Riddick

Riddick (USA, 2013)
di David Twohy
con Vin Diesel, Jordi Mollà, Katee Sackhoff, Matt Nable, Dave Bautista

Vin Diesel è un personaggino davvero adorabile. È il tizio gonfio come un pallone, tamarro e che fa l’eroe dei film d’azione, ma ha iniziato provando a esprimersi da attore in ruoli drammatici, ha pure diretto i suoi cortometraggi impegnati e si è fatto riabilitare come interprete da Sidney Lumet. Poi, certo, nei panni di quello che non si limita a grugnire, convince fino a un certo punto (va molto meglio a The Rock), però ci tiene e ci prova. Anche se poi si è ritrovato a fare le commedie ridicole e per rimettersi in piedi è dovuto tornare a far volare cazzotti come si deve. Ma non è solo questo. È anche un geek di quelli veri, uno a cui si illuminano gli occhi se becca un intervistatore che gli chiede della sua passione per Dungeons & Dragons e poi attacca a parlare di edizioni, set di regole e altre robe contorte da gente che ne sa. Del resto, si è pure gettato nella produzione di videogiochi e l’ha fatto credendoci per davvero, al punto che adesso è andato a recuperare la gente della Starbreeze che fu e che era sparsa in giro e ha cercato di metterla assieme per realizzare un nuovo gioco su Riddick.

Oltre a tutto questo, è anche uno che ci tiene al rapporto coi fan. Ha una pagina Facebook con qualche miliardo di fan ed è fra i pochi personaggi famosi che curano in prima persona la propria identità sui social network. O perlomeno così si dice, poi vai a sapere. Posta continuamente foto tamarre, frasi stucchevoli per esprimere l’ammmore nei confronti dei suoi fan e quanto si sente sommerso dal loro affetto. Racconta del suo caro, vecchio, cane e di come sia stato per lui emozionante avere a che fare col cane alieno del film di cui parliamo oggi. Butta fuori come se niente fosse immagini dal set e mi fa venire la fotta con Lucas Black e Fast & Furious 7. A proposito, parentesi: dopo Fast 5 e Furious 6, il prossimo lo intitolano And 7? Dicevo: è uno che ci tiene davvero. Narra la leggenda che il ruolo dell’antagonista per Fast 5 fosse stato scritto con in testa Tommy Lee Jones, poi su Facebook gli hanno fatto presente che volevano vederlo tirarsi le pizze in faccia con The Rock e, well…

Sempre secondo la leggenda, Riddick è un film nato soprattutto per accontentare i fan, che lo volevano fortissimamente. Poi, certo, lo volevano fortissimamente anche Vin Diesel e David Twohy, altrimenti non si faceva. Così come non si sarebbe fatto se non ci avesse creduto chi ha deciso di metterci i soldi. Ma il punto è che Vin Diesel, secondo me, ci crede davvero. Voleva un film che mettesse d’accordo tutti, accontentasse i suoi adorabili fan, riportasse in scena Riddick, quello vero, quello Rated R, e funzionasse fino in fondo. E allora è partita l’impresa, una lavorazione interminabile perché frustrata da mille problemi, ma portata avanti all’insegna della convinzione che i fan avevano ragione: “Non importa se non c’avete i soldi, fate una roba a basso budget, ma fate un Riddick come si deve”. Addirittura, Diesel in persona racconta che, di fronte alla prospettiva di non riuscire a concludere i lavori sul film per mancanza di fondi, s’è ipotecato la casa. Insomma, la faccenda assume risvolti epici. E ne è valsa la pena?

Vin osserva preoccupato i dati del Box Office dal suo nuovo alloggio in periferia.

La voglia di fare il miglior Riddick possibile, un film in grado di accontentare tutti, una roba che riuscisse a recuperare lo spirito di Pitch Black e facesse dimenticare i problemi del comunque forse un po’ eccessivamente criticato The Chronicles of Riddick, è evidente in ogni fotogramma del film. La vedi proprio che traspira. E ce n’è talmente tanta che, per sicurezza, Twohy e Diesel han tirato fuori tre film compressi in uno solo, a formare un minestrone che non dimentica il passato recente ma si riallaccia con convinzione soprattutto a quello remoto. Il risultato è evidentemente quel che le premesse là sopra potevano far supporre: molto più un regalo ai fan della serie che un vero e proprio convinto tentativo di rilancio. Non solo non si fa piazza pulita, ma addirittura ci si aggrappa alla mitologia del personaggio in una maniera talmente convinta che chi non dovesse aver visto i primi due film (soprattutto il primo, ma per certi aspetti anche il secondo) rischia di non capire molto di quel che viene raccontato. Oh, poi, intendiamoci, non è che ci sia molto da capire: c’è gente che muore, ci sono mostri, c’è Riddick che spacca i culi, però magari uno dalla memoria corta rischia anche di farsi apparire qualche punto di domanda sulla testa, quando si parla di Furyan senza dare spiegazioni e si incentrano due terzi di film sui collegamenti con Pitch Black.

Ad ogni modo, si diceva, tre film strizzati a fare da primo, secondo e terzo atto per comporne uno solo. Il primo non va molto lontano dall’essere un capolavoro ed è anche l’unica parte realmente nuova – quantomeno nel contesto della saga – e interessante. Il nostro caro amico Richard si ritrova abbandonato senza spiegazioni su un pianeta ostile, ferito gravemente, privo d’armi e/o bagagli. Deve sopravvivere, circondato dal caldo e dalle bestie selvagge. Da qui nasce una mezz’ora splendida, immersa in un silenzio spezzato solo da grugniti, urla, versi strani, un riarrangiamento del solito bel tema musicale della serie e qualche monologo interiore sbiascicato dal Vin. In pratica è una versione tamarra e lurida di Cast Away ed è uno spettacolo. E, sì, a me è piaciuto anche il cagnaccio, creatura aliena con cui Riddick fa amicizia in qualche maniera e che si porta dietro per quasi tutto il film. Ha la coda lunga e le orecchiaccie strane, ma è palesemente un cane e si comporta da cane. Non piace perché rovina l’atmosfera epica e intacca un po’ l’aria da duro del Riddick? Lo capisco, ma che vi devo dire, a me è piaciuto.

Belle e Sébastien del nuovo millennio.
Un altro aspetto interessante di questa prima parte sta nel modo in cui liquida The Chronicles of Riddick. Non ne viene assolutamente negata l’esistenza, anzi, è tutto cronologicamente ben inserito e del resto i Necrocosi e la ricerca del proprio pianeta natale sono i motivi per cui Riddick si ritrova abbandonato in questo cesso desertico. Il breve flashback – con tanto di apparizione veloce per Karl Urban e quell’altro tizio, ma niente Thandie Newton inguainata nel costumino – è sostanzialmente tutto pensato per spiegare un fatto che viene poi espresso esplicitamente dallo stesso Vin con una battuta: imborghesimento. Il problema era che Riddick – non solo lui, ma anche il film che gli stava attorno – si era imborghesito, era diventato lento e facile da mettere sotto. E quindi serve un nuovo impatto con la brutale realtà dell’universo. Ecco che allora vediamo una trasformazione nel Riddick veramente cazzuto, duro, sanguinario, inarrestabile ma in fondo con un cuoricino di cioccolato e nocciola nascosto nel suo petto. È tornato. 
In tutto questo, David Twohy torna a fare quel che sa fare meglio: cavare il sangue dalle rape di un budget modesto e inseguire il mito dell’effetto speciale fisico, polveroso, volutamente pacchiano ma messo in scena in maniera evocativa. In Riddick la computer grafica piove a catinelle, ma viene applicata su mostri e creature nati in officina, costruiti per avere una presenza fisica e azzannare realmente le loro prede. E la differenza si vede per davvero, trasuda vita e passione da tutti i pori. Non ci sarà magari fantasia estrema, nel design delle bestiacce, ma c’è la voglia di mettere in piedi una fantascienza/fantasy di un certo tipo, con un adorabile sguardo rivolto al passato anche nel mostrare scenari infiniti, impossibili, esageratamente surreali e finti, ma cacchio se evocativi come pochissima roba vista di recente, in parte anche grazie al fatto che pure lì c’è grande attenzione allo spazio fisico, al set costruito per davvero, prima di applicarci sopra le meraviglie del PC. Riddick, a tratti, ti riempie davvero gli occhi, e non è cosa da poco.
La cosa bella è che il film ha esattamente il look dei disegni preparatori.
Poi la storia procede, entrano in ballo gli altri due film che compongono Riddick e ci si sposta su terreni già battuti, se vogliamo anche più facili, per quanto tutto sommato l’atto centrale sia a modo suo abbastanza coraggioso. Riccardino si rende conto che la merda sta per finire violentemente sul ventilatore e decide di farsi sgamare da tutte le bande di cacciatori di taglie dell’universo, così magari frega l’astronave a qualcuno e se ne va. Improvvisamente ci si ritrova in uno di quei seguiti-remake, che ricalca in larga misura la struttura di Pitch Black: prima abbiamo Riddick che si nasconde in giro per il pianeta e fa il serial killer da film horror palleggiandosi due squadre di mercenari come se niente fosse, ridicolizzandoli e ammazzandoli uno a uno, poi arrivano le nuvole, la pioggia e i mostri. Tutto come prima, con lo stesso tono crudo, violento ma non troppo, pieno di personaggi che si esprimono solo per battute tamarre e ricco d’azione, con un Riddick che fa cose anche un po’ fuori dall’umano ma sempre ben inquadrate nel suo essere eroe tamarro (e, ricordo, effettivamente non umano). Ma anche tutto un po’ peggio di prima, fosse anche solo perché, ehi, questa roba l’ho già vista, quindi le cose si fanno abbastanza prevedibili. Perfino quando provano a sorprenderti, perché è prevedibile anche il fatto che cambino per tentare di coglierti in contropiede. E il risultato non è comunque male, ma insomma, ti lascia un po’ con quell’aria in faccia del “Tutto qui?”.
La parte centrale, dicevo, a modo suo è anche coraggiosa, perché di fatto, dopo aver trascorso mezz’ora a farci reinnamorare di Riddick e della sua colossale badassitudine, lo sposta sullo sfondo e si concentra sui mercenari, raccontandoci di due squadre che arrivano belle convinte e poi si ritrovano a cercare disperatamente di sopravvivere contro questa forza della natura. E tutto sommato la cosa è sviluppata anche piuttosto bene, non fosse che i mercenari sono veramente un gruppo di personaggi da minimo indispensabile e, quindi, nel momento in cui diventano protagonisti, il coinvolgimento emotivo finisce un po’ per calare. Tolti magari i due capetti, che fanno il loro dovere e hanno un minimo di carisma, dando per buona la presenza perlomeno fisica di Dave Bautista e abbracciando fortissimo Katee Sackhoff, che ha sempre la sua grande personalità e ci fa anche la grazia di mostrarci le tette, si tratta sostanzialmente di un branco di coglioni. Che fanno giustamente la fine che devono fare. E in tutto questo, di nuovo, rivediamo in azione esattamente il Riddick del primo film, quello che fa come gli pare, quando gli pare, attenta ai capelli delle bionde e ride di tutti.
Cinque uomini e un maschio.

E poi? E poi si passa ai mostri. Che è, appunto, anche qui, la stessa cosa che succedeva in Pitch Black. Lì diventava notte, qua arrivano le nuvole, i mostri funzionano in maniera diversa (la luce non è un problema), ma la sostanza rimane quella e gli avvenimenti, bene o male, pure. Il che, volendo, funziona anche per come è costruito il racconto e per il modo in cui sceglie di riallacciarsi a quel primo film, facendo di fondo il metaforone e raccontando di come le cose possano cambiare anche quando sembrano essere sempre le stesse. Solo che, appunto, per quanto alla fine funzioni tutto abbastanza bene, ci sia un bel ritmo, Riddick faccia un sacco di cose estremamente ganze, il film scorre un po’ placido perché bene o male prevedibilissimo. Ed è un problema? Sì e no. Sì, perché, oh, mica mi lamento se un film mi sorprende. No, perché, forse, era davvero difficile tirare fuori molto di meglio da un’operazione del genere, riportare il personaggio alle sue origini di figaggine totale, cercare di accontentare tutti i fan della saga, non mandare nulla al macero, conservare una continuity e far funzionare tutto quanto assieme. Il risultato è un discreto Riddick, che comunque ci restituisce il personaggio che aveva fatto impazzire tutti quanti tredici anni fa ed è di fondo un film godibile e divertente, con un avvio fenomenale e pochi reali tonfi. Lo stesso finale, che ha fatto incazzare parecchi, è magari un po’ pacchiano, ma secondo me non tradisce il personaggio, da sempre duro psicolabile guidato da un forte senso dell’onore. Insomma, per me, quel che avviene ci sta. Poi boh.
L’ho visto qua a Monaco, al cinema, in lingua originale, giovedì scorso, perché qua in Germania è uscito un po’ dopo che da voi fortunelli, proprio mentre l’Italia lottava durissimo con la Lituania ma poi alla fine mollava. Che in effetti è un po’ quel che succede a un certo punto pure qui. Solo che nel film arriva la wild card, nella realtà, boh, vedremo. Ah, non mi sento di dire che ci sia un gran bisogno di lingua originale, anche se resto sempre dell’idea che sia molto difficile adattare dialoghi costantemente sopra le righe senza rovinarne un po’ l’impatto. E poi ci si perde il fantastico modo di parlare in slow motion che ha Vin Diesel quando fa il duro.

3 pensieri riguardo “Riddick”

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