Si alza il vento

Kaze tachinu (Giappone, 2013)
di Hayao Miyazaki
con le voci di Hideaki Anno, Miori Takimoto

Con Si alza il vento, Hayao Miyazaki porta al cinema un fumetto da lui stesso realizzato qualche anno fa e a sua volta liberamente ispirato a un racconto di Tatsuo Hori, ma soprattutto scrive e dirige quello che, in linea teorica, dovrebbe essere l’ultimo film di una carriera ai limiti del leggendario. Poi, certo, è più o meno la sesta volta che Hayao “Brett Favre” Miyazaki annuncia il ritiro ed è già iniziata la tarantella dei suoi collaboratori che dichiarano pubblicamente di non crederci e che lo vedremo nuovamente all’opera, ma insomma, che ci dobbiamo fare? Incrociamo le dita e speriamo bene, anche perché questo suo ennesimo gran film dimostra ancora una volta come il caro Hayao non sembri avere la minima intenzione di iscriversi al sempre più nutrito club dei registi che, passata una certa età, perdono completamente il senno.

Comunque, sarà il condizionamento figlio dell’annuncio, viene spontaneo leggere in questo film la malinconica accettazione con cui un grande autore si guarda alle spalle e saluta la sua carriera. Si alza il vento abbandona i mondi variopinti e il gusto per l’avventura fantastica con cui Miyazaki si è definitivamente fatto conoscere in occidente nello scorso decennio e mette in scena la sua storia forse più ancorata alla realtà, confinando gli (splendidi) viaggi nel fantastico alle sequenze di volo e alla bellissima idea dei sogni come punto d’incontro che accomuna gli uomini legati dalla stessa passione e li porta a vivere il riposo in un unico mondo condiviso, di cui ciascuno rivendica la proprietà. È in quel luogo bizzarro e magico che Jiro Hirokoshi, uomo trascinato dalla passione per il volo e dal desiderio di rendere competitiva l’industria aeronautica nipponica, incontra il suo eroe Giovanni Battista Caproni, pioniere dell’aviazione italiana, ed è qui che sogna e trova l’ispirazione per portare avanti il proprio lavoro e la propria vita.

L’amore per gli aerei e il volo che Miyazaki ha sempre spremuto nei propri film trova qui massima espressione, nello splendore delle sequenze oniriche, certo, ma anche nella tensione di un decollo, nella frenetica passione con cui mette in scena l’interrogarsi su un progetto, lo studiare un prototipo, il chiacchierare di un innovativo modello di vite: è impressionante e trascinante il modo in cui Miyazaki riesce a comunicare il trasporto emotivo, addirittura la commozione, per oggetti di metallo, segni a matita su un foglio, elementi di meccanica che altrove sarebbero fredda tecnologia. Ed è chiaro che qui Miyazaki riflette sul suo amore per l’argomento, ma anche su se stesso e sulla potenza del processo creativo, sull’inseguire un obiettivo con ogni oncia delle proprie forze imbarcandosi in un’avventura lunga una vita e pari a quelle solo apparentemente più epiche e trascinanti viste nei suoi tanti altri film.

Ma Si alza il vento racconta anche molto altro. Si concentra sull’ottimismo, l’amore per la vita, la passione e la voglia di conquistare un risultato, ma allo stesso tempo riflette sulle condizioni stagnanti dell’economia nipponica, sulla stupidità della guerra e sul conflitto rappresentato dal trovarsi a lavorare con amore su quelli che saranno poi usati come strumenti di morte. E allora Miyazaki insiste sul valore dell’indomabile spirito creativo e d’abnegazione, sulla forza di inseguire un risultato ad ogni costo, sulla voglia di vivere aggrappati a un significato, intrecciando il racconto a una straziante storia d’amore che domina tutta la seconda parte di film e l’accompagna fino a un finale allo stesso tempo tragico e confortante, commovente nel suo ottimismo. L’incredibile forza visiva e registica di Miyazaki, che non sbaglia un’inquadratura, si concede magari qualche lungaggine, ma racconta con una potenza e una capacità di condurre lo sguardo che hanno pochi eguali, trova questa volta la sua espressione più forte non nel popolare lo schermo di creature surreali, ma nella semplicità di uno sguardo, nella forza di una mano appoggiata sotto una coperta, nel decidere forse per la prima volta di mostrare un bacio passionale e suggerire un atto sessuale.

 Si alza il vento è un film bellissimo, intenso, semplice, adulto e commovente, che ti resta dentro e chissà quando se ne andrà.

L’ho visto qua a Parigi, al cinema, in lingua originale e sottotitolato, anche perché col doppiaggio in francese non credo proprio sarei ancora in grado di cavarmela. Devo dire che ritrovarmi davanti al secondo schermo di un multisala in centro, con la sala piena, per assistere alla proiezione di un film di Miyazaki in giapponese sottotitolato, m’è parsa un’esperienza un po’ surreale. Sarà che devo ancora abituarmi. Nota di colore: il doppiaggio giapponese, in alcune scene, ha dei personaggi che parlano in tedesco, italiano e francese. Sembra una barzelletta, è invece una delle tante belle trovate del film, che mette in scena il contatto fra diverse culture in maniera semplice e delicata. Ah, Lucky Red ha annunciato che il film arriverà in Italia a marzo.

4 pensieri riguardo “Si alza il vento”

  1. Mi ha piacevolmente spiazzato. Poteva benissimo ritirarsi con un film nei suoi canoni come con Mononoke (primo ritiro), invece ha deciso di salutare il suo pubblico con qualcosa di quasi sperimentale. Non rientrerà tra i capolavori assoluti del maestro, ma sicuramente è un film dotato di una personalità, anche piuttosto forte. Spero di vederlo in lingua originale prossimamente, visto che l'adattamento in italiano è un po' «micragnoso».

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