Halo 3: ODST

Halo 3: ODST (Microsoft Game Studios, 2009)
sviluppato da Bungie, sezione sfighé

Il primo Halo l’ho amato sotto quasi ogni punto di vista, prendendo in antipatia solo i suoi ripetitivi e francamente noiosetti interni. Era un gioco fantastico, uscito nel posto giusto e al momento giusto. Ho grandi ricordi a lui legati, gli voglio bene, non voglio mai più metterci mano per non rischiare di infettare il posticino che gli ho dedicato nel mio cuore. Con i due successivi episodi della saga, tanto il secondo quanto il terzo, la nostra relazione s’è un po’ incrinata ed è scivolata verso un rapporto di amore/odio. L’amore è tutto concentrato sul fatto che si tratta di giochi mortalmente divertenti, che adoro giocare in cooperativa, godendo come un matto a berciare e cazzeggiare mentre li si completa a livello Legendary. Non ne tocco il multiplayer competitivo, un po’ perché non è il mio campo, un po’ perché li gioco sempre in ritardo, ma sto comunque bene così. L’odio è rivolto, più o meno, a tutto il resto. Non mi piace lo stile grafico, al di là di qualche scorcio saltuario a cui è impossibile dire di no. Non mi piace l’approccio alla narrazione. Non mi piace l’atmosfera che si respira. Non mi piacciono le storie che vengono raccontate. Insomma, dupalle. Probabilmente, visto anche il fatto che sono davvero pochissime le serie per le quali trovo la forza di giocare seguiti su seguiti, se non ci fosse la cooperativa, io e Halo avremmo smesso da tempo di frequentarci. E, intendiamoci, staremmo entrambi benissimo lo stesso, tanto io quanto lui.

E invece, appunto, mi ci diverto, e quindi, con la calma che mi è propria e il ritardo che mi è solito, ogni tanto mi dedico a portare avanti la saga giocandone un episodio in co-op col fido compare Holly. Di recente, seguendo l’ordine puramente cronologico delle uscite, ci siamo giocati Halo 3: ODST, arrivando a completarlo giusto l’altro ieri. E, ancora una volta, mi sono divertito parecchio, nonostante mi sembri di capire che per molti appassionati si tratti di un episodio minore, poco riuscito, del resto figlio di uno sviluppo un po’ storto, nato da progetti abortiti. Eppure, forse proprio per questa sua natura da fratello scemo, o magari per la sua voglia di essere “diverso”, l’ho trovato particolarmente simpatico e accattivante, per quanto comunque sempre un po’ troppo Halo per piacermi fino in fondo.

Da un lato c’è il fatto di controllare dei soldati pezzenti, invece del solito supereroe, cosa che sulle prime spiazza abbastanza, perché ci metti un po’ a renderti conto, soprattutto a livello istintivo, che stai giocando a Halo ma non stai giocando a Halo, non fai più quei balzoni e sei molto meno invincibile, è meno semplice saltare sulla capoccia di un carro armato per averne la meglio o affrontare a muso duro giganti alti il doppio di te. Spesso, anzi, conviene muoversi di soppiatto e fuggire dal casino. Dall’altro c’è quest’idea della struttura a hub, con tutta la vicenda ambientata all’interno di un singolo contesto cittadino, nel quale gironzolare in maniera relativamente libera e trovare la propria strada attraverso arene abbastanza articolate, sviluppate in altezza, con cunicoli e interni. Non che sia proprio un gioco open world, ma insomma, è comunque sempre piacevole, almeno per i miei gusti, avere libertà di movimento.

E poi c’è quell’atmosfera tutta particolare delle sezioni cittadine in notturna, dal taglio quasi noir, col loro accompagnamento musicale di grande effetto, in cui gironzoli attivando il visore speciale e destreggiandoti fra le luci dei lampioni. Addirittura, qui, per ampi tratti, mi è sembrato di avere a che fare con un gioco dalla grafica piacevole. Poi, certo, si mettono in mezzo i flashback e tutti quei momenti molto più tradizionali della serie, in cui si dà spettacolo, si fa casino, si butta in mezzo quell’umorismo un po’ così e le scene d’intermezzo sono solo un apostrofo all’insegna del latte alle ginocchia fra una sparatoria e l’altra. A tirare su il morale, per fortuna, ci pensa il cast di volti e doppiatori: quando ho sentito la voce di Nathan Fillion, e poi ne ho riconosciuto il volto, mi son messo a saltellare sul divano. Vederlo e sentirlo accompagnato da Adam Baldwin e Alan Tudyk, poi, ti fa per un attimo pensare di avere a che fare con il gioco di Firefly. E così non è, anche perché la scrittura del peggior episodio di quella serie si mangia qualsiasi roba targato Halo che abbia mai visto, ma insomma, son bei momenti.

E quindi? E quindi alla fine Halo 3: ODST m’è piaciuto. M’è piaciuto innanzitutto nella solita maniera in cui mi piacciono gli Halo: divertendomi nelle sue fasi di gioco al punto che chissenefrega se il resto mi fa pietà. E poi mi è piaciuto anche per la voglia di sperimentare e fare qualcosa di un po’ diverso, seppur inserito nel solito contesto. Bella, a tratti, l’atmosfera, sfiziose le registrazioni che si trovano in giro, particolari – per un Halo – le musiche, divertente il fatto di dover giocare a un Halo in maniera lievemente diversa da come si gioca normalmente un Halo. Poi, certo, la parte finale è onestamente un po’ sgonfia, priva d’inventiva, e lascia addosso una certa sensazione di sticazzi. E sì, in generale il gioco è abbastanza breve, cosa che ricordo fece all’epoca imbestialire in molti quando la raffrontavano al prezzo. Ma, ehi, per me questo è un lato positivo, quindi figuriamoci.

Che poi immagino la versione italiana perdesse il fascino delle voci, anche se comunque la faccia da Fillion si riconosce lo stesso lontano un miglio. In compenso, Tricia Helfer sembra reduce da un frontale violentissimo con un Cylon vecchio stile.

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