Re-Animator

Re-Animator (USA, 1985)
di Stuart Gordon
con Jeffrey Combs, Bruce Abbott, Barbara Crampton, David Gale

Nel 1985 ho otto anni, i film horror li guardo più o meno di nascosto quando riesco a intercettarli in TV tramite i vari cicli delle reti pubbliche e Re-Animator non so neanche cosa sia. Il mio svezzamento a base di carne e sangue è già abbondantemente iniziato, ma c’è ancora qualche ostacolo da superare. Fra i miei ricordi più netti di quegli anni ce n’è uno che mi torna sempre alla memoria, quello della sera in cui davano per la prima volta La mosca di Cronenberg in TV (1987?). Lo sto guardando, a volume basso, sullo scassato televisore piccolino che per qualche bizzarro motivo mia madre mi ha permesso di tenere in camera, e arriva la scena del braccio di ferro. Dal salotto sento un urlo: “Andrea, non lo stai guardando, vero?!?”. No, figuriamoci. Nel 2013 di anni ne ho – glom – trentasei, Re-Animator ricordo di averlo visto in videocassetta chissà come e chissà quando, ma fondamentalmente non me lo ricordo, e scopro che al Paris International Fantastic Film Festival, nella città in cui mi sono appena trasferito, proiettano un mix di novità e classici del passato (e di roba che ho già visto al Fantasy Filmfest di Monaco). Il mio primo impatto con la rassegna consiste in una proiezione della versione integrale di Re-Animator, sullo schermo gigante della seconda sala più grossa di un multisala di quelli fatti come si deve. La vita mi sorride.

Quindi, la sostanza è che in pieno 2013, time paradox, mi sono presentato al cinema per spararmi Re-Animator come se fosse la prima volta, o quasi. Non è un’immagine bellissima? Sì, è un’immagine bellissima, ed è stata una serata bellissima. Re-Animator è il film d’esordio di Stuart Gordon, regista che all’epoca arrivava dal teatro e che con questo film iniziava la collaborazione cinematografica quasi tutta a base Lovecraft con l’amico Brian Yuzna, partendo per l’appunto da un racconto breve del paparino di Cthulhu. La storia, in origine, nasceva come parodia di Frankenstein e questo aspetto diventerà poi fondamentale nel seguito, diretto proprio da Yuzna come una specie di perverso remake de La moglie di Frankenstein. Ma intanto qui c’è un primo episodio fondamentale nella storia dell’horror moderno e nella formazione di tante persone malate nella capoccia che passano la vita guardando al cinema gente che muore male. Perché la verità è che Re-Animator è uno di quei film che chiunque segua il genere di riferimento ha visto mille volte anche se non l’ha mai visto. Perché qua dentro c’è di tutto ed è un tutto che verrà poi preso, smembrato tanto quanto suoi cadaveri e riappiccicato in giro non sempre con gran criterio, per andare a formare molto dell’horror successivo. Guardi Re-Animator nel 2013 e ti sembra di averlo già visto mille volte, anche se in realtà non l’hai visto mai e non te lo ricordi. Ci sarà un motivo, no?

Il bello, però, è che Re-Animator è un film meraviglioso anche se (o proprio perché) l’hai visto mille volte. Perché il punto è che non sono mica tante, le volte in cui questa cosa qui l’hai vista fatta tanto bene. Il film si apre con una dichiarazione d’intenti chiara, pulita, onesta: qua ci sarà da rabbrividire, da schifarsi e da farsi qualche risata. Quello di Re-Animator non è il trash ammiccante e tedioso di questi tempi, è un fare cinema convinto, onesto innanzitutto con se stesso, prima ancora che coi suoi spettatori. C’è un gusto per la messa in scena completamente folle, esagerata, flippata oltre i limiti, stupefacente nella bravura con cui trasforma le costrizioni di budget in geniali trovate di messa in scena. C’è una forza macabra assurda, c’è sì umorismo, ma quasi mai al punto dell’auto presa in giro smaccata, e, anzi, anche nei suoi momenti più surreali e ridanciani, si respira sempre quell’aria putrida, puzzolente e sghemba che ti aspetti da un racconto ispirato a quel certo tizio là. E ci sono pure un paio di trovate, soprattutto nelle fasi iniziali, che il brividino, o magari un certo senso di disagio, te lo mettono addosso. Senza contare che Re-Animator, anche nel suo teatro farsesco, di quelli che scatenano l’applauso e l’urlo isterico in sala, non fa poi tanti sconti e finisce da horror vero, nello schifo e nel malessere, senza concedere mezzo mignolo al rassicurante lieto fine, raccontandoti una storia in cui non c’è nessuno da salvare, in cui i protagonisti sono due schifosi egoisti in pieno delirio d’onnipotenza, “buoni” solo perché quell’altro è perfino peggio di loro.

E non è neanche invecchiato, il caro, dolce, Re-Animator, perché in fondo la sua aria bislacca, il suo gusto da fumetto EC senza tempo, ce l’aveva addosso fin dalla nascita e anche a vederlo oggi non ti soffermi un attimo a ridacchiare delle pettinature. E poi ci sono gli strepitosi effetti speciali, curati nel rispetto – si fa per dire – della realtà, fisici, palpabili, orgogliosi del proprio valore e ancora mostruosamente efficaci, perfetti. La testa mozzata del dottor Hill, quel che riesce a fare e come riesce a farlo senza poter ricorrere alla piatta CG del giorno d’oggi (e meno male!), ha dell’incredibile. Poi ti vai a leggere come hanno realizzato tutto quel ben di Dio e gli vuoi ancora più bene. Certo, lo guardi oggi per la prima volta, nell’ottica sbagliata, e ti sembra magari una roba pezzente e ridicola. E ti meriti gli schiaffi. Perché il punto è che Re-Animator è uno di quei rari, splendidi film capaci di conservare tutta la propria carica passionale anche a decenni di distanza. Non sarà magari un capolavoro assoluto in grado di trascendere il genere in ogni senso, anche se, volendo farne una questione d’inventiva e di carica espressiva, se ne potrebbe discutere, ma è ancora lì, con tutta la sua forza e il suo divertimento.

Ed è lì grazie a uno di quei fantastici, perfetti, allineamenti di pianeti, che vanno a unire i puntini facendo incontrare tutti i pezzetti di cast che servivano. Cosa evidente anche nella scelta degli unici due attori che contano qualcosa, con un David Gale davvero disgustoso e un meraviglioso Jeffrey Combs, capace di creare un’icona horror nel giro di quattro scene, di tenersi sulle spalle il film con la sua interpretazione totalmente assurda e sopra le righe, di restare impresso a fuoco nella memoria di qualunque appassionato d’horror l’abbia incontrato senza bisogno di mettersi una maschera per una dozzina di film. Bastano un paio di occhiali, una siringa piena di roba che brilla al buio e un’assurda faccia da orrore.

Come detto, l’ho rivisto nella miglior condizione possibile e immaginabile, che mi rendo conto essere difficile da riprodurre. Da quel che leggo in giro, l’edizione in Blu-ray uscita l’anno scorso dovrebbe essere ben più che dignitosa, magari anche ottima, seppur non da strapparsi i capelli.

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