Escape Plan – Fuga dall’inferno

Escape Plan (USA, 2013)
di Mikael Håfström
con Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Jim Caviezel

Non ho idea di se e quanto apprezzino e/o abbiano apprezzato Sly e Schwarzy qua a Parigi, e magari i loro film sono sempre stati considerati produzioni di secondo piano (ne dubito) ma devo ammettere che ho trovato bizzarro andarmene al Gaumont Pathé, vale a dire la più “popolare” fra le due grosse catene di multisala che ci sono qui, e ritrovarmi a guardare l’appena uscito Escape Plan in sala 7, una fra le più piccole. Intendiamoci, magari ho avuto sfiga, ho scelto male e da qualche altra parte lo proiettavano su uno schermo gigante, però, ecco, diciamo che dubito sarebbe potuta accadere la stessa cosa se questo stesso film, l’incontro fra due icone che hanno segnato oltre un decennio di cinema popolare, fosse uscito vent’anni fa. D’altra parte oggi le masse – e io per primo – vanno al cinema per i supereroi e i film tratti dai romanzi per adolescenti, quindi non è che ci si possa aspettare un’orda all’assalto di un action (più o meno) stra-classico nella sua pacchianeria, che non si vergogna di esserlo e che ha per protagonisti di richiamo due cariatidi appena tornate sulla cresta di un’onda alimentata da spettatori che sono cresciuti guardandoli al cinema.

Considerazioni sociologiche da un tanto al chilo a parte, non è che abbia molto da dire su Escape Plan, film che ho visto in ritardo rispetto al resto del mondo perché – ogni tanto capita – in Francia è uscito dopo e nel quale ho trovato bene o male quel che mi aspettavo e che le chiacchiere lette in giro mi avevano portato ad attendermi. L’avessero girato vent’anni fa, magari, sarebbe stato più muscolare e carico d’azione, ma magari anche no: in fondo si tratta di un film d’evasione (battutona!) semplice, pulito, con personaggi stra-classici, situazioni stra-classiche e una premessa assurda che ti fa subito capire che non devi stare a preoccuparti troppo della logica con cui le cose si svilupperanno. Anche perché se lo fai, poi ti ritrovi a discutere per un quarto d’ora, dopo la visione, cercando di capire che cacchio di senso possano avere le azioni di Vincent D’Onofrio e come s’incastrino con tutto il resto. Poi però ti ricordi che c’è 50 Cent nel ruolo dell’hacker e lasci andare.

Escape Plan è un film semplice, che bene o male si limita a fare quello che promette. Ci sono un paio di evasioni contorte e arrotolate nella costruzione dei rispettivi piani, anche se poi, a conti fatti, nella prima tutto ruota attorno a una serratura progettata da un cretino e nella seconda si risolve la faccenda scatenando una rissa. Ci sono due cattivi in gran forma, con un Jim Caviezel super insopportabile e un Vinnie Jones carico a mille. C’è il tizio pelato che fa il mediorientale cazzuto in tutti i film recenti che ho visto in cui c’è un mediorientale cazzuto. C’è Sam Neill che evidentemente aveva bisogno di pagarsi la nuova casa al lago con un ruolo in cui non fa nulla a parte essere un ingranaggio del piano di fuga. E poi ci sono loro due, Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, che interpretano gli stereotipi di quel che sono sempre stati e si limitano a mettere di fronte i motivi per cui, a memoria mia, si finiva per preferire l’uno o l’altro.

Sly è l’eroe tormentato, depresso, combattuto e che solo ogni tanto si lascia andare alla battutina sarcastica. Schwarzy è l’istrione con l’accento assurdo che spara stronzate a getto continuo, si gode i momenti più azzeccati del film e sostanzialmente ruba la scena a tutti quanti dal primo all’ultimo istante in cui gli viene concessa. Preferire l’uno o l’altro in questo film, alla fin fine, non è molto diverso dal preferirlo vent’anni fa. E in fondo il fascino del film sta in larga parte qui: non è un’operazione nostalgia piena di ammiccamenti e citazioni come quell’altra compilation di vecchietti e, di fondo, forse solo la gag di Arnie che smitraglia funziona grazie ai ricordi che evoca. Per tutto il resto del film, c’è solo l’incontro di questi due assurdi personaggi, entrambi ancora grintosi e in forma, seppur ciascuno alla sua maniera. Fermo restando che io ho sempre preferito l’austriaco e vederlo mangiarsi il film mi ha fatto strippare.

Ma veramente nella versione italiana hanno pasticciato con l’adattamento al punto che nel finale Schwarzy non svela il segreto? Non ci credo, dai.

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