vampire, se vogliamo contarlo). Quindi, insomma, è evidente che non ho modo di inquadrare questo romanzo in quello che è lo Stephen King attuale. Me ne farò una ragione. Fra l’altro, ora che ci penso, è la prima volta che leggo un libro di Stephen King in lingua originale. Ma non ho commenti da fare al riguardo. Scusatemi.

4 pensieri riguardo “Doctor Sleep”

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