Robocop 2

RoboCop 2 (USA, 1990)
di Irvin Kershner
con Peter Weller, Nancy Allen, Tom Noonan, Belinda Bauer, Dan O’Herlihy

Nel momento in cui decidi di realizzare un seguito di RoboCop, e oltretutto finisci poi per farlo puntando sui classici schemi del sequel, infilandoci il cattivone tutto intenso che il film prende sul serio e il giga-robottone per lo scontro spettacolare, è evidente che stai sbagliando tutto, o quantomeno giocando col fuoco, perché punti a sconfinare esattamente nel territorio che il primo film aveva schivato così bene. D’altra parte, visto il successo che quel primo film aveva riscosso, un seguito era inevitabile, quindi tanto valeva fare il possibile. Ai nostri amichetti della Orion, per altro, bisogna concedere di averci anche provato, a fare le cose per bene, solo che Paul Verhoeven era stato minacciato di morte da Arnold Schwarzenegger per convincerlo a dirigere Total Recall ed Edward Neumeier, dopo aver iniziato a scrivere la sceneggiatura, dovette mollare tutto causa sciopero (cosa per altro abbastanza ironica, se consideriamo che in tutti i RoboCop si parla di poliziotti che decidono di scioperare). E quindi? E quindi enter Frank Miller.

All’epoca, Frank era ancora il riverito autore di fumetti in piena forma che tante belle cose aveva prodotto e stava producendo, senza contare che la sua capacità di fondere atmosfere cupe, ironia tagliente e critica sociale sembrava sposarsi alla perfezione con il compito affidatogli. Purtroppo, la sua sceneggiatura (un mastodonte sufficiente per dirigere un film da sei ore e definito “infilmabile”) non piacque alla produzione e venne messa in mano ad altra gente, fra cui il Walon Green autore de Il mucchio selvaggio e Wargames (buttali), pronto a sputtanarsi la reputazione con questo film e il successivo L’eliminatore. Ora, è chiaro che, dopo tutti ‘sti rimpasti, è un po’ difficile capire dove stiano le colpe di quello che non funziona nello script di RoboCop 2: Frank Miller, per dire, sputò veleno sulla produzione tutta, eppure trascorse praticamente l’intero periodo delle riprese sul set, partecipò al film con un cameo e tornò per scrivere il terzo episodio, perché evidentemente ci teneva troppo a lavorare al cinema. Fatto sta che vent’anni fa veniva spontaneo pensare che le idee buone venissero da lui e il disastro fosse colpa degli altri, ma vent’anni dopo, con ben chiaro in testa tutto quel che in seguito gli è uscito dal cervello fra fumetti, cinema e semplici dichiarazioni pubbliche, ti viene il dubbio che magari nel 1990 stessero spuntando i primi segni di rincoglionimento.

In tutto questo, alla regia venne chiamato Irvin Kershner, regista solidissimo che si era fatto le ossa nel circuito indipendente e aveva conquistato improvvisa gloria dirigendo il miglior Guerre Stellari della storia (anche futura, mi sento di prevederlo). Certo, veniva anche dal discutibile Mai dire mai, però, insomma, se una cosa era stata dimostrata da L’impero colpisce ancora, era che con in mano una sceneggiatura di granito sapeva cosa fare, Non che questa lo fosse, di granito. Per altro, RoboCop 2 finì per porre fine alla sua carriera, che nei dieci anni successivi vanta solo un episodio di SeaQuest. Sarà un caso? Ah, ciliegina sulla torta produttiva, di quelle che in effetti ti fanno pensare che ci sia un po’ di dolo, o quantomeno di rincretinimento: viene abbandonata la colonna sonora di Basil Poledouris e si opta per delle musiche con la personalità di una scatoletta di tonno. Sigh-la.

Che da tutto questo papocchio sia venuto fuori un film stranamente guardabile e con degli spunti positivi, nonostante una lunghezza eccessiva per quel che aveva da raccontare, è quasi sconvolgente. Anzi, per la prima mezz’ora sembra addirittura di essere sulla strada giusta. Intendiamoci, è evidente in ogni fotogramma che Verhoeven è impegnato altrove e al timone ci si è trovata gente che sì provava a cogliere lo spirito originale, ma non era in grado di trovare l’equilibrio giusto, ma d’altra parte quanti sarebbero stati in grado di farlo? Fatto sta che la prima mezz’ora, per l’appunto, sembra sostanzialmente un bigino di tutti i tratti essenziali che “fanno” RoboCop. Un po’ fraintesi, un po’ sbagliati, strizzati tutti assieme in maniera frettolosa, ma comunque ci sono. RoboCop 2 parte infatti con le pubblicità (fantastica la prima), i telegiornali, il tono esagerato e macchiettistico, la satira sociale, l’iperviolenza e un tentativo d’infilare l’approfondimento umano, recuperando il melodramma dell’Alex Murphy che non riesce a dimenticare il suo passato e, anzi, cerca più o meno consciamente d’inseguirlo. La brutalità delle sparatorie iniziali, la Detroit ormai sempre più zona di guerra e oltretutto invasa dalla droga, qualche gag azzeccata e la rassegnazione con cui Murphy ammette a malincuore di non essere più umano sono, tutto sommato, continuazioni sensate dei discorsi affrontati nel primo film. Il problema è che tutto è percorso dalla sensazione che ci sia qualcosa di fuori posto, che manchi la personalità giusta, senza contare il fatto che alla fin fine è un po’ un riproporre idee, situazioni e momenti pescati dal primo film senza trovare una chiave di lettura diversa o nuova. E questo è l’inizio tutto sommato riuscito.

Poi parte il film vero e proprio, che per un’ora si dimentica praticamente tutto quanto accennato nella parte iniziale (della famiglia di Murphy, dei suoi ricordi e dei suoi dilemmi umani, per esempio, non sapremo più nulla), ed esplode forse il tripudio di scemenze figlio dei pasticci di sceneggiatura. Tutta la parte centrale di RoboCop 2 è un macello di svolte narrative ai limiti dell’insensato, trovate che sarebbe stato meglio lasciare nel cervello di chi le ha partorite e idee magari anche azzeccate sulla carta, ma rovinate dall’assurdo tono che non riesce a decidersi fra la farsa, l’avventurona, la bambinata, la parodia, il film d’azione tutto ganzo e convinto e non so che altro. Il paradosso sta nel fatto che, di fondo, è lo stesso mix di elementi che rende grande il primo film, ma è assemblato veramente male e tirato troppo per le lunghe. Senza contare la scelta un po’ assurda di trasformare il vecchio capo dell’OCP nella parodia del Dick Jones di tre anni prima: per carità, in quanto presidente della corporazione, non era certo un santo, ma il personaggio ne esce stravolto ed è forse il simbolo più forte di quel non essere riusciti a centrare il tono giusto, assieme al montaggio un po’ a casaccio di certe scene e a Peter Weller che ha la faccia di chi ne ha le palle piene d’indossare quell’armatura e si rende pian piano conto di stare recitando in un seguito parecchio cretino.

A tenere in piedi la palpebra ci provano gli improvvisi sprazzi d’iperviolenza – l’accanimento sul povero RoboCop quando viene catturato dai cattivi non è neanche male, via – e, soprattutto, la scelta di affidare il ruolo della nemesi a Tom Noonan, uno che anche quando appare per dieci minuti e dice quasi solo fesserie, come accade qui, buca lo schermo e inquieta come pochi altri. Ma fra l’insopportabile bambino criminale cui viene dedicata la morte poetica, certe gag da mani nei capelli e in generale la sensazione di spreco, nello stomaco si fa strada un discreto malessere. Ecco, il problema di RoboCop 2 sta soprattutto in quello, nello spreco. Perché davvero gli elementi, volendo, ci sarebbero anche, ma sono sparsi in giro in maniera disordinata e sviluppati quasi tutti malissimo. E lo stesso RoboCop 2, il robottone gigante, non il film, non nasce neanche da brutte idee, tant’è che quando comincia la sua storia, con quell’assassinio in ospedale, la successiva operazione e quella caratterizzazione a metà fra l’inquietante e il ridicolo, il film si riprende un pochino.

Lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!

Ma anche lì, tira proprio aria di spunti sfruttati al minimo indispensabile, col solo scopo di mettere in scena un combattimento finale spettacolare. Che, di nuovo, è forse il punto più alto nell’opera di fraintendimento del primo film. Però va detto che RoboCop 2/Robocain ha un bell’ingresso in scena e un design azzeccato, oltre al fatto che gli effetti speciali in stop motion che lo animano sono una vera delizia per gli occhi, ancora oggi troppo più affascinanti da osservare rispetto alla maggior parte della sterile computer grafica odierna (e, diciamocelo, a quel che s’è intravisto nei trailer del remake), quindi alla fin fine la mezz’oretta conclusiva è gradevole. E dunque? E dunque RoboCop 2 è una mezz’ora iniziale un po’ tutta già vista, col sapore del bigino e anestetizzata da una colonna sonora insipida, ma che perlomeno ci prova, più una mezz’ora finale che è una delizia di effetti speciali retrò ma emana senso di spreco da tutte le parti, con in mezzo un’ora centrale di fuori pista insensato, sballato e pure un po’ palloso. Poi, certo, paga anche, soprattutto, l’inevitabile paragone con quel che era venuto prima e devo dire che mentre lo guardavo l’ho trovato tutto sommato più gradevole di come mi sta diventando nel ricordo dopo appena qualche ora. RoboCop 2 è un film che parte bene, cala già mentre lo stai guardando, tenta di riprendersi come può, alla fine non ti lascia proprio agghiacciato, ma poi nel ricordo crolla miseramente. Considerando che si tratta del seguito di quella specie di capolavoro, non è che sia andata benissimo, ma va detto che tutto sommato poteva andare peggio. Come in effetti è accaduto tre anni dopo.

Full disclosure: l’avevo visto solo una volta, all’uscita, e già all’epoca non è che mi fosse piaciuto particolarmente, anzi, il bambino lo tolleravo anche meno di adesso. L’ho rivisto ieri e, beh, ecco, insomma, bah, tutto sommato m’ha divertito ritrovarmi davanti quella mezz’ora finale, ma avrei fatto meglio a raggiungerla col fast forward.

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