Lo sguardo di Satana – Carrie

Carrie (USA, 2013)
di Kimberly Peirce
con Chloë Grace Moretz, Julianne Moore, Gabriella Wilde

Staccate un attimo gli occhi dallo sguardo ipnotico qua sopra e seguitemi. Oggi si parla di Carrie, il remake del 2013, che in Italia hanno intitolato Lo sguardo di Satana – Carrie, invertendo i fattori rispetto al titolo del film di De Palma del 1976, con una mossa da gran premio del whaddafuck dei titolisti. Curiosità: in Francia l’hanno intitolato Carrie, la vengeance, come se fosse un seguito, come se un seguito non l’avessero già fatto negli anni Novanta, come se con quel “la vendetta” volessero in qualche modo avvisarci, come se fosse un riferimento alla reazione un po’ incazzata che chiunque potrebbe avere una volta uscito dal cinema. Mi rendo conto che sto divagando, un po’ come mio solito, un po’ probabilmente per meccanismo d’autodifesa, perché in fondo io non voglio ripensare a questo film. La cosa che fa più paura del nuovo Carrie è ripensarci. Ripensare a quanto non riuscivo a capacitarmi della bruttezza di ciò che stavo guardando. Ripensare al fatto che qualche ora dopo, nella stessa sala, ho rivisto il Christine di John Carpenter. Tutt’altro che il miglior film di Carpenter o la miglior trasposizione da King, ma, caspita, talmente superiore in ogni suo aspetto da farmi dubitare che quell’ora e mezza che avevo visto in precedenza, la stessa sera, nella stessa sala, non fosse neanche cinema. Quello, quello di Carpenter, quello sì che era cinema. Questo no, questo non è cinema. O comunque non è la stessa cosa. È un’altra cosa. Magari è videoarte. Un documentario sul pessimo cinema? Avanguardia? Ecco, sì, il Carrie del 2013 è avanguardia. Dev’essere così. Altrimenti non saprei proprio come spiegarmelo. Mamma mia. Andrea. Calmati. Respira. Conta fino a dieci. Ricominciamo. Dai. Ricominciamo. Ci provo. Sul serio.

Carrie (USA, 2013)
di Kimberly Peirce
con Chloë Grace Moretz, Julianne Moore, Gabriella Wilde

Mi sono presentato in sala per guardare questo nuovo Carrie, credo, nel migliore dei modi possibili. Ho letto e amato il libro, ma tanti anni fa. Ho visto e amato il film originale, ma tanti anni fa. Me li ricordo molto poco. Ma veramente molto poco. Mi ricordo che nel libro lei era sovrappeso, mi ricordo che è la sfigata della scuola, mi ricordo che De Palma ci ha messo gli split-screen (e se non me lo ricordo fa lo stesso, tanto è De Palma, ci sono di sicuro), mi ricordo del sangue di maiale, della sbroccata finale, che c’era John Travolta e poi alla fine la mano dalla terra. Fine. Troppi anni sono passati dall’ultima volta. Quindi, insomma, non ero certo pronto a fare lo spaccamaroni su quel che han cambiato e quel che no. E non solo! Non ho problemi coi remake, penso possano sempre venirne fuori cose interessanti, specie se c’è la voglia di reinterpretare in una maniera diversa, con una personalità diversa. Tant’è che La cosa e La mosca sono due fra i miei film preferiti. Insomma, ottimismo, sempre. Vogliamo aggiungere che ho la tendenza a cogliere sempre i lati positivi nelle peggiori monnezze, a meno che mi risultino proprio antipatiche? Che, a volte consciamente, a volte meno, mi piace fare il bastian contrario? Che, insomma, volevo crederci?

Ma sì, dai, aggiungiamo anche che il trailer, pur non sembrandomi promettere bene in maniera esagerata, mi pareva suggerire che, perlomeno, avremmo visto gli effetti speciali moderni applicati per mettere in scena un casino paragonabile a quello che Carrie scatena nel libro. E anche che Julianne Moore mi pareva adatta al ruolo della mamma sbalestrata. E che Kimberly Peirce è pur sempre la regista di Boys Don’t Cry, sarà ben capace di trattare alla sua maniera, con del gusto e della personalità, un film che parla delle cose di cui parla Carrie, no? Sì, lo so, dev’essere esattamente il ragionamento superficiale che ha fatto chi le ha affidato il film, ma in ogni caso almeno un po’ torna, no? No? E poi c’è Chloë Grace Moretz, che è un’attrice molto brava, quindi adatta a qualsiasi ruolo, no? No, OK, questo non lo pensavo nemmeno io.

Voglio dire, basta guardare i due poster qua sopra e pensare alle altre due Carrie del passato. Quella del libro, una che in fondo, dietro gli strati di adipe, sarebbe potuta anche essere molto carina, e che quando si metteva tutta in tiro per il ballo di fine anno, beh, dai, non era male. E quella del film di De Palma, una a cui bastava non truccarsi troppo e forzare qualche espressione per risultare credibilissima nel ruolo della sfigata maltrattata della scuola che, nel momento in cui iniziava a trattarsi bene, diventava una bella ragazza. E invece qui abbiamo Chloë, il sex symbol Chloë, quella che a volte ne guardi le foto in cui si mette in posa e ti chiedi se alla sua età si sia già rifatta le labbra, quella che abbiamo imparato a conoscere nei panni della spaccaculi sboccata e che qui vogliono venderci come la bruttina sfigata maltrattata della scuola. Hit-Girl. La bruttina sfigata della scuola. OK, ha le spalle larghe, ma insomma, eh, non è che se la pettini male e la fai vestire e truccare come se fosse la Willow delle prime stagioni di Buffy diventa una bruttina sfigata. Ma insomma, vogliamo crederci? Crediamoci.

Magari l’idea era di raccontare che in fondo anche le belle ragazze, nel contesto sbagliato, possono sentirsi brutte, impacciate e perseguitate, ma che poi basta cambiare un paio di vestiti e truccarsi bene per tirare fuori la propria bellezza interiore e riscoprirsi belle dentro e fuori, in un trionfo morale educativo. Forse il punto è che se una è bella è bella anche quando è vestita male, l’occhio esperto delle altre gnocche lo nota, le altre belle diventano quindi gelose e la trattano malissimo, perché ne temono la potenza gnocca. Tant’è che, dopo aver riscoperto la propria bellezza interiore, se la nostra viene fatta sbroccare e decide di ammazzare tutti quanti, possibilmente ricoperta di sangue (possibilmente di maiale), da bella dentro e fuori diventa proprio una gnocca da competizione. Perché in fondo la vera bellezza è quella che abbiamo dentro. Quella che fa decollare le automobili e morire la gente. Ma non tutta la gente, solo quella cattiva e che non aspetta figli. E poi si fanno le crepe nelle lapidi. E le mamme sono cattive. Ma forse sono buone. O forse il messaggio è che il sangue di maiale è un ottimo sostituto per i cosmetici testati sugli animali. No, un attimo, che sto dicendo… OK, mi sono incasinato di nuovo. Respira. Conta fino a dieci. Ripartiamo.

Carrie (USA, 2013)
di Kimberly Peirce
con Chloë Grace Moretz, Julianne Moore, Gabriella Wilde

Il nuovo Carrie è un film brutto. Per quanto mi riguarda è la cosa peggiore che ho visto l’anno scorso, di gran lunga peggiore rispetto a certe trashate impresentabili, o a certi film pretenziosi e inconcludenti, per il modo in cui sbaglia tutto lo sbagliabile, sprecando tutto lo sprecabile. Fra l’atmosfera totalmente sballata, le piccole incongruenze, gli accenni anche interessanti, ma male approfonditi, i raccordi e le soluzioni narrative alla come capita, messi lì tanto per, forse nel tentativo di ricalcare senza sforzarsi troppo un film di quarant’anni fa, seppur inserendo spunti pescati dal libro, per far vedere che si erano fatti i compiti, è una delusione continua. Manca di  coinvolgimento, manca di forza, manca di qualsiasi cosa, compresi i fantomatici effetti speciali in cui, almeno, uno poteva sperare: a conti fatti, questa Carrie non combina nulla di particolare, anzi, per certi versi fa pure meno di quel che aveva fatto Sissy Spacek.

La vera colpevole, comunque, è Kimberly Peirce, che non riesce a (non prova nemmeno a? non ha il permesso di?) dare la benché minima personalità al tutto e si limita a fare il compitino diligente, moscio, impegnato a rimuovere qualsiasi oncia di carisma avesse il film originale (e qui mi viene in mente pure il remake di Total Recall). Non s’inventa nulla sul piano visivo e fallisce miseramente anche nel dirigere gli attori, certo con una grossa mano da parte di una sceneggiatura che probabilmente ha fatto passare la voglia a tutti. Perché un po’ di colpa dovrà pur avercela, la Kimberly, se Julianne Moore va completamente fuori giri dall’inizio alla fine e se la Chloë, che pure s’impegna e a tratti risulta pure convincente, ogni volta che usa i poteri non sa fare di meglio che spalancare la bocca, alzare le sopracciglia e muovere le mani in giro come se stesse giocando davanti a un Kinect.

Ed è un peccato, perché – occhio, arriva quello che vuole sempre trovare i lati positivi – in fondo, via, qualche spunto che poteva avere un senso c’è. Il tentativo di mostrare la cattiva di turno come un personaggio magari non del tutto monodimensionale, per esempio. Questa voglia, appunto, di raccontare una brutta che brutta non è, ma che tale diventa perché oppressa dall’ambiente familiare e dal contesto scolastico. Solo che per ogni momento appena un po’ riuscito, ogni trovata che pare avere dietro una mente pensante, ogni istante in cui cominci a dirti “ah, aspetta… “, subito arriva la mazzata fra i denti, la scena inguardabile, l’ansia di spiegare tutto come se stessi parlando a un bambino di tre anni, i tentativi impacciati di raccontare una storia moderna e gggiovane con quel tono del babbo impacciato che prova a mettersi sul piano del figlio adolescente. Insomma, il disastro. Fra l’altro, a proposito della cattiva, ogni volta che appariva, non riuscivo a fare a meno di pensare a Betty Rizzo, me la ricordava troppo. E adesso, mentre scrivevo, l’ho cercata su Google e ho scoperto, non me lo ricordavo, che l’attrice che la interpretava era Stockard Channing. Che ho appena finito di vedere in azione in diversi episodi della quarta stagione di The Good Wife chiedendomi chi mi facesse venire in mente. Era Betty Rizzo di Grease! Pensa te, Alicia Florrick è la figlia di Betty Rizzo. Mh, OK, mi sono di nuovo perso nei miei pensieri. È il meccanismo di autodifesa.

Dai, chiudiamola qui, chiudiamo così: questo nuovo Carrie è un brutto, brutto film, che fa innervosire perché sotto sotto ci vedi anche le tracce di quel che sarebbe potuto essere un bel film e invece no. Ed è brutto per davvero, non è una bella gnocca che non si pettina, non si trucca e si mette il maglione scucito della mamma pazza. E lo è senza neanche stare a tirare in mezzo Brian De Palma, Sissy Spacek o Stephen King. È brutto di suo. E poi, dai, la crepa sulla lapide, ma su.

L’ho visto a dicembre, qua a Parigi, al cinema, in lingua originale, durante il Paris International Fantastic Film Festival, in avvio di una maratona notturna Stephen King che è poi proseguita con altri tre film di ben diverso spessore. Uno l’ho citato sopra, gli altri due erano Creepshow e Pet Sematary. Eh, insomma, non è che Pet Sematary sia mai stato un capolavoro, eh, ma al confronto mamma mia.

11 pensieri riguardo “Lo sguardo di Satana – Carrie”

  1. identico all'originale, anche nei dialoghi, solo in versione pg.(niente nudi, meno violenza, la madre è più umana, carrie è meno sofferente) Il primo è molto più drammatico e disturbante. Voto 6, l'originale 8. dylan dog invece è da uno

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  2. Hahahahaha, nel Tentacolo volevo fare la comunicazione di servizio, senza parlare del film, solo dicendo di evitarlo, ma mi sono dimenticato.

    Comunque mi capita di odiare dei film. Per dire, mi viene in mente Elizabethtown, lo trovi da qualche parte nel blog, se sei curioso. 😀

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  3. Ahahah ti credo sulla parola 🙂

    E' che avevo amato sia il libro che il film di un tempo, e un po' ero interessato a questo, ma ora piuttosto mi castro con una mannaia arrugginita…

    A proposito di King e ragazzine pericolose, avevo amato anche “L'incendiaria” (che credo che in inglese sia Firestarter, ma non ho mai visto il film che leggo essere con la Berrimore. Quasi quasi lo recupero.

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  4. per niente d'accordo, il film è ben fatto, naturalmente la scena clou è resa in maniera nettamente peggiore di quella originale, celeberrima, e non poteva essere diversamente. bisognerebbe che, in questo come in altri casi, si considerasse il film come un'altra trasposizione del romanzo, senza fare paragoni con versioni cinematografiche precedenti che, essendo fatte da grandi artisti del cinema, non possono che essere superiori.

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  5. Sono completamente d'accordo con te, infatti ho evitato di fare paragoni e del resto, come ho scritto, non sarei neanche stato in grado di farne, dato che il film di De Palma non me lo ricordo quasi per niente.

    Il problema è che questo film l'ho trovato pessimo per i fatti suoi. Poi, per carità, se tu hai gradito, mi fa piacere per te: hai trascorso un'ora e mezza più piacevole della mia. 🙂

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