Aftershock

Aftershock (Cile, 2012)
di Nicolás López
con Eli Roth, Ariel Levy, Nicolás Martínez, Andrea Osvárt, Natasha Yarovenko

Vi siete mai trovati a chiedervi come potrebbe essere un disaster movie cileno ispirato al terremoto realmente verificatosi da quelle parti nel 2010, realizzato a bassissimo budget ma con cura e passioni tali da non far pesare troppo la cosa, popolato da un cast quasi interamente locale tranne un paio di attoracci stranieri nel ruolo dei turisti sfigati e diretto dal regista (cileno) di Que pena tu vida :(, Que pena tu boda 😦 e Que pena tu familia 😦? Io, per dire, non sapevo neanche dell’esistenza di queste commediole con lo smile nel titolo e no, non me l’ero mai chiesto, o comunque non fino a che non ho visto spuntare Aftershock in giro per i siti poco raccomandabili che frequento nell’internet, oltre che nel programma del Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera, dove abitavo fino a un paio di mesi fa e dove, per l’appunto, sono andato a vedermi al cinema questo filmetto. E com’è? Vale la pena di recuperarlo nei cestoni dei DVD quando passerete da HMV durante la gita a Londra organizzata spendendo quindici euro di volo low cost e dovendo quindi limitare l’acquisto di souvenir e puttanate varie, perché se vi presentate al gate con un sacchetto di troppo scatta la legge del taglione?

Eh, insomma. La chiave della faccenda sta nel fatto che Eli Roth, in piena carica da produttore illuminato che gira il mondo offrendo le sue vaste ricchezze ai nuovi talenti nascosti, ha deciso di ungere Nicolás López e prestargli anche il proprio talento nelle vesti di attore, interpretando il ruolo autobiografico del turista cretino, impacciato, allupato e un po’ fantozziano. Da questa collaborazione nasce un film che per i primi venti minuti, o giù di lì, sembra un remake sudamericano di The Hangover, con riferimenti chiaramente voluti, a cominciare dalla composizione del trio di protagonisti. Poi scoppia il casino e improvvisamente scatta il lato survival della faccenda, che, rispetto a tanti altri film dall’argomento simile, risulta apprezzabile per la sua brutale onestà, oltre che per la buona cura nella messa in scena, davvero in grado di nascondere il budget da mercatino delle pulci, e per il ritmo assolutamente azzeccato con cui si procede.

Di fondo, il punto è che Aftershock va nella direzione opposta rispetto a quel che in genere ci raccontano i film sui disastroni e i terremoti. Da un lato la gente, invece di estrarre un ritrovato spirito di fratellanza e umanità, mette in luce il suo lato peggiore e diventa tutto un tripudio di “ma mollami, ma chitticonosce, fammi passare, levati dalle palle”. Dall’altro c’è il sangue. Che sembra una banalità, ma ditemi un po’ quante volte capita di guardare un disaster movie e vedere le persone schiacciate, sepolte, squartate, smembrate, arse vive, fatte a pezzi e ribaltate. E alla fine, il divertimento di Aftershock sta tutto lì, nella sua natura, non certo nel fatto di raccontarti le vicende di un gruppo di personaggi insopportabili, insopportabilmente stupidi e alle prese con un’insopportabile sequela di botte di sfiga. È un film piccolino, fatto con passione e pochi soldi, che proprio per questo può permettersi di affrontare in maniera truce argomenti che siamo abituati a vedere messi in scena all’insegna della patinata pulizia. È simpatico, ritmato, non si prende troppo sul serio, sprizza sangue da tutti i pori e, tolto magari un avvio davvero impacciato, scorre via divertendoti in una serata da pizza, birra e rutto libero. Poteva andare peggio, no?

Come detto, l’ho visto al cinema in un contesto da festival, chiaramente in lingua originale. Non che, al momento, ci sia molta scelta sulla lingua in cui guardarselo. Arriverà mai in Italia? Vai a sapere.

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