Dallas Buyers Club

Dallas Buyers Club (USA, 2013)
di Jean-Marc Vallée
con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner

Il miglior pregio di Dallas Buyers Club sta nella pervicacia con cui Jean-Marc Vallée ha scelto un tono ben preciso per il suo film e ha deciso di portarlo avanti dall’inizio alla fine, tracciando un percorso visivo e narrativo che riesce a mantenere le distanze dai territori in cui, di solito, storie del genere vanno a infilarsi. No, non è vero, il miglior pregio di Dallas Buyers Club sta nelle interpretazioni dei suoi attori, nella perfetta selezione per i vari caratteristi di contorno che più azzeccati di così non potrebbero essere, nella prova trattenuta ed efficacissima di Jennifer Garner e nel lavoro pazzesco di Jared Leto e Matthew McConaughey, fantastici soprattutto perché nel giro di cinque minuti ti fanno dimenticare la mossa della distruzione e trasformazione fisica cui si sono sottoposti e svaniscono dentro i loro personaggi dolorosi, sofferenti, multidimensionali. A quasi tre anni da Killer Joe, possiamo smettere di stupirci e accettare il fatto che Matthew Maccoso s’è nascosto per tanto tempo dietro ai filmacci e ha poi finalmente deciso di svelarsi come uno fra i migliori interpreti della sua generazione: qui è pazzesco, riesce a convogliare con una naturalezza e una credibilità sconvolgenti la sofferenza fisica e mentale, l’umiliazione, la disperazione, ma anche il fascino, la smaccata cazzutaggine, il coraggio e l’indomabile convinzione di un cowboy omofobico a cui, da un giorno all’altro, dicono in faccia che gli restano trenta giorni di vita, non c’è niente da fare e quel poco che ci sarebbe da fare, beh, non si fa.

Il suo percorso è quello di un uomo testardamente aggrappato alla propria vita e che, nel tentativo di prolungarla, scova un sistema per guadagnarci anche un sacco di soldi e muoversi in precario equilibrio morale, rifiutando le cure a chi non può permettersi di partecipare al club, ma di fatto dando sollievo e speranza a tante persone in un momento in cui non c’era altra via di fuga. E certo, è inevitabile, lungo la strada finirà per scoprire qualcosa di nuovo su se stesso, imparerà il rispetto per il diverso cui poco tempo prima avrebbe tirato una stivalata in faccia e farà quelle belle cose scalda cuore che ci si aspetta in questo genere di film, ma che spesso fanno scivolare il tutto nella lezioncina morale stucchevole, ricattatoria e “commovente”. E invece. E invece, dietro alla fragile forza del Rayon di Jared Leto c’è un essere umano ricostruito in maniera meticolosa e delicata, che non si nasconde nel macchiettismo e non punta sulla lacrima facile. E invece, quando guardi il Ron Woodroof di Matthew McConaughey, non vedi un attore che ha perso [inserire a piacere] chili per vincere l’Oscar, ti ritrovi davanti una persona che, lo giureresti, è davvero a un passo dalla morte ed esprime tutto quel che ti può scorrere nelle vene in un momento simile, attraverso una forza genuina, sfaccettata e sobria. Nonostante sia un cowboy esaltato e pieno di sé. C’è tanta forza attoriale, in questo, ma c’è anche – e si torna al punto di partenza – il lavoro di Jean-Marc Vallée nel dirigere il suo cast e soprattutto nel senso della misura che sceglie di applicare al film. Il che, dal regista dello splendido ed esageratissimo C.R.A.Z.Y., magari, non era scontato aspettarselo.

La forza di questo film, alla fine, sta invece anche e soprattutto lì. Vallée gioca sul distacco e sulla semplicità, bandisce quasi completamente ogni forma d’accompagnamento musicale, rimane incollato ai suoi personaggi con stile documentaristico e si rifiuta con tutte le forze di esaltare, santificare, infilarti a forza le lacrime negli occhi e inseguire l’emozione facile. Racconta le vicende di un uomo che diventa attivista umanitario quasi per sbaglio, mettendo in scena il crollo delle sue convinzioni, il terrore per la morte e la devastante voglia di rimanere aggrappati alla vita. Dallas Buyers Club è un film semplice, delicato e poetico, che trascina dentro il punto di vista dei suoi protagonisti e trasmette la loro sofferenza in maniera forte senza mai apparire forzato. Proprio per questo motivo, per la crudele semplicità con cui vengono messi in scena, i suoi momenti più forti colpiscono brutalmente nel segno. Quell’attimo in cui all’improvviso ti ritrovi a pensare a quanto tu possa essere stato coglione a fare quella cosa. Un momento di stordente disperazione e solitudine lungo una strada polverosa. Una morte silenziosa accompagnata da centomila ali che battono. Una crisi che ti trapana la testa e ti trasforma in uno zombi in mezzo a un incrocio. Dallas Buyers Club è un film che ti resta dentro proprio perché mentre lo guardi non si sforza particolarmente di ribaltarti come un calzino. Ah, ed è anche il film drammatico sull’AIDS più divertente di sempre. Come fai a non volergli bene?

Pur con tutto il rispetto per chi ha lavorato sull’edizione italiana, se potete, guardatevelo in lingua originale. Davvero. Fatelo per Maccoso.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.