Rush

Rush (USA, 2013)
di Ron Howard
con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino

Quando guardo un film sportivo, mi viene spesso da chiedermi se la semplicità con cui vengono tratteggiati i personaggi sia considerata in qualche modo “necessaria” per far funzionare il genere o sia di fondo in larga parte figlia di che genere di persone sono, nella realtà, i protagonisti di queste storie. Pare brutto dirlo, magari anche irrispettoso, ma in effetti, se ti vai ad ascoltare le interviste alla maggior parte degli atleti, non è che dipingano proprio esseri umani profondamente interessanti. Poi è chiaro che ci si mette di traverso la necessità di dare sempre la risposta “giusta”, ma insomma. Immagino la verità stia nel mezzo e che nel mondo dello sport, come in qualsiasi altro ambito, ci siano personaggi d’ogni risma. Fatto sta che, alla fin fine, a far la differenza fra un “semplice” film sportivo, anche molto bello come Rush, e altre pellicole in grado di trascendere la propria natura, c’è soprattutto questo, l’approccio ai personaggi e la voglia di utilizzarli non solo come figuranti al servizio della storia e dei meccanismi da mettere in scena.

Intendiamoci, io James Hunt me lo immagino sempliciotto nella vita più o meno come lo dipingono nel film, e vai a sapere, ma rimane il fatto che se incentri un film sul rapporto fra due personaggi che, di fatto, non vanno molto oltre l’essere due archetipi, beh, al tuo film manca qualcosa. Il che è un problema soprattutto nel momento in cui scegli, magari anche per dichiarato disinteresse del regista nei confronti dello sport specifico, di puntare molto più sul rapporto umano che sullo spettacolo in strada. Perché Rush ha un paio di scene motoristiche davvero convinte e davvero splendide, ma per il resto tende a raccontare la Formula 1 (e quel che viene prima) passando più attraverso gli sguardi e i sentimenti delle persone coinvolte in tutta la vicenda, che tramite i rombi delle vetture. E tutti i suoi limiti stanno qui, anche considerando il fatto che attorno ai due archetipi ronzano personaggi se possibile ancor più vuoti e fumosi. Per fortuna, però, ci sono anche un sacco di pregi che, ripeto, lo rendono un gran bel film sportivo, probabilmente uno fra i migliori degli ultimi tempi.

E son tutti pregi che vengono probabilmente dal word processor di Peter Morgan, bravissimo soprattutto a raccontare il piccolo e folle mondo di questi pazzi furiosi disposti a mettere in gioco la propria vita ogni fine settimana, solo perché mossi dalla passione e dall’agonismo. In Rush si respira proprio quel genere di follia, di vita totalmente staccata dalla realtà quotidiana dell’uomo comune. Si viene sbattuti in un mondo di eterni adolescenti convinti della propria immortalità, che però ogni tanto si trovano costretti a guardare in faccia la morte e vedono improvvisamente sparire dai loro occhi ogni traccia di sicurezza, di arroganza, di spocchia, per lasciar spazio al puro terrore. In questo, Rush, è davvero un gran film, così come nel puntare il dito su un aspetto fondamentale per la carriera sportiva di praticamente chiunque: appena diventi compiacente, appena ti senti arrivato, appena per qualsiasi motivo perdi quella carica fortissima e brutale, quel desiderio bruciante, magari semplicemente perché hai trovato altro di fondamentale nella tua vita, è finita, non sei più in cima a guardare tutti dall’alto. Poi, certo, il dito viene puntato anche con una scena di un pacchiano allucinante, con Niki Lauda nella notte in preda a un attacco fulminante di frasifattismo acuto, ma insomma, dai, si può sopravvivere.

Oltre a questo, Rush ha anche un altro pregio, non fra i più diffusi nel genere dei film sportivi (in tempi recenti, me lo ricordo giusto in Warrior): non c’è un protagonista ganzo per cui tifare mentre lotta contro incarnazioni del male o avversari anonimi spessi come il cartoncino. Ci sono due personaggi che hanno lo stesso peso, che vengono raccontati tanto come figure affascinanti, degne di rispetto e per cui viene a tratti da parteggiare, quanto come antipatici e insopportabili boriosetti superdotati. Il teorico protagonista biondo superfico è alla fin fine un insopportabile fessacchiotto, oltretutto incapace di mettere realmente a frutto il proprio talento e di conservare la voglia di vincere dopo il suo primo titolo, finendo per buttar via una carriera dopo per altro essere stato in grado di trionfare solo in una stagione semplicemente folle come quella raccontata. Il teorico antagonista insopportabile precisino regoletti è quello che ci racconta le vicende attraverso il suo sguardo e le sue parole, che si impara a conoscere meglio e i cui tratti più umani, sotto la scorza competitiva, si finisce per apprezzare. E alla fine, quando le cose vengono al dunque, non sai bene se rallegrarti per l’uno o rimanerci male per l’altro. Sembra poco, ma intanto è uno degli aspetti che, sì, rendono Rush ben più interessante del film sportivo medio. Anche se magari poi non trascende.

Rush è il primo film che ho visto al cinema qua a Parigi, appena arrivato, ma per qualche motivo non ne ho mai scritto fino a oggi. L’ho visto in lingua originale, cosa che mi ha un po’ spiazzato quando parlavano in francese (senza sottotitoli) e in tedesco (coi sottotitoli in francese). Ma alla fine capivo tutto, via. Il francese si capisce. Più o meno.

1 commento su “Rush”

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