Lo spam della domenica mattina: non c’ho tempo

E niente, questa settimana ho proprio prodotto pochino da segnalare qua dentro e ho più che altro passato il tempo al cinema per il Fantasy Filmfest lavorato dietro le quinte e fatto traduzioni per IGN, che tendenzialmente non ho troppo interesse a segnalare. Ad ogni modo, un paio di cose le ho pubblicate: ieri il solito appuntamento con Old! su Outcast, dedicato in questo caso al settembre del 1973, oggi un episodio di Sundaycast in contumacia Talarico e giovedì, infine, abbiamo buttato fuori su IGN l’elencone dei premi al meglio della Gamescom. Non ho scritto tutto io, anzi, però ho curato e coordinato in generale la cosa e ho contribuito con le introduzioni alle tre pagine e sette dei micro-testi di accompagnamento ai vari premi. Chissà se si capisce quali sono i miei?

In linea teorica, da domani torno ad essere completamente operativo. Di sicuro, da oggi ho smesso di passare le giornate al cinema, dato che il festival si è concluso ieri. Poi, certo, ho una mole di lavoro da affrontare allucinante e fra un po’ si comincerà a parlare di trasloco…

I vari morti (o quasi) del sabato mattina

Sta arrivando la quarta stagione di The Walking Dead e devo ammettere che, pur non essendo io esattamente qui che mi mangio le unghie in preda all’attesa spasmodica, le cose che sono state dette al riguardo, soprattutto su questa fantomatica “terza minaccia”, mi hanno piuttosto intrigato. Senza contare che poi, in generale, sono sempre curioso di vedere come vanno avanti. Comunque, è giovedì. Cioè, per chi legge questo post è sabato, ma io lo sto scrivendo giovedì, perché poi c’ho da fare e mi porto avanti, e ho come al solito cose a caso da commentare. Per esempio la scelta di Bradley Cooper come voce di Rocket Raccoon per Guardians of The Galaxy, l’unico film Marvel che aspetto davvero con ansia fra quest’anno e l’anno prossimo. Ottima scelta? Ma sì, dai.

Bradley Cooper in un’immagine di repertorio.

E a proposito di scelte di casting, Kurt Russell ha accettato il ruolo in Fast & Furious 7 a cui Denzel Washington aveva detto no. E che dovrebbe essere – a quanto si diceva un po’ di tempo fa, ma poi vai a sapere – un ruolo piccolo destinato ad espandersi nel film successivo. O nei film successivi, qua non si capisce più niente. Meglio? Peggio? Mah, più che altro diverso, e del resto è evidente che quel ruolo ancora dovevano scriverlo e lo appiccicheranno sulla sceneggiatura tramite un post-it con scritto sopra: “Boh, improvvisa, fai quel che fai di solito.

E a proposito di vecchietti…

Arnie ha pubblicato su Instagram una foto di lui e Harrison Ford sul set di The Expendables 3. In linea teorica, guardandola, dovrei gasarmi. In verità, riesco solo a pensare che Indiana Jones ha cinque anni più di Terminator e ne dimostra centomila in più. Son cose belle. Poi…

Il teaser trailer del documentario sulla (non) realizzazione di Superman Lives, il film di Tim Burton che prevedeva Nicolas Cage come Clark Kent, Chris Rock come Jimmy Olsen e Tim Allen come Brainiac e che, anche solo per le scelte di cast allucinate, un po’ mi spiace non aver mai visto. Il trailer qua sopra, onestamente, non mi piace, però l’argomento mi interessa. Si intitola The Death of “Superman Lives”: What Happened?, è nato grazie a Kickstarter e arriva l’anno prossimo.

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E chiudiamo con una sequenza tratta da The Zero Theorem, il nuovo film di fantascienza di Terry Gilliam. Il filmato qua sopra mi fa venire una bavetta che levati, anche se leggo pareri non carichissimi di entusiasmo da Venezia. Col fatto che è passato a Venezia, su IMDB c’è già la data d’uscita italiana (19 dicembre). Attendiamo speranzosi.

E nel frattempo in Italia è uscito Riddick, mentre qua in Germania mi tocca aspettare due settimane. Poi vi lamentate che in Italia la roba arriva sempre tardi.

Sopralluogò

Un paio di mesi fa, abbiamo fatto un primo sopralluogo a Parigi per farci un giro, visitare un po’ di quartieri, capire quali sarebbero le zone in cui ci piacerebbe andare a vivere. Giovanna conosce abbastanza bene la città, io praticamente per nulla, dato che ci sono passato sempre di sfuggita in viaggi di lavoro (e forse ci sono andato coi miei da piccolo, non so, non ricordo). Quindi, quella due/tre giorni di due mesi fa è stata importante anche per farmi un’idea seppur vaga del posto. E me ne sono fatto un’idea che in una certa misura corrisponde a quella che mi ero fatto nei passaggi precedenti. Per dire, sembra una battuta scema, ma si vedono davvero baguette da tutte le parti. Escono dalle fottute pareti. Inoltre è molto più “città” rispetto a Monaco di Baviera. In un certo senso è molto più “Milano”, seppur con la differenza di essere anche molto più bella, via (e molto più piena di parigini). Però c’ha quell’aria lì, da città grande, piena di cemento, di traffico, di zone colpite da quel simpatico aroma di minzione che ti riporta alla memoria i bei ricordi di quando andavi a Porta Venezia per farti due partite al New Rocky. E questo, lo ammetto, non mi fa impazzire.

Perché di fondo, fra le tante cose belle di Monaco, c’è il fatto che, pure essendo una grande città con bene o male tutte le cose di una grande città, si respira un po’ quell’atmosfera da Mosciano Sant’Angelo, tutta aria pulita, relax, poco casino, tranquillità, strade sicure, vogliamoci bene e ubriachiamoci coccolati dalla brezzolina. Ma insomma, comunque, a meno di disastri, ci si sposta a Parigi, quindi guardiamo ai lati positivi. Che non riguardano la metropolitana, fra l’altro. Oddio, in realtà la metropolitana è ottima, nel senso che è tanta e capillare, ma madonna del carmine quanta gente e quanto fottutissimo caldo (e quanta puzza di sudore)! Per non parlare di quel cesso dell’aeroporto. Ma dicevo, i lati positivi. Se ti ci fermi un po’ a girare, ti accorgi che in effetti, sotto la coltre di cemento e smog e uffa stavo bene in campagna, c’è una gran bella città, con dei gran bei quartieri, con un sacco di verde e tanti angolini deliziosi. E poi ho vissuto trent’anni a Milano, potrò davvero mai lamentarmi del cemento?

Inoltre è un altro posto che sembra davvero essere pieno di ristoranti – etnici e non – davvero ganzi, a cominciare dalla via dei ristoranti giapponesi dove abbiamo cenato l’altra volta.  Che poi, a proposito di vie, c’è quella tutta composta solo di negozietti di strumenti musicali che se ci passa Fotone va sul lastrico. Poi, altre cose a caso: entrando per negozi, ho beccato praticamente solo gente che si esprimeva in ottimo inglese. La cosa mi ha un po’ stupito, vedi i pregiudizi, però magari è stato solo un caso. Rimane la grande domanda: non ho avuto forza di mettermi a studiare tedesco, ce l’avrò per il francese?

Comunque, nonostante la puzza dilagante di piscio e sudore, Parigi sembra proprio bella, ci sono diversi quartieri intriganti e soprattutto – le cose importanti – non solo a occhio mi sembra ci siano più sale cinematografiche che danno roba in lingua originale rispetto a Monaco, c’è pure un Imax, che prevede spettacoli in lingua originale pure lui. E volendo c’è pure quello di Disneyland Paris, ma insomma, lo vedo un po’ fuori mano. Comunque OK, ci sto. Oggi, per altro, siamo di nuovo lì, a vedere un po’ di appartamenti per trovarne uno in cui rovesciare il mio cumulo di cianfrusaglie. Ho scritto questo post ieri, ho preparato anche le solite robe per il fine settimana e ho programmato tutto. A lunedì!

Nell’immagine di apertura potete ammirare una via che non profumava di minzione.

The Congress

The Congress  (Israele/Germania/Polonia/Lussemburgo/Francia/Belgio, 2013)
di Ari Folman
con  Robin Wright, Harvey Keitel, Paul Giamatti, Danny Huston e la voce di John Hamm

Ai giuovani d’oggi abituati al blockbusterone americano medio potrà sembrare bizzarro (ecco, comincio subito facendo il vecchio scorreggione che ci scatarra su), ma la fantascienza non è un genere dedicato esclusivamente al dare motivazioni a caso per far esplodere cose e il cui unico contatto con la realtà si limita al far menare fra loro anonimi ricchi cattivi e anonimi poveri buoni. Tramite la fantascienza si immaginano mondi, universi, ma anche solo futuri probabili e possibili, e soprattutto si prova – incredibile ammisci! – a trasmettere del contenuto, a raccontare qualcosa di noi stessi, di quel che siamo, di dove stiamo andando e di dove forse un giorno finiremo. Un bel racconto di fantascienza, in genere, ci tiene tantissimo a fare il metaforone con la realtà attuale, sociale, politica delle cose. E magari anche a farlo in maniera stimolante e interessante.

Ari Folman lo sa bene e col suo nuovo progetto The Congress, cinque anni dopo il celebratissimo Valzer con Bashir, ha adattato il quasi omonimo romanzo di Stanisław Lem per provare a raccontare tematiche classiche della fantascienza alla sua maniera, trovando a conti fatti vie ed interpretazioni nuove e interessanti. Lo spunto di partenza, abbastanza ingannevole, sembra essere quello di una critica all’eccessiva rincorsa tecnologica da parte di chi fa cinema, ma in realtà si tratta solo di una minima parte del discorso portato avanti dal film. La prima parte, realizzata in “live action”, vede Robin Wright interpretare una versione leggermente deviata di se stessa, criticata dal suo agente (Harvey Keitel) e dalla dirigenza Miramount per le pessime scelte fatte in carriera, che l’hanno sostanzialmente affossata dopo i successi di La storia fantastica e Forrest Gump. Le viene però proposto un ultimo contratto: farsi digitalizzare interamente, corpo, volto, espressioni ed emozioni, per l’utilizzo in un nuovo sistema informatico tramite cui è possibile creare dal nulla cinema e televisione, decidendo l’età dei propri attori, facendo loro interpretare quei ruoli che mai avrebbero voluto accettare. E il contratto, ovviamente, prevede che l’attrice non reciti mai più, da nessuna parte, neanche in un piccolo teatro: la totale e definitiva cessione dei diritti, d’immagine e non solo, in un racconto che sembra partire subito per la tangente del meta-cinema. Ma in realtà siamo appena all’inizio, è subito dopo che Folman prende il volo.

Dopo una bellissima scena che racconta proprio il processo di digitalizzazione e che lascia spazio a una gran esibizione di talento da parte di Robin Wright e Harvey Keitel, si salta avanti di vent’anni e ci ritroviamo in un mondo in cui la tecnologia sviluppata dalla Miramount si è evoluta fino a prendere il controllo di ogni cosa. Basta una sniffata di essenze chiuse in provetta e ci si ritrova a vivere in un allucinato mondo dei sogni, nel quale tutti interpretano il ruolo che vorrebbero avere per se stessi. E che è quasi sempre, quasi inevitabilmente, quello di un attore, una stella del cinema, un’icona del passato, nella quale perdersi sognando di vestirne i panni immaginari raccontati dal grande schermo, dalla moda, dalla televisione. Qui il film passa al cinema d’animazione e torna in scena l’Ari Folman più surreale e immaginifico, quello già visto nella sua precedente opera e che riempie lo schermo con una potenza visiva ed evocativa, con una densità, ricercatezza e raffinatezza delle immagini che hanno poco in comune con l’animazione tipica occidentale e fanno al contrario venire in mente le storie più surreali e fantasiose uscite dallo Studio Ghibli.

Pur facendosi magari un po’ prendere la mano, se possibile esagerando con la potenza visiva e sostanzialmente cedendo nel ritmo della seconda parte, Folman riesce a raccontare una tremenda società distopica, parlando dell’eccessiva attenzione per l’immagine, dell’incapacità di accettare lo scorrere del tempo, di quanto facilmente siamo disposti a perdere ogni oncia d’umanità e a rinunciare a noi stessi e a quel che ci aspetta pur di ottenere soddisfazione, piacere e vantaggi immediati. Il futuro dipinto da Folman è bellissimo e angosciante, ricco di suggestioni potenti e citazioni raffinate, splendido da ammirare nonostante la disgustosa polvere che nasconde sotto la propria facciata, affascinante, seducente e inquietante. Insomma, è la fantascienza interessante, quella che comunica qualcosa, ti fa riflettere, dipinge mondi futuristici fuori di cozza con grande capacità evocativa e ti lascia addosso sensazioni forti ancorate alla realtà.

Ho visto il film qua a Monaco in apertura di Fantasy Filmfest, chiaramente in lingua originale. IMDB non mi offre notizie su eventuali uscite italiane, ma secondo me prima o poi arriva.

Cinepep

Allora, c’è questo fatto che chi sta sopra di me (ella!) nella cricca di IGN Italia, per qualche strano motivo, apprezza con forza il mio blog. Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, Gorman mi chiese addirittura di spostare il blog per intero su Dailyrando. Rifiutai con garbo, più che altro perché non mi andava di infilare questa cosa mia privata all’interno di una roba strutturata, altrui, che oltretutto non sentivo minimamente mia. Il blog è il mio posticino, il pallone è mio, me lo gestisco io. Si era pure pensato di pubblicare i post a reti unificate di qua e di là, ma sbattimento. Poi è arrivato IGN Italia ed è tornata l’insistenza sul mettere i miei post anche “di là”. Si è aggiunto pure Solettone, soprattutto in riferimento ai post sul cinema, che sarebbero andati a contribuire alla nuova sezione dedicata, una volta aperta. Ora, secondo me sono entrambi matti, ma se ci tengono, buon per loro, anzi apprezzo l’apprezzamento.

Ci ho pensato un po’. Mi è venuta in mente quella volta che ho fatto un post a reti unificate, fra qui e Outcast, chiacchierando del mio primo impatto col Wii U, perché mi sembrava carino mettere quel racconto in entrambi i posti. E alla fine la cosa era stata abbastanza indolore. Certo, un conto è farla una tantum, un conto è elevare a sistema l’idea delle reti unificate. Senza contare che Outcast è un progetto fatto per la gloria, fondamentalmente, sotto tanti punti di vista non dissimile dall’idea alla base di un blog. IGN è altra faccenda. Poi, al di là di quello, il punto era strettamente personale: se mi metto a condividere con IGN i post sul cinema, o comunque una buona parte dei post sul cinema, va a finire che oltre metà di quel che pubblico qui sul blog finisce anche altrove. Probabilmente, se consideriamo che negli ultimi tempi qua dentro scrivo quasi solo dei film che guardo, ben oltre metà. Anche se poi dipenderà immagino da caso a caso e alcune robe non saranno a reti unificate. Ma insomma, ci siamo capiti.

E quindi? E quindi, boh, non so. Mi si svalorizza il blog? Mboh? Smette di essere un posticino tutto mio in cui faccio quel che mi pare? No, questo no. Cioè, voglio dire, il blog rimane quello, continuo a farci quel che voglio, solo che molta roba finisce anche di là. Però comunque un qualche cosa di storto, di difficile da identificare, mi ronzava in testa. Forse si tratta semplicemente di quella strana sensazione che salta fuori quando l’ambito lavorativo va a infilarsi nell’ambito privato, nelle cose che fai per i fatti tuoi, perché ti piace, perché ci tieni. Fatto sta che l’altro giorno addirittura m’ha colto un “No, fanculo, lasciamo stare, non mi va”. Però è durato poco, perché poi è subentrato il fattore dello scazzo. Lo scazzo è sempre decisivo. E lo scazzo mi dice che, se faccio questa cosa, (1) di fatto, le robe che scrivo per il blog diventano anche articoli per IGN, cosa che in un certo senso mi leva del lavoro, perché scrivo una volta sola per due siti diversi. Inoltre, (2), se le robe che scrivo per il blog sono robe che scrivo per IGN, mi sento meno in colpa quando mi capita di scrivere per il blog in orario di lavoro. Tipo adesso. Insomma, win-win, dai.

Per chi invece segue regolarmente questo blog e mi legge – non ho idea di quanti siate, abbiate pazienza – alla fine non cambia molto. Anzi, secondo me la situazione migliora. Innanzitutto perché, alla luce dei due punti qua sopra, magari saranno meno frequenti le situazioni in cui non ho tempo di scrivere per il blog perché c’ho da lavorare: scrivo un post condiviso e colgo due piccioni con una fava. In secondo luogo, c’è più scelta: se volete leggere un post in cui parlo di un film in un luogo in cui non commenta quasi mai nessuno, potete farlo qua; se volete leggere un post in cui parlo di un film in un luogo in cui c’è gente che commenta e non si nega mai uno sterile flammino a nessuno, potete farlo di là. Infine, il blog non cambia di una virgola, o comunque non a causa di IGN: continuo a scriverci di quel che mi pare, quando mi pare.

Ah, il tutto, idealmente, avrà inizio con i post sui film del Fantasy Filmfest, che mi sembrano un ottimo punto di partenza. Idealissimamente avrebbe inizio domani, però vediamo se ce la faccio. Ché c’ho veramente un sacco da lavorare, per l’appunto.

Queste qua sopra sono due creazioni di Fotone, che si diverte a fare lo scemo con Photoshop.

Pacific Rim

Pacific Rim (USA, 2013)
di Guillermo Del Toro
con Charlie Hunnam, Rinko Kikuchi, Idris Elba, Charlie Day, qualche mostro gigante, dei robottoni e un altro po’ di gente

Uno fra i film che ho guardato più volte in vita mia è 2001: Odissea nello spazio. Non è certamente il film che ho visto più volte in assoluto e non ci va nemmeno vicino (direi che quel primato se lo contendono un po’ di pellicole molto più stupidine), ma l’ho visto tante, tante volte. Diverse volte ne ho visto solo pezzetti durante passaggi televisivi assortivi, diverse volte l’ho visto per intero, ogni volta che lo passavano in TV restavo lì a guardarne ipnotizzato magari anche solo una mezz’oretta, bambino ignaro di che cacchio significassero quelle immagini bizzarre e poetiche che gli scorrevano davanti. Per qualche motivo, due visioni in particolare mi restano impresse nella testa, mentre tutto il resto si perde come lacrime nella pioggia. Una volta, da piccolino, ero nella casetta oggi diroccata ma allora in ottime condizioni in cui passavo spesso buona parte dell’estate in Abruzzo. C’era un piccolo, piccolo televisore, sarà stato un 15 pollici a esagerare, appoggiato su un mobiletto, e le astronavi ballavano nello spazio sulle note del Danubio Blu. Non ci capivo nulla, era bellissimo lo stesso. E poi l’ultima volta che l’ho visto, quando l’hanno ridato al cinema e mi sono piazzato in fila piuttosto avanzata, insieme a un gruppetto di amici, in sala Energia all’Arcadia di Melzo. E sono stato sommerso da Stanley Kubrick, che mi rotolava addosso con tutta la sua barba attraverso la potenza brutale di quello splendido cinema.

In quell’occasione mi sono reso conto che fino a quel giorno non avevo mai realmente guardato 2001: Odissea nello spazio. Scrutarne le immagini al cinema, su uno schermo così grande e avvolgente, sommerso dalla sua violenza sonora, mi ha fatto conoscere un film diverso. E non solo il film che, con il suo mostruoso avvio, assume sul grande schermo una potenza totalmente diversa. Anche il film pieno di piccoli dettagli che, semplicemente, su un piccolo schermino televisivo non c’era proprio modo di vedere. Tipo le istruzioni per l’utilizzo del bagno appese al muro: quella scena, in TV, mostra un tizio che guarda un cartello, ma al cinema ti piazza lì assieme al tizio in questione e ti ritrovi a leggere con lui. Insomma, 2001: Odissea nello spazio è un film che va visto al cinema, altrimenti stai guardando una cosa diversa. Poi, certo, non è che in televisione smetta di essere un capolavoro pazzesco, ma diventa, per l’appunto, una cosa diversa. E non c’è nulla di male, è giusto così: i film nascono in un determinato formato per un determinato motivo, vengono pensati per essere goduti in una maniera specifica. Poi nulla vieta di guardarseli sullo schermo dello smartphone, e i grandi film possono sopravvivere a un passaggio del genere. Ma è sopravvivere, appunto, è cambiare natura e metodo di consumo, è trasformarli.

Ora, perché tutto questo pippone su 2001: Odissea nello spazio? Certo non per paragonare Pacific Rim al capolavoro di Kubrick, ci mancherebbe. È semplicemente che m’è venuto spontaneo il raccontino in avvio, anche per riallacciarmi a una cosa molto giusta che dice Wim Diesel nel suo contributo alla spettacolare recensione multipla su I 400 Calci “Ma tocca anche considerare che un giorno Pacific Rim uscirà dalle sale cinematografiche e diventerà un film da guardarsi in 2D nello schermo di un computer o su una TV a qualche decina di pollici o insomma in condizioni di non-stordimento. E allora saremo ancora pronti a metterci in ginocchio? O per quel momento ci sarebbe servito un film?” La cosa è molto giusta anche perché io so già come sarà, guardare Pacific Rim in una condizione diversa da quella corretta. La prima volta che ho visto Pacific Rim, ero seduto in decima fila nel mio solito cinema qua a Monaco e non indossavo occhiali. E qualcosa non funzionava. Mi sono divertito, mi sono appassionato, ma qualcosa non funzionava. Decisamente.

Qualche giorno dopo ci sono tornato, ma ero seduto in quarta fila e indossavo gli occhialetti per il 3D. E allora ho capito. Ho capito che Pacific Rim non lo devi guardare, lo devi subire. Devi essere sdraiato lì sotto, a guardare quelle robe enormi dal basso. Anzi, devi essere sdraiato lì sotto con quelle robe enormi che ti guardano dall’alto. Devi essere lì con gli occhi spalancati e arretrare spaventato in quinta fila quando Idris Elba ti intima di non toccarlo mai più. Devi spostare la testolina a destra e a sinistra inseguendo i cazzottoni volanti e rimanendo di sasso quando – fap – si spalancano le ali e quando – swing – viene estratta la spada. Devi stare lì. Quando ero lì, improvvisamente tutto è tornato e il film ha preso a funzionare in ogni suo aspetto. Non era solo una questione di sentirmi calpestato dai piedoni gigati degli Jaeger, no no, improvvisamente, tutti quei begli accorgimenti di sceneggiatura che avevo notato a mente fredda ma mi sembravano funzionare solo sulla carta hanno ingranato, improvvisamente tutto il film funzionava. Ora, questa è l’esperienza mia, e non è ovviamente necessario che sia così per tutti, ma rimane indiscutibile, lo dice anche Wim Diesel che non è d’accordo con me sul resto: Pacific Rim, se lo guardi come si deve, è un altro film. Neanche riesco a immaginarmi cosa debba essere in IMAX e su questo un po’ rimpiango il fatto che il previsto trasferimento a Parigi non sia giunto in tempo utile.

Il senso profondo della quarta fila.

E quindi? E quindi sto dicendo che Pacific Rim funziona solo se lo guardi come si deve? No, a me era piaciuto molto anche in quella prima visione sbagliata. Però cambia, e tanto. Ed è normale, è giusto così. Questa cosa non rende Pacific Rim un film peggiore, al massimo lo rende un film per certi versi limitato. Guillermo Del Toro voleva fare un po’ di cose e le ha fatte tutte molto bene. Voleva omaggiare innanzitutto i film di mostri giapponesi e i robottoni, ma ci ha messo dentro qualsiasi altra cosa sia figlia degli anni Ottanta e Novanta, ha frullato assieme un po’ di wrestling e ha sparso in giro tutte le citazioni possibili e immaginabili. In questo senso non ha tutti i torti chi ne parla come di nuovo Star Wars, perché se da un lato la portata dell’operazione e l’impatto sul pubblico non sembrano essere paragonabili, dall’altro c’è quello stesso spirito lì, lo stesso in fondo di Indiana Jones, quella voglia di recuperare suggestioni, idee e passioni del proprio passato e mescolarle assieme giocando per creare un immaginario comunque proprio. E in questo, Pacific Rim, è riuscito eccome, tanto quanto. Ma soprattutto, Guillermo Del Toro voleva mettercì lì, sdraiati in quarta fila, sopraffatti dall’immensità di quel che abbiamo davanti. E cazzo, se ci è riuscito. Anche in questo, di fondo, il paragone con Star Wars ci sta, e penso che se avessi vent’anni di meno non mi sarei ancora ripreso dallo shock e lo infilerei nel circoletto di quei film infilati ogni santo giorno nel videoregistratore per guardarli e riguardarli.

Dopo averlo rivisto lì, sdraiato, in quarta fila, ho mandato una mail a chi mi ero portato dietro per quella prima visione. Gli ho chiesto scusa, perché avevo sbagliato tutto e non gli avevo permesso di guardare davvero Pacific Rim. Poi gli ho fatto presente che qualche giorno dopo sarei andato di nuovo a rivederlo, in quarta fila. Si è unito. Mi ha ringraziato. Una decina di giorni dopo, il mio cinemino qua a Monaco era pronto a togliere Pacific Rim dalla programmazione. Che fai, non ci torni? Ci sono tornato, un’ultima volta. E poi l’altro giorno, mentre scorrevo la programmazione del Fantasy Filmfest, ho notato che così, a sorpresa, il mio cinemino me l’aveva messo di nuovo fuori, un’altra volta, un’ultima (?) volta. Domenica mattina. E che fai, non vai? In fondo sono passate ben tre settimane dall’ultima volta che l’ho visto. E sono andato, per la quinta volta. E ogni volta mi sono divertito come un matto, anche nei passaggi in cui non stava esplodendo nulla. E ogni volta, negli stessi punti, mi è salita la pelle d’oca. Durante quell’avvio fantastico. Su quell’inquadratura dell’elicottero proiettato verso la base con quella bella musica sotto. Sul flashback. Su Hong Kong tutta. Ah…

Cinque volte. E guarda, ti dico, se fra un mese lo ritirano fuori a sorpresa, mica escludo. E guarda, senza dubbio, se per qualche motivo dovessi avere la possibilità di guardarmelo in IMAX, sicuramente. Quante volte mi è capitato di andare a guardarmi e riguardarmi più volte un film al cinema? Da bambino, andavo con mia madre a vedere Fantasia ogni volta che lo ributtavano fuori, credo ogni anno. Titanic, a suo tempo, me lo sono sparato quattro volte. Quest’anno ho visto due volte Argo, ma più che altro perché volevo farlo vedere a Giovanna, che la prima volta non aveva potuto. La trilogia originale di Guerre Stellari, quando l’hanno rimessa al cinema, sono andato a vederla una quantità di volte che per i primi due film va in doppia cifra e per il terzo la manca di poco. Ecco, sì, la trilogia, si torna lì. Cosa dica di me questo elenco non lo so, ma credo il punto sia quello espresso sopra, il fatto che a certi film, se ho occasione di vederli in una maniera che poi non si ripresenta più, mi dedico senza remore. E poi dice che Pacific Rim mi è piaciuto. Molto. E a beneficio di chi dovesse avere la pazienza di continuare a leggere questo interminabile papagno, adesso provo anche a spiegare il perché. Ma attenzione, mi concedo di chiacchierare anche di quel che accade nel film. A quasi due mesi dall’uscita, penso di potermelo concedere. Sigla.

Omaggiare, si diceva. Guillermo Del Toro ha preso qualsiasi cosa gli passasse per la testa che veniva fuori da un certo tipo di cultura pop anni Ottanta e Novanta, l’ha amalgamata con l’immaginario da mostrologia giapponese ancor più retrò, ci ha spinto dentro a calci mille altre cose e ne ha tirato fuori una creatura dotata d’identità propria, forte, che vive per i fatti suoi anche se urla in ogni fotogramma l’amore per ciò che omaggia. C’è tutto e il contrario di tutto, amalgamato in una maniera pazzesca e che ha fatto esplodere di gioia la gente che queste cose se le è inventate, fra dichiarazioni d’amore di Go Nagai assortiti e manifesti disegnati da questo o quel manico del manga, alla faccia di chi “Copioni! Americani che rubano! Gne gne gne!” C’è Evangelion (checché ne dica Del Toro, perlomeno come suggestione visiva è impossibile negarla, e magari bisognerebbe chiedere a Beacham), ma il riferimento principale va ben più indietro, a quella voglia e capacità di raccontare il melodramma con un taglio surreale e in fondo spensierato, così tipico delle serie TV di cui mi drogavo da bambino. C’è la testa rotante che si aggancia e c’è il pugno (gomito) a razzo, c’è il conto alla rovescia che scandisce l’arrivo dei mostri come appuntamento fisso, come se fosse l’episodio settimanale, e ci sono i mostri e i robot tutti uguali e tutti diversi, ognuno con la sua arma, ognuno col suo modo di fare. Non c’è il timore del nucleare da cui nasceva Godzilla, ma viene trasformato in un metaforone della natura che si ribella alla presenza umana. Ci sono i personaggi stereotipati (archetipici, se vogliamo) e gli scienziati buffoncelli (e che a me hanno divertito molto), le armi finali da usare solo dopo aver riempito di pizze il mostro, perché poi si scaricano e se sbagli il colpo sono guai, e i robottoni caratterizzati da movenze umane, a fare da personaggi più dei loro piloti.

C’è un calderone immaginifico pazzesco, filtrato attraverso la visione elegante di Del Toro e la sua capacità di creare e raccontare attraverso le immagini, caricando ogni ambiente di piccole trovate e dettagli che raccontano un mondo senza bisogno di mettersi a fare le didascalie. Sta lì, ti viene suggerito, buon per te se ci fai caso, ma non è importante insistere. Ed è un mondo che spazia in tutte le direzioni, fra uniformi che sembrano uscite da Warhammer 40.000 e citazioni da Guerre Stellari (“Don’t get cocky”), un mondo oltretutto ancorato al reale – per il surreale assoluto ci sarà l’eventuale seguito – con quel minimo indispensabile di spiegazioni, idee e intuizioni per ogni cosa che deve succedere, con quel design pesante, fisico, che prova a dare un tono credibile all’impossibile. Poi, certo ci sono quei due o tre snodi di sceneggiatura un po’ traballanti, gettati lì in nome del “oh, è un film in cui i robottoni si menano coi mostroni, non esageriamo”, ma nel complesso, piaccia o meno, Pacific Rim è un film scritto bene, che scorre alla grande, con un signor ritmo e una buona attenzione a far filare le cose. Quindi no, non sto dicendo che funziona perché stacchi il cervello e ti godi le pizze, sto dicendo che funziona e basta e che la maggior parte dei rilievi che leggo in giro a questa o quella trovata sono figli proprio dell’aver staccato il cervello e non aver fatto attenzione a quel che il film raccontava. Così, tanto per chiarire le cose.

Poi, certo, quel che conta sono le pizze giganti, e Pacific Rim le racconta ridendo in faccia a tutti gli altri. Si apre su un mostro enorme che mastica il Golden Gate e già è tutto finito. Sfrutta (e in larga parte ricicla, intendiamoci) idee semplici, ma azzeccate per dare un senso al suo omaggiare e all’azione. Racconta combattimenti inquadrando gente attorno a un monitor e tizi in armatura che si agitano in una cabina di comando, si appoggia alla scusa del controllo “diretto” per tratteggiare umanamente i suoi robot e mostrarli che faticano, soffrono, gemono, scuotono la testa per scrollarsi l’acqua di dosso. Mette in scena una guerra fisica e brutale, in cui il pilota deve trascinarsi e zoppicare col suo veicolo, impiega tutto lo sforzo del mondo per tirare un cazzotto che non finisce mai e combatte contro esseri viventi brutali, pericolosi, ma che in fondo sono creature schiavizzate e gettate in guerra, per le cui movenze e il cui destino viene quasi da dispiacersi. E tutto questo Del toro lo ancora ulteriormente al fango e alle macerie riprendendo ogni cosa dal basso, dando una dimensione umana allo sguardo dello spettatore, ancorando la macchina da presa, anche virtuale, sui limiti del possibile, del fisico, del naturale.

Apre il film raccontando un’umanità che nel momento più duro si unisce e trova la forza di combattere nella maniera più cocky possibile e poi la prende a calci in faccia, fuggendo dal disaster movie più strettamente americano e rifugiandosi nel disastro e nella sporcizia. Inventa un mondo immerso nel sangue blu degli alieni, fonde cemento, edifici e costruzioni con le ossa del nemico abbattuto, costruisce un immaginario distrutto e al limite, in cui gli esseri umani sono prossimi alla sconfitta definitiva, disperati, e ci ricama attorno tante piccole storie, senza però approfondirne nessuna fino in fondo. La quantità di piccole cose che appaiono e scompaiono in un amen è senza fine, fra robot, città, dettagli, progetti appesi a un muro, piccoli ricordi, e forse il limite più grande del film sta in una sceneggiatura che si limita ad approfondire l’indispensabile e semina in giro intuizioni e trovate senza raccontarne nessuna fino in fondo. Quanto avrebbero da raccontare, quei piloti rockstar caratterizzati – anche sul piano musicale – come se fossero usciti da uno Street Fighter, che appaiono sullo sfondo, noti in un angolo dell’inquadratura (quanta attenzione nella messa in scena dei momenti corali) e ti dicono tanto con due gesti? Magari nulla, magari tanto, chi lo sa. E il film è pieno di tante piccole cose che vengono suggerite, magari anche dette, ma mai spiegate esplicitamente, lasciate all’inconscio e alla voglia di chi sa leggere.

Quel però che Pacific Rim dice, pur ancorato a tutti gli archetipi del caso, funziona molto bene a un livello di minimo indispensabile e si permette anche di fare tante cose azzeccate. Perché l’idea della fusione mentale, per esempio, nasconde chissà quante possibili trovate inespresse, ma riesce comunque a generare tanti piccoli spunti interessanti. Senza contare la maniera comunque non poi così banale con cui diversi cliché vengono portati avanti. Mentre altri film ci presentano l’approccio alla battaglia finale come il momento di massima esaltazione, Pacific Rim lo racconta come un punto di luminosa speranza nell’apice della disperazione. L’arringa alla folla di Idris Elba è il discorso stanco e stentato di un uomo al limite. Il cliché più trito di tutti, il pilota australiano nipote di Iceman, arriva al dunque terrorizzato e con le lacrime agli occhi e il suo confronto col padre prima di partire è una delizia di messa in scena, con quel parlare mentre la macchina da presa indugia altrove, che sfrutta la tematica fantascientifica della fusione mentale per riprendere tre accenni emersi nel resto del film e raccontare in maniera semplice, veloce, toccante, la difficoltà di comunicazione fra un padre e un figlio, il dare troppo per scontato, i rimpianti.

La presenza femminile del film è quanto di più lontano possa esserci dal figone standard di Michael Bay, e per sicurezza è vestita pure con dei pantaloni fantozziani. Il suo rapporto col biondo manzo protagonista sembra incanalarsi sui soliti binari, ma percorre quelli paralleli di una storia d’amore (?) sui generis. Mentre tutti ridacchiano per lo spioncino, Del Toro punta l’obiettivo sulla cicatrice, a sottolineare che, sì, è affascinata dal biondo scultoreo, ma in realtà sta osservando i segni di una battaglia che la lega a doppio filo a quell’uomo. Il loro rapporto si evolve nell’istante di una connessione, quando improvvisamente le menti si fondono e nasce un rapporto che va al di là di qualsiasi matrimonio, eppure non si evolve mai in amore esplicito. Mentre tutti si aspettano il bacio, quel che arriva è un semplice abbraccio, a suggellare un amicizia fortissima bisbigliando “puppatecelo” a Harry, Sally e la loro impossibilità di evitare il sesso. E alla fine la forza della sceneggiatura di Pacific Rim sta soprattutto nella sua capacità di gironzolare attorno agli stereotipi per provare a raccontarli in maniera un pochino diversa, senza per questo sentire l’esigenza di provare a risultare il più furbo di tutti.

L’inevitabile copertina su Facebook.

Del Toro è bravo e grande soprattutto quando racconta ciò che a lui più interessa. È un mago nel dire tante cose con le immagini e i silenzi (quella goccia di sangue), crea immaginari visivi fortissimi e ha la capacità di conservare una propria personalità forte sempre e comunque, in qualsiasi contesto, anche rinunciando ai tormentoni visivi che il suo fan si aspetta. Ha, forse, qualche difficoltà nel raccontare in maniera dettagliata i personaggi adulti, e del resto ha sempre offerto il suo meglio quando si è affidato al punto di vista infantile. Non a caso, uno fra i momenti più forti e riusciti è quell’incredibile flashback giapponese. Lì c’è tutto. C’è la potenza evocativa, c’è il terrore, c’è il melodramma, c’è l’idea forte di fondo del rovistare nei ricordi e nelle paure più sepolte, c’è il gusto per il surreale e il bizzarro, con quel tizio in goffa armatura sbattuto là in mezzo e quel mostro gigante e terrorizzante che di fondo è un grosso gamberone. Lì Pacific Rim raggiunge forse il suo apice espressivo e la speranza è che Del Toro abbia davvero l’opportunità di realizzare il seguito di cui parla nelle interviste, più spinto e surreale, convinto oltre ogni limite. Quel secondo episodio dello stesso regista che tanto spesso è espressione forte, personale e riuscita molto più del primo (come del resto è accaduto con Hellboy).

Ma intanto, qui c’è un grandissimo accontentarsi. Perché Pacific Rim è un film delizioso, che non inventa nulla ma fa alla perfezione ciò che si proponeva di fare, nasconde sotto una coltre di semplicità tante piccole cose interessanti e sopratutto è uno spacco audiovisivo come se ne vedono pochi. Ha pure una colonna sonora fantastica, tutta costruita attorno a un unico riff di Tom Morello fuso alle sirene zimmeriane (però figlie del grido di battaglia di Gipsy Danger, quindi perfino loro “giustificate”), per dare vita a un motivetto trascinante e che potrebbe tranquillamente fare da sigla televisiva. Ci aggiunge un tema per i Kaiju dal potente ed evocativo strombazzare e non fa praticamente nient’altro. E va benissimo così. Perché alla fin fine, per raccontare la poesia di una nave usata come mazza da baseball, per mettere in scena un’amicizia fra uomo e donna che da sola può salvare il mondo, per farmi venire i brividi, boccheggiare e tremare per cinque volte consecutive in una sala cinematografica, non serve davvero altro. Sono una persona semplice, che vi devo dire.

L’ho visto cinque volte, come da spiegazione precedente. Della lingua originale, per carità, in un film del genere si può fare a meno, però vale comunque la pena di segnalare che Del Toro si è divertito un sacco a pasticciare con i vari accenti e in fondo perdersi questa cosa è un po’ un peccato. Così come è un peccato perdersi le voci tonanti di Idris Elba e Charlie Hunnam (anche perché a lui, se gli levi quella, non rimane molto). Poi ci sarebbe pure da dire che a un film scritto in questa maniera, se gli levi le voci ganze e provi ad adattarne i dialoghi smargiassi, è difficile non fare danni. Ma insomma, si sopravvive, eh.

Pain & Gain – Muscoli e denaro

Pain & Gain (USA, 2013)
di Michael Bay
con Mark Wahlberg, Dwayne Johnson, Anthony Mackie, Tony Shalhoub, Ed Harris, Bar Paly

È abbastanza bizzarro ritrovarsi a guardare a stretto giro di tempo The Bling Ring e Pain & Gain, perché di fondo sono due film che raccontano la stessa roba attraverso due sensibilità che più distanti di così mi riesce davvero difficile trovarne. “La stessa roba” sarebbe la storia (vera, ispirata ad articoli che l’hanno elargita al mondo) di poveri cretini, qualcuno più furbetto manipolatore, qualcuno cretino e basta, che per inseguire una vita di successi inculcata loro da cinema e TV si danno ad azioni discutibili. Poi, certo, fra rubare a casa di Paris Hilton e rapire/torturare/ammazzare gente ce ne passa, ma la sostanza non è così distante. Oltretutto, a voler ben vedere, si può tracciare un parallelo anche in quelle che erano le intenzioni di Michael Bay, seppur deviate dal suo cervello assurdo. Perché Pain & Gain è il suo piccolo progetto personale, un “character study” (parole sue!), un filmetto indipendente realizzato spendendo il budget più piccolo della sua carriera e assoldando attori disposti a rinunciare al cachet pur di esserci (manco fosse il nuovo film di Terrence Malick). Poi magari coi ventisei milioni di dollari del film indie di Michael Bay ci produci mezzo programma del Sundance, ma alla fine è il pensiero che conta, no?

Bizzarrie produttive a parte, il punto è che Pain & Gain è forse il film più bello e meglio scritto di Michael Bay (full disclosure: non li ho visti tutti, ci credo lo stesso) e lo è, paradossalmente, proprio perché Bay, nel dirigerlo, non ha fatto mezzo passo indietro su quella che è la sua idea di cinema. Pain & Gain funziona proprio perché si tratta di Michael Bay che racconta la faccia “vera” dei suoi film, l’America tutta steroidi, pettorali, bicipiti, culi, tette, colori sparati a mille, urla, azione, emozione, sogno americano stuprato in nome della vittoria facile, del desiderio di possesso, dell’aspirare a modelli cinematografici criminoidi, e lo fa applicando il suo stile, il suo immaginario visivo, il suo modo di raccontare, con tutta la convinzione del mondo. In pratica è come Gomorra, ma con più slow motion. E la magia del cinema fa sì che tutto ciò che in un Transformers è il peggior Michael Bay, quello pacchiano, insopportabile, stucchevole, americanoide, celebrativo, in Pain & Gain diventi satira feroce nei confronti di una bassa umanità su cui il regista sputa senza farsi tanti problemi.

Non si salva praticamente nessuno, sono tutti pessimi individui. Da un lato i protagonisti, fessi e vittime della loro ingenuità, sì, ma anche squallidi, insopportabili, impossibili da apprezzare… al massimo ridi delle loro assurde azioni (e, come spesso accade, in mezzo a tanto romanzare, sono le trovate più incredibili quelle che aderiscono al realmente avvenuto). Dall’altro le vittime, sgradevoli tanto quanto, gettate nel calderone del peggio assoluto da parte di un regista che sembra voler salvare solo gli americani bianchi di una certa età, solidi nella testa, aggrappati a una morale inattaccabile, onesti lavoratori. Insomma, si stava meglio quando si stava peggio, una volta qui era tutto un giardino e quando c’era lui i treni arrivavano in orario. Poi, certo, il problema di fondo è che rimane comunque un film di Michael Bay, con tutto ciò che rende i film di Michael Bay antipatici a tante persone, e quindi magari difficile da apprezzare anche quando il suo essere un film di Michael Bay finisce per rappresentarne il maggior pregio. E di sicuro, pur avendo io apprezzato alcuni suoi aspetti che – noto – a molti altri non sono piaciuti (in primis il delirio di voci narranti multiple), su certi passaggi ho un po’ sentito la mancanza di un regista dal tocco meno brutale. Ma con un tocco meno brutale dietro la macchina da presa sarebbe stato un altro film. Magari meno riuscito, sicuramente meno “vissuto” nel prendere a calci in faccia quel che in fondo è Michael Bay stesso.

L’ho visto qua a Monaco, al cinema, in lingua originale, una settimana fa, perché ogni tanto, si sa, i film escono prima in Italia che altrove. Davvero! La lingua originale merita? Boh, alla fine son cretini che urlano, però il trio di protagonisti è davvero bravo. Davvero. The Rock è il più bravo di tutti, figuriamoci.

Lo spam della domenica mattina: arrancare

Questa settimana ho prodotto pochino, ma ho lavorato tantissimo dietro le quinte. Davvero, eh! Comunque, su Outcast ho enucleato gli appuntamenti più o meno fissi settimanali, col Videopep dedicato alle cianfrusaglie da Colonia e l’Old! sull’agosto del 2003. Ma ho anche pubblicato l’Outcast Reportage dedicato alla GDC Europe 2013. Che è il podcast più lungo della nostra storia, mica pizza e fichi. Un’impresa estenuante registrata in due parti causa traggedia.

Su IGN, invece, appena tre articoli avanzati dalla Gamescom 2013. Però sofferti! L’intervista al senior producer di Warface, realizzata presentandomi sul posto pensando che avrei provato il gioco e ritrovandomi invece su un divanetto con questo tizio davanti. A volte, in momenti del genere, non sai che fare. Questa volta, invece, son venuti fuori venticinque minuti di piacevole chiacchierata. O, comunque, è stata piacevole per me. Poi c’è l’anteprima su Batman: Arkham Origins, che mi sembra un po’ sempre la stessa roba, ma insomma, comunque buttala. Lì, la tragedia consisteva nel fatto che mi son trovato a provare il gioco col pad, ma io agli Arkham ci gioco con mouse e tastiera. Ma insomma, ci si arrangia. Infine, l’intervista a due simpaticissimi ragazzi di Creative Assembly, per parlare di Total War: Rome II. Qua sapevo di dover fare un’intervista e infatti mi sono fatto suggerire le domande dal Kenobit, ché io so una sega.

Dai, magari la prossima settimana produco di più. Forse. Boh.