Prossima fermata Fruitvale Station

Fruitvale Station (USA, 2013)
di Ryan Coogler
con Michael B. Jordan, Melonie Diaz, Octavia Spencer, Kevin Durand

La BART (Bay Area Rapid Transit) è la linea di metropolitana che taglia in due San Francisco, collegandola da un lato all’aeroporto internazionale e dall’altro alle varie città della Bay Area. Dire che la conosco bene sarebbe un’esagerazione, però di certo ci sono salito parecchie volte, ovviamente per il collegamento con l’aeroporto, ma anche per raggiungere il palazzetto dello sport in quel di Oakland e assistere a qualche partita dei Golden State Warriors. E mentre viaggi in quella direzione, dall’alto della sopraelevata, osservi zone non proprio nelle migliori delle condizioni, aree in cui di fondo ringrazi di non esserti ritrovato a vivere, spesso protagoniste di quei bei film allegri sulla condizione umana di chi invece ci si è ritrovato eccome, a vivere ai margini della ricchezza americana. Ebbene, nelle prime ore del 2009, alla stazione di Fruitvale, che sta più o meno alla stessa altezza di quella a cui sono sceso per le partite, solo andando verso sud invece che verso nord, il (quasi) ventitreenne Oscar Grant III, di ritorno con i suoi amici dai festeggiamenti di fine anno in città, viene coinvolto in un tafferuglio sul treno, fermato dalla polizia e ucciso. La sentenza del processo andrà poi a dire che l’agente Johannes Mehserle (che di Grant e dei suoi precedenti non sapeva nulla, stava solo “maneggiando” una persona fermata per strada) ha commesso omicidio involontario, nella confusione pensava di aver estratto il taser e non la pistola. E insomma. Fruitvale Station, il film, si apre con una breve conversazione fra Grant e la sua ragazza e passa poi a mostrare un (vero) filmato registrato da uno dei passeggeri del treno, uno di quelli utilizzati come prove durante il processo, quindi ripuliti e processati per rendere l’immagine più chiara, e resi successivamente pubblici dal tribunale di Los Angeles. Questo qua sotto.

Dopodiché il film di Ryan Coogler torna indietro e racconta l’ultima giornata di Oscar Grant III, dal risveglio fino al fattaccio, ricostruendola sulla base dei racconti di chi l’ha incontrato (tanto i parenti e gli amici quanto un paio di sconosciuti beccati in giro) e dell’attività telefonica, riprodotta anche utilizzando gli SMS come elementi grafici a schermo, ma ovviamente anche un po’ romanzando e immaginando, giocando pure con un flashback per mostrare brevemente il suo passato. Il rischio, in questi casi, è sempre quello di sfociare nell’agiografia, di mostrare una specie di mezzo santo incompreso, ma Grant ne esce invece come una persona normale, uno qualunque che sta pagando i suoi errori e le sue mancanze, che fatica a scrollarsi di dosso i problemi avuti con la legge, che cerca di arrabattarsi per non ricascare nelle fesserie mentre prova a tenere assieme la sua famiglia. Non è un santo, non è un malvagio, è una persona come tante, con qualche problema di temperamento. Ci mette un attimo a farsi chiudere la vena sul collo dalla rabbia ed è un discreto irresponsabile, ma anche premuroso nei confronti degli amici, della famiglia, perfino di qualche sconosciuto e, per non farci mancare nulla, pure di un cane.

È un ritratto troppo buono? Può essere, e certamente si dà più peso alla voglia di riscatto che ai difetti, alle mancanze, agli errori da cui questa nasce, ma del resto non è neanche semplice raccontare con equilibrio qualcosa del genere a così breve distanza. E, soprattutto, una volta tanto, era forse importante raccontare una singola persona normale schiacciata dall’ingiustizia, mettendo bene in chiaro che si tratta di un singolo, uno dei tanti “chiunque” a cui potrebbe capitare, non un simbolo, uno stereotipo che debba rappresentare un’intera classe. E allora poco importa se il ritratto è magari troppo accomodante. L’impressione che ne viene fuori è appunto quella di una persona normale, raccontata in maniera asciutta ed equilibrata, con magari solo un paio di momenti in cui Coogler si lascia un po’ andare a uno stucchevole rallentatore, ma che in fondo si possono anche capire. Conta soprattutto che nel film non traspaia rabbia, voglia di trascinare mostrandoti le reazioni della gente, il processo, le conseguenze, ma un semplice, pacato, concentrarsi su una persona (e infatti il trailer sembra il trailer di un altro film, anche se, OK, capisco che lo devi vendere).

Il primo pregio di Fruitvale Station sta proprio in questo approccio a modo suo realista a un film che non vuole scardinare misteri o svelare segreti, ma semplicemente raccontare una persona normale finita incontro alla morte, mettendo in scena (e anche qui è bravissimo Coogler) una Oakland che vive e respira, diventa quasi personaggio protagonista. Poi, certo, a far funzionare il film c’è anche il fatto di guardarlo già sapendo quel che accadrà, cosa che lo rende magari più “facile”: ti è stato scaricato in faccia nei minuti iniziali e tutto quel che vedi appare filtrato da quel pensiero, in un costante e sbalestrato crescendo di tensione. Osservi i gesti, le piccole cose, una semplice cena di fine anno in famiglia, e vivi tutto con addosso una consapevolezza totalmente diversa da quella delle persone coinvolte. Senti una madre che suggerisce al figlio di non andare in città in macchina, di prendere la metropolitana, perché sicuramente a capodanno qualche birra ci scappa, e ti si gela il sangue. Chiaramente poi tutto esplode nella scena conclusiva, che riproduce – mostrando, di nuovo, la bravura di un altro ottimo regista esordiente – quel che s’intravede in quel filmato là sopra. Ed è splendidamente agghiacciante. Poi si chiude il film, con i classici appunti sulle conseguenze degli eventi, sul processo, e tu rimani lì di sasso nel buio della sala, anche se sapevi già tutto.

Se poi le cose funzionano tanto bene è anche merito delle facce. Bravissimi gli attori di contorno, ma soprattutto fuori parametro Michael B. Jordan, come del resto sa bene chi l’ha seguito in The Wire e Friday Night Lights (e magari qualcuno l’ha visto in Chronicle). Prende un ruolo non semplice, vuoi per la delicatezza dell’argomento, vuoi per una sceneggiatura che a tratti sembra farlo andare in tutte le direzioni possibili, e gli dà un equilibrio, una forza, un’intensità e una naturalezza pazzesche. Lui, da solo, terrebbe in piedi il film anche se non ci fossero altri meriti. In un anno meno “carico” per il cinema americano, o magari anche solo se il film fosse uscito a dicembre invece che a luglio, perlomeno una nomination per i premi più importanti non glie l’avrebbe levata nessuno. Di sicuro ne arriveranno altre in futuro, lo dico convinto, anche al di là dei soliti “il nuovo [inserire a piacere]” che si sprecano e che oggi lo vedono additato da tutti come “il Denzel della sua generazione”. È un grande attore e Fruitvale Station è il film per cui merita di zompare nella stratosfera. Speriamo, dai.

L’ho visto in lingua originale – occhio, merita, ma l’ascolto non è banale per chi ha l’orecchio poco allenato a quelle parlate là – al cinema qua a Parigi. Purtroppo, un po’ per l’argomento forse poco esportabile, un po’ per la scelta di non realizzare il “filmone” strappalacrime, un po’ anche perché non ci sarà il traino che avrebbero potuto dare Oscar e Golden Globe, fatico a immaginarmelo distribuito al cinema in Italia. Poi magari sbaglio. Vedo comunque che sta pian piano uscendo anche in altri paesi, quindi vai a sapere. Alla peggio, si trova già in DVD e Blu-ray.

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