Wolf Creek 2

Wolf Creek 2 (Australia, 2013)
di Greg McLean
con John Jarratt e un po’ di vittime

La crescita umana, professionale e spirituale dell’australiano Greg McLean lo vede imparare l’arte della pittura negli anni della giovinezza, quindi diplomarsi in regia all’istituto nazionale d’arte drammatica e fare la sua bella gavetta a teatro, lavorando fra gli altri con Baz Luhrmann nella principale compagnia d’opera australiana. Con delle basi di questo spessore, dopo aver esordito con un paio di cortometraggi apprezzati e premiati, la sua carriera d’autore impegnato era già scritta. Più o meno. Al primo film, McLean ci regala Wolf Creek, una bella, cruda, agghiacciante rivisitazione in chiave australiana del modello Non aprite quella porta, passata pure da Cannes nel 2005. Quindi, due anni dopo, arriva Rogue, su un coccodrillo gigante. E infine, sette anni dopo, è il turno di Wolf Creek 2. Tutto regolare, per un autore la cui firma distintiva pare essere l’idea che i turisti stranieri, in Australia, siano destinati a fare una gran brutta fine.

Ora, da persona che aveva apprezzato parecchio il primo Wolf Creek, non sapevo bene cosa aspettarmi. Una replica tale e quale sarebbe stata forse la mossa più facile, ma in fondo anche banale e deludente. Meglio allora cambiare brutalmente la formula, pur riproponendo sulla carta lo stesso soggetto. E deve averla pensata così anche McLean, che con Wolf Creek 2 realizza un seguito in pieno stile anni Ottanta, di quelli che prendono l’icona forte del primo episodio e provano a trasformarla in un giullare onnipotente attorno a cui costruire, botteghino permettendo, una lunga serie di successi. Wolf Creek 2 prende tutto ciò che il primo episodio si proponeva di fare, da un punto di vista stilistico, di costruzione della tensione, di caratterizzazione dell’assassino, e, dopo aver fatto rapida manovra, si mette a spingere fortissimo nell’altra direzione. Il risultato è un po’ spiazzante, se ti presenti in sala con ancora in testa il ricordo di quel primo film dimesso, dal taglio a tratti quasi documentaristico, con un cattivo davvero inquietante nel suo realismo e con un trattamento senza compromessi o spettacolarizzazioni per le sue vittime.

Qua invece Mick Taylor, sempre interpretato da quel cicci di John Jarratt, torna in scena con tutt’altra carica. Sette anni fa era il babau nascosto nell’ombra, che usciva dal nulla, si mangiava il film con due battute e quattro sguardi e poi scatenava il massacro, ma non era mai vero protagonista, irrompeva in scena nel film delle sue vittime e andava a distruggerlo. Oggi parte subito schiacciando fortissimo l’acceleratore e si presenta come una sorta di Freddy Krueger col marsupio, non onnipotente o sovrannaturale, ma smargiasso, costantemente impegnato a far battutine ed esprimere la sua australo-burinaggine da leghista fra i koala che non vuole saperne degli stranieri. Dall’alto del suo scassato furgoncino, cecchina poliziotti come se stesse vincendo orsacchiotti alla fiera di paese e se la ride bello tranquillo, magari sorseggiando una birra. Insomma, è diventato personaggione e nel farlo, intendiamoci, funziona anche bene, soprattutto perché comunque il film, pur poggiandosi su una struttura abbastanza classica negli sviluppi e inevitabile nelle conclusioni, si gioca tutto sul piano delle idee e dei ribaltoni improvvisi, finendo per diventare un bel carosello divertente.

Proprio perché questa volta non si tratta di un film con dei protagonisti che vengono fatti a pezzi da un pazzo di passaggio, ma del film in cui quel pazzo s’è conquistato il ruolo da protagonista, le vittime designate calano d’importanza. Rimane la voglia di caratterizzarle come esseri umani tollerabili, e non i soliti cretini a cui non chiedi altro che di morire, ma il loro ruolo passa in secondo piano, al punto che McLean si concede anche il lusso del giocare con le aspettative sui protagonisti. Parte con i classici turisti – questa volta tedeschi – che commettono l’errore di andarsene in campeggio dove sarebbe meglio di no, ma poi piazza il ribaltone, coinvolge altra gente e alza continuamente la posta, tirando fuori almeno un paio di idee molto azzeccate, mostrando un Mick sempre più pieno di risorse e sull’orlo del diventare barzelletta di se stesso, ma tutto sommato riuscendo a centrare l’equilibrio giusto. E poi si gioca il jolly con un confronto finale bizzarro, divertentissimo, inatteso per come si era messo il film e che da solo merita la visione. Insomma, Wolf Creek 2 è un altro film, che c’entra proprio poco col primo, ma si potevano fare altri film ben peggiori.

E ricordate: il vostro non è un coltello, questo è un coltello.

Al momento il film è passato solo in qualche festival (anche a Venezia!). Per quanto riguarda la distribuzione ufficiale, IMDB elenca solo due nazioni, entrambe con data fissata per il 20 febbraio: l’Australia, ci mancherebbe, e l’Italia, anvedi. Beh, bene. Ah, sono in arrivo pure due romanzi dedicati al Mick, alla faccia delle manie di grandezza.

1 commento su “Wolf Creek 2”

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