Per la barba di Odino!

Oggi esce al cinema in Italia Thor: The Dark World. Oddio, in realtà l’han già proiettato ieri in anteprima in ennemila sale, ma oggi esce ufficialmente in ennemilaX2 sale. Comunque, ieri, oggi, quel che è. Io l’ho visto qua a Parigi un paio di settimane fa e non mi ha fatto esattamente impazzire ma ci ho trovato dei lati positivi. Ne ho scritto a questo indirizzo qui.

Ieri è cominciata l’edizione 2013 del Paris International Fantastic Film Festival. Fra quello e il miliardo di cose che ho da fare, c’è il rischio che nei prossimi giorni i post sul blog rallentino un po’. O magari no, vai a sapere. Va detto che non guarderò miliardi di film, un po’ perché il programma non è proprio smisurato, un po’ perché quelli in lingue strane li evito perché coi sottotitoli in francese ho paura di non godermeli abbastanza, un po’ perché alcuni li ho già visti al Fantasy Filmfest di Monaco. Fra l’altro devo ancora finire di scrivere i post su quello. Ah, così tante cose da fare, così poco tempo…

The Walking Dead 04X06: "L’esca"

The Walking Dead 04X06: “Live Bait” (USA, 2013)

con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Michael Uppendahl

con David Morrissey

Ecco, questo è proprio il tipo d’episodio di The Walking Dead che quando mi (ri)guardo la stagione in botta, tutta d’un fiato nel giro di pochi giorni, mi piace, perché va a divagare mostrando un retroscena e raccontando un pezzo di storia del tutto scollegato dagli eventi principali. Non diventa per questo uno splendido episodio, eh, però assume un senso molto diverso da quello che ha se te lo guardi nel bel mezzo di un vuoto da quattordici giorni. E invece, così, messo qui, dopo la puntata della scorsa settimana e in attesa di capire cosa accadrà la prossima, mi lascia addosso un enorme senso di whatever e di “Sì, OK, abbiamo capito, andiamo avanti”. Ma questo potremmo considerarlo un problema secondario.

Però c’è anche il fatto che si forza probabilmente in troppo poco tempo un’evoluzione del personaggio che meriterebbe magari più spazio. OK, il racconto ci dice che gli eventi della puntata si verificano nell’arco di mesi, ma rimane il fatto che, dopo aver impiegato un’intera stagione a prendere un personaggio già bastardo e dai metodi brutali in partenza e trasformarlo in un completo psicopatico che perde la brocca e ammazza tutti quanti, ci infilano in gola a forza un suo percorso di redenzione e rimessa in sesto nel giro di un’oretta scarsa, pubblicità compresa, giustificando il tutto col solo fatto che gli manca sua figlia. Mi pare francamente un po’ esagerato. Ma, volendo, potremmo considerare questa cosa un problema tollerabile, in una serie in cui comunque si racconta di gente che, avendo per l’appunto perso la brocca, ha comportamenti imprevedibili.

Solo che poi c’è l’episodio in tutto il suo splendore, un tripudio di luoghi comuni e stanco trascinarsi fra questa e quella cosa che s’intuiscono tutte dieci minuti prima. Non dico manchino i momenti almeno un po’ azzeccati, tipo la partitella a scacchi o gli zombi della settimana, ma ci sono anche dei tuffi nel pacchiano dalla potenza rara (a cominciare da tutta la parte iniziale… e comincio a non tollerare davvero più il modo in cui vengono usate le canzoni per accompagnare i momenti drammatici) e nel complesso mi è sembrato un episodio davvero debole, anche se apprezzo sempre la voglia di uscire improvvisamente dai binari e spiazzare un po’ passando a parlar d’altro sul più bello. Di buono, comunque, c’è David Morrissey, che alla fine fa sempre il suo, e c’è il tirare di gomito ai fan, fra l’omaggio al Governatore capellone e a Brian, l’introduzione dei personaggi di Lilly e Megan e in generale la sensazione – legata anche al trailer del prossimo episodio – che si stia in qualche modo iniziando a preparare il disastro vero che i lettori dei fumetti conoscono bene. Vediamo un po’.

No, sul serio, non le tollero, le canzoni.

Byzantium

Byzantium (GB, 2013)
di Neil Jordan
con Gemma Arterton, Saoirse Ronan e un po’ di maschi inutili

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, Neil Jordan portava al cinema i vampiri di Anne Rice con un film molto bello, magari poi invecchiato maluccio, che di fatto anticipava tutte le storie di vampiri che si prendono sul serio, se la menano tantissimo e c’hanno la cosmologia delle società segrete e dei mondi sommersi (quindi, chi più chi meno, Buffy, True Blood, Underworld, Twilight e chissà che altro). Era un film aggrappato con forza alla tradizione dei vampiri classici e completamente incentrato sui maschi, i maschi belissimi, i maschi seducenti, i maschi col bromance, i maschi col romance senza il bro, al punto che l’unica presenza femminile degna di nota era una Kirsten Dunst vampirizzata e minorenne per sempre, tanto per buttarci dentro pure un po’ di sottotesto pedofilo. Vent’anni dopo, Neil Jordan torna ai film di vampiri con Gemma Arterton e Saoirse Ronan come protagoniste e uno un po’ s’aspetta di vedere la stessa roba virata al femminile.

E in un certo senso è quello che si trova, anche se in realtà Byzantium è un film abbastanza diverso da Intervista col vampiro, pur condividendone il tono da vampiri tutti seri, dannati e poetici, l’idea dei vampiri (maschi) che si organizzano nei secoli mettendo in piedi la loro bella società segreta che vuole dominare il mondo dall’ombra e l’attenzione alle bizzarre evoluzioni familiari che questi esseri immortali si portano dietro. Da un certo punto di vista, anche se si tratta di un universo narrativo differente – qui i vampiri non sono quelli tradizionali, hanno abitudini e poteri diversi, anche se comunque ti ipnotizzano, ti seducono e ti svuotano i vasi sanguigni – sembra davvero di guardare l’altra metà dell’universo vampirico che Jordan aveva già raccontato a suo tempo. Quei vampiri lì tutti cupi e seriosi cosa ci fanno, alle donne? Le odiano, le considerano dei sottoprodotti di scarto, le isolano e non le vogliono fra le scatole. La mitologia di Byzantium, sostanzialmente, è un grosso metaforone sul maschilismo spinto e su come i maschi siano delle brutte bestie cattive che ghettizzano le donne, le escludono dai ruoli di peso sul posto di lavoro e, insomma, preferiscano fare le cose fra di loro, dandosi il cinque e guardando il Monday Night Football armati di birra e nachos. Fila in cucina e non rompere le palle. E i maschi umani sono anche peggio: abbindolano le fanciulle ingenue in spiaggia, le stuprano e poi le assegnano a un bordello.

Ovviamente ci sono le eccezioni e, anche nel mondo tutto pieno di uomini brutti e cattivi, vampiri o meno, raccontato da Neil Jordan e dalla sceneggiatrice Moira Buffini (Tamara Drewe, Jane Eyre), esistono uomini degni di considerazione, sfigati che si innamorano delle gnocchissime protagoniste e vogliono solo il loro bene, eroici vampiri che sanno accettare anche la presenza di donne fra le loro fila, insegnanti realmente preoccupati per il destino delle loro allieve, cose così. Il che, quantomeno, aiuta a non far sconfinare troppo il film in zona Sofia Coppola. Ma, metaforoni a parte, Byzantium è anche e soprattutto un film che racconta la difficile convivenza fra una vampira condannata ad essere adolescente per sempre e la sua “madre vampirica” condannata ad essere una gnocca allucinante per sempre. Al centro della storia ci sono le paranoie di un’adolescente che non scoprirà mai cosa significhi diventare adulti, il suo rapporto con il ragazzino anemico che s’innamora degli occhioni dolci di Saoirse Ronan e la relazione complicata fra madre e figlia, assieme alla difficoltà di sopravvivere da reiette non solo in quanto non morte che si cibano di sangue, ma pure perché respinte e odiate dalla propria stirpe di vampiri.

E cosa ne viene fuori? Un film fatto soprattutto di potenziale sprecato. I temi ci sono, le possibilità sul piano dell’azione e della suspense pure, il sangue non manca, eppure Byzantium è una robetta che scorre placida, non morde e a cui fondamentalmente manca l’anima, magari perché quando vieni trasformato in vampiro te la perdi per strada. Le trovate originali o interessanti si esauriscono in cinque minuti e per il resto il film sta in piedi soprattutto grazie al fatto che Saoirse Ronan è molto brava e tanto carina e Gemma Arterton è una donna pazzesca che si magna tutto quanto ogni volta che entra nel fotogramma: bravissima, bellissima e costantemente strizzata dentro vestiti sempre in procinto di farla esplodere. Per il resto, però, poco da segnalare, qualche guizzo ogni tanto, un paio di scene molto evocative, ma anche un po’ l’impressione che Neil Jordan stesso non ci credesse molto (o che a sessant’anni abbondanti non c’abbia più la forza di crederci molto).

L’ho visto a settembre, al cinema, in lingua originale, durante il Fantasy Filmfest di Monaco. Ne ho scritto adesso perché c’ho avuto da fare. Nel frattempo è uscito un po’ dappertutto, tranne che in Italia. Ma insomma, è un film horror con la gnocca: prima o poi arriva.

Questione di tempo

About Time (GB, 2013)
di Richard Curtis
con Domhnall Gleeson, Rachel McAdams, Bill Nighy

Oggi torniamo a parlare di quella subdola pratica dei trailer ingannevoli. Tanto ingannevoli? Poco? Volontariamente? Vai a sapere. Il punto, però, è che ogni tanto uno va a vedersi un film aspettandosi quel che si vede nel trailer e trovandosi poi davanti qualcosa di un po’ diverso. Osserviamo, nello specifico, il trailer di About Time. Anzi, facciamo due, per non sbagliare.

Ora, dopo aver visto il primo trailer, e maggior ragione dopo aver visto il secondo ogni santa volta che sono andato al cinema nelle scorse settimane, io mi aspettavo una specie di versione zuccherosa e un po’ più brit di Ricomincio da capo. Sbagliavo? Può essere. E invece? E invece, a voler essere superficiali, l’ultimo film di Richard Curtis è in effetti una versione sconsigliata ai diabetici di quel film là con Bill Murray e le marmotte, ma in realtà va abbastanza a parare altrove e punta molto meno sul lato comico della faccenda. Le scene mostrate nei trailer sono bene o male le uniche (o giù di lì) che giocano davvero sul lato comico del viaggiare nel tempo e oltretutto nel film sono pure state accorciate, con meno “esperimenti”. Quindi, insomma, si ride decisamente meno di quanto i trailer facciano pensare. È un problema? Beh, innanzitutto dipende anche un po’ da quel che uno s’aspetta di vedere, ma no, non è un problema, così come non è un problema – anzi! – il fatto di non ritrovarsi davanti a una copia tutta brit di quell’altro film là, perché le fotocopie non piacciono a nessuno, no?

Intendiamoci, per quanto agrodolce, Questione di tempo è sicuramente una commedia, ma è anche una commedia che, pur abbracciando senza pudore il suo essere romantica e zuccherosa, sfugge abbastanza a tanti stereotipi e snodi narrativi “obbligatori” del genere, è scritta più che bene nel dare un senso ai personaggi e a quel che dicono e di fondo, pur avendo al centro del racconto una storia d’amore e i viaggi nel tempo, parla soprattutto della crescita personale del protagonista e del suo rapporto col padre (e col proprio diventare padre). Quello che sembra un tema sullo sfondo diventa in realtà molto velocemente la colonna portante del film e là dove ti aspetteresti il canonico momento drammatico che mette in crisi la situazione di coppia, si va improvvisamente a parare da tutt’altra parte. Il risultato è quindi un bel racconto di crescita e una bella storia di legame forte fra genitori e figli, che dietro alle risatine sceme e al soggetto assurdo nasconde temi dalla carica emotiva potente e la voglia di affrontare discorsi anche profondi, seppur inevitabilmente risolvendo un po’ tutto con una morale in zona Perugina. Il film poi è tenuto in piedi da una truppa di ottimi caratteristi e bravi attori, col trio principale Gleeson / McAdams / Nighy che domina e ti fa venire voglia di abbracciarli e sposarli tutti e tre. Insomma, ottimo.

E poi loro due sono tremendamente cicci.

Però ci son dei problemi. Innanzitutto, c’è la sorella del protagonista, che è il solito personaggio femminile tutto pazzerello e dolce e stralunato ma che simpatica guarda è adorabile ma com’è buffa le voglio tanto bene UCCIDITI. Non la descrivo oltre perché altrimenti mi torna alla memoria Elizabethtown e divento volgare, ma va detto che, per fortuna, si tratta di un personaggio secondario, dallo scarso minutaggio, e la cui esistenza, se vogliamo, è – volontariamente o meno – giustificata dal fatto che lo zio del protagonista è un ritardato. Quindi, insomma, magari la cosa è ereditaria. Ad essere onesti, va detto anche che un po’ tutta la famiglia del nostro eroe è percorsa da quella vena di “ma quanto siamo bizzarri e simpatici”, però si tratta di un aspetto fortunatamente secondario. Non siamo in un film di Wes Anderson, per capirci. E soprattutto, il personaggio di Rachel McAdams è un’adorabile donna normale, non una fottuta squilibrata.

In secondo luogo, c’è il fatto che a un certo punto viene applicata una regola totalmente arbitraria ai viaggi nel tempo, all’insegna del “perché sì”, palesemente perché c’era bisogno di inserire un limite che mettesse il protagonista di fronte a un dilemma morale. E la trovata funziona, è legata a ciò che si vuole raccontare e si inserisce comunque in un film che fin dal primo minuto mette in chiaro di non essere interessato a chissà quale approccio rigoroso ai paradossi. Solo che, nella scena in cui tutto questo viene introdotto, il funzionamento dei viaggi nel tempo entra in contraddizione con se stesso in maniera abbastanza palese, trattando diversamente due personaggi coinvolti nello stesso “salto”. È un peccato perché si tratta di una cosa che poteva essere tranquillamente evitabile senza cambiare di una virgola il resto del racconto, ma alla fine, anche qui, non si tratta di un elemento fondamentale del film. E oltretutto è coinvolta la sorella, quindi vai a sapere, magari il tutto dipende dal suo essere cretina. Poi ci sarebbe il finale, che è toccante e azzeccato in quel che racconta, ma soffre un po’ della sindrome di dover mettere il tutto nero su bianco, col pippone che illustra la già di suo chiarissima morale in favore dei non capenti.

Per tutti questi motivi, non si tratta del gran, gran film che sarebbe potuto essere, ma Questione di tempo è comunque una bella e intelligente commedia, che si merita sicuramente una chance. A patto di non patire fortissimo i toni senza dubbio zuccherosi, di non essere soggetti a chiusura immediata della vena sul collo di fronte alle sorelle pazzerelle e SIMPATICISSIME (però, insomma, se ho retto io… ) e di non farne una malattia se il film esagera un po’ con la voce narrante del protagonista e col volerti infilare a forza in gola la sua morale. Troppo?

Ah, è una commedia britannica, piena di umorismo al sapore di fish & chips, con un personaggio americano di mezzo: devo dirlo, che sarebbe meglio guardarsela in lingua originale?

Lo spam della domenica mattina: Indielusione

Questa settimana abbiamo pubblicato ben tre podcast. Sciambola! Il quattordicesimo The Walking Podcast, il ventiseiesimo Outcast: Chiacchiere Borderline e il trentacinquesimo Podcast del Tentacolo Viola. Inoltre, sempre su Outcast, si è ovviamente manifestato l’episodio di Old! dedicato al novembre del 1983. Su IGN, invece, me ne sono uscito con la recensione un po’ sconfortata di Contrast.

Ieri sera sono andato a vedere la commedia col tizio inglese che viaggia nel tempo perché vuole quagliare con Rachel McAdams. Ora provo un forte bisogno di Escape Plan.

La robbaccia del sabato mattina: C’hai l’acqua in casa

 
Questa settimana, il mio sabato all’insegna delle cose a caso si apre su un filmato iper-nerd, una versione alternativa del finale di Wolverine – L’immortale pescata dall’edizione home video, in cui Logan e Yukio fanno wink wink con la delicatezza di un elefante mostrando un certo qual costume di Wolverine in versione “motociclista all’orientale coi colori di Bruce Lee”. Non ho trovato il video comodamente embeddabile con una ricerca al volo, facciamo prima se linko una pagina da cui sbirciarlo. Nel mentre, continuano a spuntare informazioni e voci a caso sui prossimi film e telefilm Marvel e DC. Da un lato è tutto un vociare su Batman Vs. Superman (titolo provvisorio o forse no), in cui ci saranno Wonder Woman, Nightwing, Alfred, Lex Luthor, Geppetto e il mago Zurlì. Dall’altro si scopre che il nostro amico Drew Goddard (Quella casa nel bosco e anni di lavoro sulle serie di Joss Whedon e su Lost) scriverà il telefilm di Daredevil e che Melissa Rosenberg (Dexter, Twilight) scriverà quello su Jessica Jones, nell’ambito della produzione multipla annunciata da Marvel e Netflix. La cosa curiosa, o forse no, sta nel fatto che la Rosenberg doveva già occuparsi dell’abortita serie TV su Jessica Jones che sarebbe dovuta andare in onda anni fa sulla ABC. Inoltre, ci fanno sapere che il nuovo film sui Fantastici 4, diretto dal Josh Trank di Chronicle, è stato rinviato al 2015, anno vagamente intasato di progetti che tendono un po’ a mirare tutti allo stesso pubblico.

http://screen.yahoo.com/embed/popular/30-30-space-jam-game-155008766.html

Questa cosa qua sopra mi ha fatto schiantare dal ridere. Il finto documentario in stile 30 for 30 sulla partita di Space Jam. È bellissimo. No? Sì. Ah, una notizia che mi sono dimenticato sopra: Justin Lin dirigerà il prossimo Bourne. Improvvisamente mi è venuta voglia di aspettare il seguito di uno fra i film più inutili e meno interessanti che abbia visto l’anno scorso.

E, hahahahah, boh? Noah, il film di Darren Aronofsky su Noè, proprio lui, quello con l’arca. Onestamente non so neanche bene cosa aspettarmi. Però mi fa abbastanza ridere. Comunque, chiudo segnalando questa cosa semplicemente meravigliosa che metto qua sotto e una pagina tutta dedicata a Jennifer Lawrence piena di link, filmati e gif sull’argomento.

Oh, è uscito Escape Plan in Francia! Devo andare a vederlo.

Rush

Rush (USA, 2013)
di Ron Howard
con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino

Quando guardo un film sportivo, mi viene spesso da chiedermi se la semplicità con cui vengono tratteggiati i personaggi sia considerata in qualche modo “necessaria” per far funzionare il genere o sia di fondo in larga parte figlia di che genere di persone sono, nella realtà, i protagonisti di queste storie. Pare brutto dirlo, magari anche irrispettoso, ma in effetti, se ti vai ad ascoltare le interviste alla maggior parte degli atleti, non è che dipingano proprio esseri umani profondamente interessanti. Poi è chiaro che ci si mette di traverso la necessità di dare sempre la risposta “giusta”, ma insomma. Immagino la verità stia nel mezzo e che nel mondo dello sport, come in qualsiasi altro ambito, ci siano personaggi d’ogni risma. Fatto sta che, alla fin fine, a far la differenza fra un “semplice” film sportivo, anche molto bello come Rush, e altre pellicole in grado di trascendere la propria natura, c’è soprattutto questo, l’approccio ai personaggi e la voglia di utilizzarli non solo come figuranti al servizio della storia e dei meccanismi da mettere in scena.

Intendiamoci, io James Hunt me lo immagino sempliciotto nella vita più o meno come lo dipingono nel film, e vai a sapere, ma rimane il fatto che se incentri un film sul rapporto fra due personaggi che, di fatto, non vanno molto oltre l’essere due archetipi, beh, al tuo film manca qualcosa. Il che è un problema soprattutto nel momento in cui scegli, magari anche per dichiarato disinteresse del regista nei confronti dello sport specifico, di puntare molto più sul rapporto umano che sullo spettacolo in strada. Perché Rush ha un paio di scene motoristiche davvero convinte e davvero splendide, ma per il resto tende a raccontare la Formula 1 (e quel che viene prima) passando più attraverso gli sguardi e i sentimenti delle persone coinvolte in tutta la vicenda, che tramite i rombi delle vetture. E tutti i suoi limiti stanno qui, anche considerando il fatto che attorno ai due archetipi ronzano personaggi se possibile ancor più vuoti e fumosi. Per fortuna, però, ci sono anche un sacco di pregi che, ripeto, lo rendono un gran bel film sportivo, probabilmente uno fra i migliori degli ultimi tempi.

E son tutti pregi che vengono probabilmente dal word processor di Peter Morgan, bravissimo soprattutto a raccontare il piccolo e folle mondo di questi pazzi furiosi disposti a mettere in gioco la propria vita ogni fine settimana, solo perché mossi dalla passione e dall’agonismo. In Rush si respira proprio quel genere di follia, di vita totalmente staccata dalla realtà quotidiana dell’uomo comune. Si viene sbattuti in un mondo di eterni adolescenti convinti della propria immortalità, che però ogni tanto si trovano costretti a guardare in faccia la morte e vedono improvvisamente sparire dai loro occhi ogni traccia di sicurezza, di arroganza, di spocchia, per lasciar spazio al puro terrore. In questo, Rush, è davvero un gran film, così come nel puntare il dito su un aspetto fondamentale per la carriera sportiva di praticamente chiunque: appena diventi compiacente, appena ti senti arrivato, appena per qualsiasi motivo perdi quella carica fortissima e brutale, quel desiderio bruciante, magari semplicemente perché hai trovato altro di fondamentale nella tua vita, è finita, non sei più in cima a guardare tutti dall’alto. Poi, certo, il dito viene puntato anche con una scena di un pacchiano allucinante, con Niki Lauda nella notte in preda a un attacco fulminante di frasifattismo acuto, ma insomma, dai, si può sopravvivere.

Oltre a questo, Rush ha anche un altro pregio, non fra i più diffusi nel genere dei film sportivi (in tempi recenti, me lo ricordo giusto in Warrior): non c’è un protagonista ganzo per cui tifare mentre lotta contro incarnazioni del male o avversari anonimi spessi come il cartoncino. Ci sono due personaggi che hanno lo stesso peso, che vengono raccontati tanto come figure affascinanti, degne di rispetto e per cui viene a tratti da parteggiare, quanto come antipatici e insopportabili boriosetti superdotati. Il teorico protagonista biondo superfico è alla fin fine un insopportabile fessacchiotto, oltretutto incapace di mettere realmente a frutto il proprio talento e di conservare la voglia di vincere dopo il suo primo titolo, finendo per buttar via una carriera dopo per altro essere stato in grado di trionfare solo in una stagione semplicemente folle come quella raccontata. Il teorico antagonista insopportabile precisino regoletti è quello che ci racconta le vicende attraverso il suo sguardo e le sue parole, che si impara a conoscere meglio e i cui tratti più umani, sotto la scorza competitiva, si finisce per apprezzare. E alla fine, quando le cose vengono al dunque, non sai bene se rallegrarti per l’uno o rimanerci male per l’altro. Sembra poco, ma intanto è uno degli aspetti che, sì, rendono Rush ben più interessante del film sportivo medio. Anche se magari poi non trascende.

Rush è il primo film che ho visto al cinema qua a Parigi, appena arrivato, ma per qualche motivo non ne ho mai scritto fino a oggi. L’ho visto in lingua originale, cosa che mi ha un po’ spiazzato quando parlavano in francese (senza sottotitoli) e in tedesco (coi sottotitoli in francese). Ma alla fine capivo tutto, via. Il francese si capisce. Più o meno.

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X07: "L’Hub"

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X07: “The Hub” (USA, 2013)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Vincent Misiano
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge

È chiaro fin dalla prima puntata che questa serie sta pagando i classici problemi di tutte (o quasi) quelle che iniziano senza conoscere il proprio destino e vanno avanti un po’ a braccio, scoprendo in corsa quanti episodi dovranno essere per la stagione e mettendosi pian piano in carreggiata. O magari sono io che sovrainterpreto, ma l’impressione è nettamente quella. In questo senso, fa piacere vedere che con calma sta venendo fuori una certa struttura di fondo e si stanno portando avanti due discorsi paralleli. Da un lato, quello dell’organizzazione rivale (A.I.M.? Hydra? Il club delle Giovani Marmotte?), dall’altro quello del conflitto interno fra la squadra di Coulson e l’organizzazione dello S.H.I.E.L.D., che fa un po’ venire in mente – fatti i debiti paragoni – la storica miniserie Nick Fury vs. S.H.I.E.L.D. e offre del potenziale interessante.

Nel mentre, in questo – gradevole e divertente – episodio viene introdotto un altro personaggio preso di peso dai fumetti, Victoria Hand, che presumibilmente giocherà un ruolo importante nel conflitto suggerito, e si riesce, una volta tanto, a fare un po’ di strizzatine d’occhio ai malati della continuity (il Triskelion, l’agente Sitwell) senza dover per forza andare a citare The Avengers. La serie sta cercando di avanzare seguendo un equilibrio precario fra la voglia di pescare i miliardi di possibili elementi dalla mitologia Marvel, la necessità di costruirsi una personalità propria e l’imperativo di andarsi a incastonare nella continuity cinematografica senza far casino. Non è semplice, non lo si sta facendo forse nel migliore dei modi, ma tutto sommato, sotto questo punto di vista, io non mi lamento e preferisco l’approccio che hanno scelto, rispetto a un ipotetico insistere sul proporre a ogni puntata il personaggio Marvel della settimana.

Dopodiché, questo episodio recupera e approfondisce i temi della scorsa settimana, mostrando un Fitz in difficoltà per quanto avvenuto nel finale di quell’episodio, e torna di nuovo a sbilanciarsi un po’ più sull’umorismo che sul dramma, cosa che immagino non faccia piacere a chi non ama il tono buffonesco della serie, ma che di fondo io continuo a trovare perfettamente coerente con lo spirito che ogni singolo film Marvel – escluso magari l’incredibilmente noioso L’incredibile Hulk – ha avuto fino a oggi. Si vede però anche un Coulson che tenta di proseguire con la linea dura da uomo che segue le regole e prende le decisioni difficili, come negli ultimi due episodi, ma stavolta, messo di fronte alla brutale realtà, si fa due domande. E in questo senso è anche bello vedere che finalmente si rende conto di quanto sia bizzarro il suo rispondere in automatico ogni volta che gli menzionano Tahiti.

La differenza fra film Marvel e DC secondo Leo Ortolani.

Il problema, però, è che la faccenda sulla guarigione di Coulson, che pure in sé sarebbe intrigante, trascinata avanti così, una briciola a settimana, ha veramente scassato i maroni. Ma da tre episodi almeno, fra l’altro. Senza contare che un personaggio con il passato oscuro che si trascina da una puntata all’altra, nascondendo la verità e sventolandotela davanti senza mai concedertela, neanche fosse una compagna di classe a caso alle superiori, già da solo rischia di far innervosire. Quando ci aggiungi i segreti indicibili di Skye portati avanti allo stesso modo, il nervoso si fa certo. Se poi contiamo pure May è finita. Il suo personaggio, per carità, funziona bene così, tutto zitto e facce marziali (“What non expression is this?” battuta carina, dai), ma sarebbe anche ora di spiegarci che cacchio nasconda pure lei. Incentrare tre personaggi su sei attorno ai MISTERIOSI SEGRETI non è sano. Opinione mia, eh. Ad ogni modo, la prossima settimana arriva il crossover con Thor: The Dark World, così perlomeno abbiamo un nuovo film da cui trarre materiale. Sembra che si tornerà a parlare di gente comune che se ne va a male perché esistono i supereroi. Vedremo.

Per la cronaca, il film esce al cinema in Italia mercoledì prossimo, giusto per complicare le cose ai malati di continuity. Ma d’altra parte il telefilm in Italia ancora non lo trasmettono.

Across the Universe

Across the Universe (USA, 2007)
di Julie Taymor
con Evan Rachel Wood, Jim Sturgess

Across the Universe, a detta della sua regista, nasce partendo innanzitutto dalle canzoni. Non c’era la voglia di realizzare un film a cui è stata appiccicata la selezione musicale targata Beatles. Si è invece proprio partiti dalle canzoni e dai loro testi, costruendo su quella base un racconto che potesse in qualche modo legarle tutte assieme, cosa che è stata fatta in maniera magari a tratti disordinata o un po’ forzata, ma efficace e di grande effetto. Quel che ne viene fuori è un musical moderno, che affronta la faccenda senza il minimo timore, facendo proprie le canzoni “sacre” dei Beatles e adattandole, talvolta anche brutalmente, alle sue esigenze. Insomma, magari il purista ne esce un po’ schifato, anche se a me un purista dei Beatles ha detto che l’ha trovato ottimo, a parte qualche spezzone (“Per dire non mi è piaciuta molto, musicalmente, Being fot the Benefit of Mr. Kite (circo)”).

Purismo a parte, però, il punto è che Across the Universe è un pazzesco spettacolo per gli occhi e per le orecchie. Il materiale di partenza, rimaneggiato o meno, non è che debba stare qui a commentarlo io. Il modo in cui è stato preso, smontato, rimontato attorno a una storia e infilato dentro alla macchina da presa è, perlomeno a tratti, semplicemente meraviglioso. Quasi ogni singola scena del film di Julie Taymor ha una personalità e una dignità autonoma pazzesche, che la rendono a modo suo un perfetto videoclip indipendente. Eppure, allo stesso, tempo, pur fra qualche lungaggine e un po’ di sbandate, si ha la sensazione di un’opera organica e percorsa da un unico filo conduttore ben tracciato. E se qualche guest star appare forse un po’ infilata a forza, se certi modi di utilizzare i testi delle canzoni sono tanto azzeccati quanto un po’ troppo wink wink, il punto è che l’insieme dei vari pezzetti funziona, senza che ci sia una singola ragione credibile per cui debba farlo.

Across the Universe racconta una storiella semplice semplice, se vogliamo anche banale nei suoi sviluppi, eppure riesce a far funzionare tutto quanto grazia alla sua schizofrenica atmosfera sognante, allo splendore della messa in scena, alla semplice efficacia dei suoi interpreti e alla faccetta dolce da strizzare tutta di Evan Rachel Wood. Ogni tanto sbraca, ogni tanto s’attarda, ma alla fine fai davvero fatica a non volergli bene e a non assecondarlo quando ti urla in faccia che All You Need is Love. Ti prende e ti travolge sparandoti continuamente addosso un tripudio di immagini, suoni e colori. Ed è un’esperienza davvero bella, che un po’ mi pento di non aver vissuto al cinema.

Perché a suo tempo non sono andato a vederlo al cinema? Boh? Non ne ho davvero idea. Ricordo che sapevo a malapena della sua uscita. Mah. Comunque l’ho visto adesso perché me l’ha detto Roger Ebert.

The Walking Dead 04X05: "L’inferno"

The Walking Dead 04X05: “Internment” (USA, 2013)

con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da David Boyd

con Andrew Lincoln, Scott Wilson, Chandler Riggs, Steven Yeun, Lauren Cohan

Ci sono serie che vanno avanti seguendo lo schema del caso della settimana, il mostro della settimana, il cattivo della settimana, il freak della settimana. The Walking Dead, in parte, fa questa cosa con lo zombi tutto strano e fantasioso della settimana, ma in realtà, con questa stagione, si è chiaramente configurata una struttura che prevede ogni volta la tematica della settimana. O il metaforone della settimana, se vogliamo. E se scrivo un’altra volta “della settimana”, sparatemi nelle cervella. Questa settimana (quasi!) ci si è concentrati con forza sul personaggio di Hershel e sul raccontare il suo viaggio personale, il suo tentativo disperato di salvare i malati della prigione, mettendoli al riparo non solo dalle conseguenze del morbo, ma anche dallo sconforto umano che inevitabilmente serpeggia in una situazione del genere.

Anche Hersel, come tutti i suoi compagni di stagione, sta provando a mediare fra la sua nuova vita e la voglia di rimanere ancorato alla persona che era prima che scoppiasse il finimondo. Per riuscirci, è per lui fondamentale continuare a conservare una qualche forma di fede e, allo stesso tempo, mantenere salda la convinzione che ci sia un limite a quanto si guarda in faccia la realtà. Non è probabilmente casuale che questo episodio arrivi dopo quello in cui si è “gestita” la faccenda Carol. Hershel è un personaggio in totale contrapposizione con il suo: là dove lei ha preso decisioni “crudeli” ma che riteneva necessarie, lui si lascia andare all’umanità, permette a un padre di rimanere nella cella col figlio moribondo, perde tempo per non “finire” i cadaveri di fronte agli altri, rischia la vita del gruppo per salvare il singolo. E forse, anzi, sicuramente, proprio a causa di queste scelte, muore qualcuno in più del dovuto. Però, alla fine, in qualche modo, la situazione viene riportata sui giusti binari. Di contro, la scelta di Carol non è servita a nulla, per quanto da un punto di vista “pratico” potesse avere perfettamente senso. Chi ha ragione? Il problema, alla fin fine, è che in una situazione del genere non esiste “avere ragione”. Esiste solo fare del proprio meglio.

Ha ragione, Rick, ad aver fatto quel che ha fatto? Sembra chiederselo lui in quell’avvio teso con lo sguardo perso nel vuoto, se lo chiede Maggie quando si sente raccontare cos’è successo, sarà interessante vedere cosa ne penserà Daryl la prossima settimana. Ma il bello sta proprio nel fatto che, nonostante ovviamente i personaggi dicano la loro, la posizione degli autori appare sfumata, per quanto il diverso esito delle varie “azioni” faccia pensare che di fondo si stia dalla parte di Hershel. In tutto questo, poi, l’episodio prosegue anche nel portare avanti il solito discorso sull’impossibilità di nascondersi dietro a un dito e tenere a tutti i costi lontani dal pericolo – e in generale da questa nuova vita – i propri cari. Lo si vede nel montaggio alternato con cui un Carl (finalmente!) maturato e ragionevole si ritrova ad aiutare il padre nell’emergenza e una Maggie disperata sceglie di sfondare le barriere e introdursi nel lazzaretto per salvare i suoi. Tutto davvero molto bello, in un episodio che personalmente ritengo fra i migliori visti fino a oggi in questa serie, oltre che il primo di questa stagione ad avermi davvero appassionato dall’inizio alla fine, scatenandomi il tanto atteso “wow”. Ben preparato in quel che s’è visto nelle scorse settimane, “bravo” nel farmi credere che forse sarebbe successa quella cosa, davvero ben messo in scena da un regista che, del resto, aveva già dato ottime prove nella seconda e nella terza stagione (e con esperienze in saccoccia su serie come Firefly, Friday Night Lights e Deadwood, cosa gli vuoi dire?). E poi c’è il finale.

Facciamo così, copincollo quel che ho scritto in chat altrove:
Hhahahaha la cosa fantastica è stata la progressione:
– Hershel piange, fine puntata;
– “ah, no, va avanti. Ok, allora succede qualcosa di grosso”;
– hershel e michonne salgono in macchina, lei sorride;
– “ok, finisce che dal nulla sparano in testa a Hershel, è il governatore, rapisce Michonne e alla prossima [censura] in [censura]”;
– partono;
– attacca la musica del governatore;
– “ROTFL”;
– lo inquadrano.”

Can’t wait.