Robocop

RoboCop (USA, 1987)
di Paul Verhoeven
con Peter Weller, Nancy Allen, Kurtwood Smith, Miguel Ferrer, Ronny Cox, Dan O’Herlihy

Chissà come funziona il processo mentale in base al quale scegli più o meno inconsciamente una battuta ganza di un film per fartela rimanere in testa e legarla indissolubilmente al tuo ricordo di quelle immagini. Quando dici “RoboCop“, in genere, la gente ti risponde “Vivo o morto tu verrai con me”. Nella testa delle persone è rimasto quel motto così ficcante e reso ancor più surreale nella versione italiana (dai, quale poliziotto direbbe “tu verrai con me” senza prima aver visto questo film?). A giudicare dai videogiochi, gli anglofoni rimasero ancora più affezionati a “Grazie per la vostra collaborazione.”, che viene recitata in praticamente ogni singola apparizione digitale del personaggio. Io, invece, mi appuntai sulla fronte “Clarence, io non ti arresto più.” Non so perché o percome, ma se c’è una singola frase che ancora oggi mi rimane in testa del film è quella, anche se magari, nell’era di YouTube, dei DVD e delle visioni in lingua originale, m’è diventata “I’m not arresting you anymore”. Come mai? Vai a sapere.

RoboCop sono andato a vedermelo a dieci anni al cinema, accompagnato da quella santa donna di mia madre, che lo stesso anno mi portò a vedere Predator. Capito? Negli anni Ottanta, quando la produzione Disney era talmente in difficoltà che si andava ogni singolo anno a rivedere Fantasia, i bambini venivano formati a botte di Carl Weathers che perdeva un braccio in mezzo alla giungla, Peter Weller smembrato in fonderia, Miguel Ferrer che pippava coca dal petto di una prostituta e gente sciolta nei rifiuti tossici. Altro che il PG-13! Altro che! Me la ricordo come se fosse ieri, mia madre che esce dal cinema dopo cento minuti abbondanti di Paul Verhoeven e azzarda un “Ammazza che film triste”. Io stavo pensando per lo più a gasarmi per l’armatura, la pistola che roteava, ED-209, Clarence non ti arresto più, come ti chiami, ragazzo, Murphy… però c’era anche quella, la tristezza. Quella cosa che, da bimbetto, dietro a tutto il gasamento e all’azione, ti convinceva di aver comunque visto un film drammatico serio, intelligente e adulto. Ti faceva sentire legittimato. Ecco, da ragazzetto che poi andava in classe e si scambiava le battute del film con gli amici e giocava a fare il poliziotto del futuro, RoboCop era una ficata, il film col robottone fantascienzo che spaccava i culi, ma anche intelligente e drammatico perché i TG facevano ridere e Murphy ricordava intensamente la propria umanità e passeggiava triste nell’appartamento abbandonato. Ah, quanti ricordi!

 Dramma umano. P. Verhoeven, 1987.

RoboCop entrò per direttissima nel club dei film amici del giovane Andrea Maderna. Quelli che appena mettevo le mani sulla videocassetta non c’era più scampo. Per un certo periodo, ogni giorno, ogni singolo nonché fottuto giorno, RoboCop s’infilava nel mio televisorino e stava lì. Magari non tutti i giorni lo guardavo, ma, caspita, ogni singolo giorno, perlomeno, lo ascoltavo di sottofondo. Lo sapevo a memoria, RoboCop. È un film che ha formato il mio immaginario e si è aggrappato con le tenaglie alla mia idea di cinema. Ho ancora qua sullo scaffale l’audiocassetta della colonna sonora che acquistai durante quella gita a Londra, in un negozietto a Piccadilly Circus, e che ascoltai fino allo sfinimento, innamorato della meravigliosa colonna sonora di Basil Poledouris. Insomma, a RoboCop ci voglio un bene dell’anima, è uno di quegli amori che trascendono il raziocinio e la nostalgia, trasformandosi in passione pura e incontrollabile.

Ebbene, venerdì mi è arrivato il Blu-ray di RoboCop, ordinato su qualche sito online di quelli britannici che ti fanno risparmiare. Avevo già il DVD in edizione Criterion, ma, che ci vuoi fare, all’amore non si nega mai l’alta definizione. Non lo guardavo da tanti anni, RoboCop. Dieci? Quindici? Magari anche di più, vai a sapere. Era quindi obbligatorio farlo, fosse anche solo perché mi andava di scriverne sul blog. Ebbene, ieri sera, dopo averlo fatto marinare qualche giorno, ho infilato il disco nel lettore. Ero pronto a tutto, ma forse non a questo. Non ero pronto alla botta insostenibile che mi ha dato anche solo ascoltare quelle musiche sul menu del Blu-ray, oltretutto infilate in modo da girare attorno alla marcetta ma non arrivare a farla esplodere, in una sorta di coito interrotto che mi ha subito ricoperto di pelle d’oca e fatto venire le lacrime agli occhi. Non sto scherzando, non è un’iperbole, a momenti piangevo. Sul menu iniziale. Ci mancava poco che mia moglie chiamasse la neuro. Poi, pronto, volume a palla, avvio il film e sfioro lo shock anafilattico, sommerso dall’emozione. Ogni nota, ogni dialogo, ogni battuta, ogni inquadratura, ogni pubblicità, ogni telegiornale, ogni movimento di macchina, è tutto lì, tutto perfetto come me lo ricordavo. E, caspita, non lo guardavo da tanti anni eppure ancora me lo ricordavo a memoria. A memoria. Dall’inizio alla fine, secondo per secondo, tutto. Allucinante. Così come è stato allucinante il flusso di emozioni nel ritrovarmi, dopo tanto tempo, ad ascoltare e osservare quel film percorso da pelle d’oca, brividi e lucciconi. Marò.

E insomma, queste cose era il caso di specificarle. Un po’ perché comunque di base a me piace cercare di infilarmi a forza in quel che scrivo e raccontare i film attraverso il mio sguardo, la mia personalità, la mia voce. Altrimenti che senso ha? Sto scribacchiando su un blog, non sto facendo il critico. Un po’ perché, appunto, non sono e non faccio il critico, non ho pretesa di esserlo, non ho interesse a farlo. E un po’ perché comunque già di base non è che io sia mai particolarmente “oggettivo” o equilibrato in quel che esprimo, figuriamoci se posso esserlo nel parlare di un film che, a riguardarlo, mi provoca sommosse intestinali del genere. E insomma, ecco. Sigla.

Quanto è bello guardare RoboCop da adulto e rendersi conto di quanto sia un film che cambia completamente a seconda di come lo osservi, di che occhiali stai indossando? Quanta brutale forza c’era, in quel Paul Verhoeven cui venne dato il permesso di andarsene a Hollywood per dirigere l’apoteosi del film americano anni Ottanta con uno sguardo che smantellava e brutalizzava quegli stessi film, facendone a pezzi l’immaginario culturale e tirandone fuori una creatura scombinata, imbizzarrita, prova generale di quel che lui stesso sarebbe riuscito a replicare almeno un paio di altre volte, prima di rendersi conto che era finita la pacchia e bisognava tornare a casina? Guardi RoboCop da bambino e ti gasi per il robot indistruttibile, la fondina nella gamba, il gesto da cowboy e Clarence, ridi per le gag più semplici e ti appassioni alla carica malinconica del personaggio. Lo riguardi da grande e ne cogli la devastante comicità, l’impressionante capacità di mettere in scena attraverso la satira una realtà dei fatti che era tale all’epoca, lo è ancora oggi e lo sarà sempre di più.

Il genio di RoboCop sta proprio nel suo essere paradossalmente un film per tutta la famiglia, nonostante quella devastante carica di violenza, talmente esagerata da poter risultare davvero fastidiosa solo nel cervello anestetizzato di chi applica visti censura col formulario. Le esplosioni di violenza sono un divertente bum bum e servono a caricare oltremodo e strappare sorrisi, ma quel che davvero angoscia e inquieta è ben altro, l’impressionante forza realistica dei temi e del soggetto di un film che di realistico non ha nulla e che, anzi, sbraca in tutte le direzioni con la forza della sua allucinata parodia. Verhoeven prende un soggetto standard da filmaccione americano, che altri avrebbero messo in scena come la classica storia di vendette romantiche tutta seria, battute ganze e spirito dannato e che lui trasforma in una specie di allegoria cristiana che tratta a calci in faccia i suoi eroi, ridicolizza ciò che altrove viene elevato a spettacolo e distrugge tutto quanto.

RoboCop racconta di corporazioni che privatizzano le forze di polizia (e si apprestano a procedere con la guerra) in una Detroit allucinata, oceano di cemento e metallo in totale balia del crimine e di un’umanità ipnotizzata e messa a novanta dal pervasivo rincoglionimento consumistico e mediatico, composto da sit-com allucinanti, televendite da mani in faccia e telegiornali-barzelletta. Ricorda nulla? Tipo gli ultimi trent’anni, per fare un esempio? Non c’è moralità, ci sono solo dirigenti onnipotenti che si litigano il diritto di fare quello che vogliono con i pezzenti che popolano le strade, che manipolano le forze di polizia per ottenere cavie tramite cui produrre macchine per far soldi. La lineare storia delle manipolazioni tramite cui Alex Murphy arriva a diventare RoboCop ha il sapore agghiacciante della semplicità con cui un impiegato fa carriera disponendo delle vite umane come di prodotti. E colpisce nel segno perché non c’è nulla di più credibile e realistico.

La forza del film, poi, sta nell’impressionante e forse unica capacità con cui Verhoeven riesce a far convivere tutto e il contrario di tutto in un frullatone nel quale i diversi sapori non si scavalcano e invece si esaltano a vicenda. C’è un film d’azione e di fantascienza, virtuoso nel mettere in scena anche una semplice riunione corporativa, appassionante e divertente. C’è il dramma della riflessione sull’identità umana meravigliosamente messa in scena dal conflitto che viene a crearsi fra il risveglio dei ricordi nella mente di Murphy e l’espressione di quei pensieri tramite la sua voce metallica e a singolo tono. C’è la forza pazzesca della satira e del divertimento, delle macchiette che si vomitano addosso one liner a raffica e momenti di pura presa per il culo uno via l’altro. RoboCop funziona in quella maniera incredibile proprio perché non si prende mail serio, anche quando lo sta facendo eccome. L’efficacia di Robocop e di ED-209 sta nel loro essere semplicemente ridicoli, nel modo in cui Verhoeven mette in scena queste stronzate da film americano: per le stronzate che sono.

 Detto che comunque, oh, quanta personalità e quanta figaggine c’erano nell’ED-209?

RoboCop è ridicolo, è una bara d’acciaio che cammina e si muove in maniera impacciata, un burattino nelle mani di una corporazione e dei suoi ometti. La scena che racconta delle sue prime ronde notturne fa ancora oggi schiantare dal ridere per i contrasti su cui si basa, il confronto “epico” con ED-209 si risolve in una buffonata. E il bello è che tutto questo, di nuovo, avviene in un film che puoi comunque guardare divertendoti semplicemente per l’azione che mette in scena, dimenticandoti che ci sia altro. Che però c’è. Ed è terrificante. Il ridicolo di RoboCop, le sue movenze impacciate, l’Alex Murphy preso, trasformato in patetico fenomeno da baraccone che arranca per le strade, si ciba di omogeneizzati, ha i processi mentali di un bambino appena nato, non riesce a ricordare se stesso e parla come un distributore automatico di merendine, ne amplificano la portata tragica proprio perché ti fanno ridere di lui. È uno scherzo dalla natura figlio del capitalismo, è una schifezza umanoide che impersona il degrado dell’essere umano trasformato in prodotto. Quella splendida scena del ritorno a casa è devastante anche e soprattutto perché si vede la rabbia montare in un corpo incapace di esprimerla in una maniera che non risulti ridicola, con quei movimenti meccanici, lenti, bloccati dalle giunture di un costume che faceva sudare Peter Weller come una spugna strizzata dopo averci lavato il pentolone della pasta.

E in tutto questo, i cattivi sono un attore da commedie scalda cuore e un narcotrafficante col carisma da bidello della statale e la vocina strizzata che esprime la spocchia del nerd che ce l’ha fatta, un essere talmente viscido da farti dispiacere quando va ad uccidere uno fra i personaggi più insopportabili. A ripensarci è pazzesco ed è pazzesco che gli sia stato pure permesso di continuare a farlo, ma del resto è semplicemente figlio dei soldi che tirava su al botteghino: Paul Verhoeven arriva e scardina tutto, realizza un filmone hollywoodiano che ride di tutto ciò che è filmone hollywoodiano, pur funzionando perfettamente come filmone hollywoodiano. O forse, invece, è normale e figlio del fatto che gli anni Ottanta rimangono l’ultimo decennio in cui chi muoveva i soldi a Hollywood aveva davvero il coraggio di fare il suo lavoro. E già allora erano rimasti in pochi. RoboCop è un film senza tempo – al di là del look degli attori che, OK, è futuristico più o meno come i pantaloni a zampa d’elefante di Star Trek – ed è soprattutto un film che nel 1987 parlava del 2014, ma in una maniera in cui, nel 2014, te lo scordi. Occhio, generalizzazioni da vecchio lamentoso in arrivo.

RoboCop non è un film moderno e non è un film che avrebbero potuto girare l’altro ieri. Non perché non sia tremendamente attuale, pochissimo invecchiato, sorprendentemente fresco in quasi ogni suo aspetto, ma perché oggi, una roba del genere, diretta con quella forza brutale, quel delirante mix di toni e stili, nel mondo delle grosse produzioni, semplicemente, non può esistere. Non può esistere così carica di violenza, di trovate intelligenti, d’idee nuove e senza tempo nella messa in scena, di voglia d’utilizzare il genere come strumento per dire davvero qualcosa. No, oggi le grosse produzioni sono semplici, stupidine, anestetizzate e mirate a un pubblico medio-adolescente, devono accontentare tutti senza farti mai sentire a disagio, anche quando si permettono di mostrare un po’ di sangue, lo fanno con la spugnetta pronta per lavarlo subito via. Nella Hollywood odierna, sceneggiature del genere non si sa neanche cosa siano e se per caso arrivano vengono immerse nel cloroformio, messe in mano a registi-impiegati e passate per il tritacarne del visto censura. Oggi viviamo in un’enorme Delta City. Che palle.

Come detto, mi sono rivisto RoboCop, per la centododicesima volta, ma per la prima volta da non so quanto tempo, in Blu-ray e in lingua originale. Ora, al di là del fatto che per me non è una questione di discutere di adattamenti ben fatti e, semplicemente, la lingua originale è l’unica via possibile, la versione italiana è figlia di un periodo in cui gli adattamenti si facevano in maniera davvero creativa e con cura e, per dire, se te lo guardi in inglese ti perdi “OCP, O Che Palle”. D’altra parte il modo in cui Ronny Cox pronuncia ED-209 contribuisce troppo al senso di assurdo ridicolo della faccenda tutta e di dead or alive ho già detto prima, quindi 1 a 1 e palla al centro. Diciamo allora che è un po’ un peccato perdersi la voce di Peter Weller, che sostanzialmente recita di tono e di mascella, per non parlare dello starnazzare stridulo di Kurtwood Smith. Me la gioco così. E me la gioco anche che adesso devo assolutamente riguardarmi RoboCop 2 e RoboCop 3, almeno mi ricalibro verso il basso il metro di paragone per quando andrò a vedermi il remake al cinema.

12 pensieri riguardo “Robocop”

  1. Bel pezzo. Stasera vedrò di procurarmi il film, che saranno tipo quindici anni che non lo rivedo.
    Ricordo che alle medie, dopo averlo registrato dalla tv, misi assieme una custodia simil-originale per la videocassetta ritagliando la copertina da una rivista dedicata all'home video.

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  2. ho visto tropa de elite di José Padilha(il regista del remake) non mi sembra un virtuoso della telecamera nei combattimenti, speriamo bene. Peccato che nicolas wedding refn non voglia fare un blockbuster neanche a morire, rifiuta tutte le proposte.

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  3. Andrea, sei veramente quella voce che mi parla quando guardo i film, e che quando il film è finito non mi ricordo più cosa diceva. Leggere una tua recensione, alla fine è un po' come riguardare il film, e ricordarsi di cosa diceva quella voce.
    Ovviamente mi sono espresso alla cazzo, e confido che il concetto non sia chiaro, ma è sincero 😀

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  4. Gran bel post.

    Stavo quasi per scrivere un pistolotto sulle belle cose che nascondo da una scena vivace, ma direi che un complimento per la produzione maderniana in generale basta e avanza. Complimenti 🙂

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  5. Lo sto rivedendo adesso e ho notato una cosa: la scena in cui il tizio tiene in ostaggio la gente in municipio è una chiara citazione degli avvenimenti del 1978 a San Francisco. La chicca è il fatto che il sequestratore mangia una merendina, chiara citazione della “twinkie defense” che il vero sequestratore utilizzò nel processo. In pratica, gli avvocati sostennero che le numerose merendine che il soggetto mangiava lo rendevano instabile mentalmente a causa degli ups and downs di glucosio nel sangue 😀

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  6. Bellissimo film e pezzo scritto con tanta tanta passione.
    Tra poco andrò a leggermi pure di Robocop 2 e 3, e qualcosa mi dice che lì ne troverò un pò meno, di passione. 😀

    Domandina: su youtube girano delle versioni estese della morte di Murphy e della smitragliata dell'ED-209, sono presenti nel blu-ray? Perchè nel mio dvd non ce n'è traccia, nemmeno tra gli speciali.

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