Frankenstein’s Army

Frankenstein’s Army (Olanda, 2013)
di Richard Raaphorst
con Karel Roden, Joshua Sasse, Robert Gwilym

Un film come Frankenstein’s Army va necessariamente approcciato nella maniera corretta. Che, mi rendo conto, è una cosa un po’ antipatica da dire, perché ognuno avrà ben diritto di guardarsi i film che gli pare come gli pare, ma in certi casi è proprio necessario. Mi spiego. Nel film c’è il nipote del dottor Frankenstein che prende gente morta (o quasi), ci attacca i componenti come se fosse Miwa e così facendo crea mostri biomeccanici (o tecnorganici o quel che vi pare) per l’esercito nazista, disperato e prossimo allo sfascio nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale. La cosa ci viene mostrata seguendo le disavventure di un manipolo di soldati russi, finiti nel bunker-laboratorio del dottore per rispondere a una richiesta d’aiuto via radio. E il tutto viene messo in scena seguendo la tecnica del found footage, perché fra i soldati ce ne sono un paio col compito di documentare, sfruttando evidentemente tecnologie che all’epoca non erano disponibili, seppur “mascherate” da qualche effetto visivo a caso appiccicato sulla pellicola.

E secondo me già si è capito dove voglio arrivare. Il punto è che se vai a vedere un film dalle premesse simili e poi ti lamenti perché la storia è poco plausibile o ci sono delle incongruenze, meriti gli schiaffi. Poi, intendiamoci, si può discutere di quanto quel che c’è sia ben confezionato, si può ritenere che, anche all’interno dei confini dettati dalle intenzioni, Frankenstein’s Army potesse venire fuori meglio, ma se di fronte al soggetto “il nipote di Frankenstein fa i mostri nazisti” ti vengono gli occhi a forma di punto interrogativo, beh, dai, sei fuori target, hai sbagliato sala, vai a sederti nell’angolino e vedi di non rompermi le scatole. Chiarita la premessa, passiamo al dunque.

 Il dunque.

Frankenstein’s Army è il primo film di Richard Raaphorst, un regista olandese con alle spalle un po’ di cortometraggi ma soprattutto dieci anni abbondanti di carriera trascorsi lavorando sul design e gli storyboard per gente del calibro di Stuart Gordon, Paul Verhoeven e Jackie Chan. La cosa si vede soprattutto nel fatto che il suo film d’esordio se ne sbatte alla stragrande di tutto quel che è di contorno. La trama sta scritta su un pezzo di carta igienica e le assurdità tecnologiche vengono semplicemente ignorate: siamo nel 1945 e c’è un soldato russo con una cinepresa portatile che filma in 16:9, a colori e senza alcun problema a registrare l’audio. Del resto, siamo in un film coi nazisti biomeccanici, sarà mica un problema la plausibilità della cinepresa? Similmente, i personaggi è come se non ci fossero, del resto sono lì per fare da carne da macello. Ma non importa, perché i veri protagonisti del film, quel che davvero interessa a Raaphorst – e a chiunque si avvicini a un film del genere con un minimo di consapevolezza, diciamocelo – sono loro: i tecnonazisti.

E i tecnonazisti sono uno spacco. Raaphorst ha speso quasi* tutto quello che aveva, cuore, design, cervella e budget, per realizzare le sue creature, che sono tutte semplicemente splendide, cariche di inventiva e personalità, ognuna con la sua identità precisa, una più completamente fuori di cozza dell’altra. Il mio eroe rimane quello con la faccia a elica di aereo, ma fra il nano pentolone bipede, l’uccellaccio che si cala dal tetto, la versione termonucleare dell’infermiera di Silent Hill e tutto quel tripudio di schifezze che si vede nel finale c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Insomma, sotto questo punto di vista, gli si può dire proprio poco, al di là del fatto che, toh, i mostri sono di fondo tutti dei tizi con indosso un batiscafo e quindi si muovono in giro in maniera goffa e non sempre minacciosa, ma sono talmente adorabili che ci si passa sopra.

*Una parte del budget è servita per tirare in mezzo il sempre adorabile Karel Roden.

Per il resto, Frankenstein’s Army è un film assolutamente sincero, semplice, che ricama attorno ai suoi protagonisti il minimo indispensabile, si racconta seguendo il manualino del found footage (e si prende pure il disturbo di spiegare come mai ci sia un cretino che tiene stretta in mano la cinepresa mentre un tecnonazista cerca di traforarlo con una trivella cervicale), immerge in una sana dose di splatter e dura il giusto, meno di un’ora e mezza, levandosi dalle scatole quando è palesemente ora di finirla. Si può chiedere di più, al film col dottor Frankenstein che costruisce i tecnonazisti? Certo, si può sempre chiedere di più, ci mancherebbe, e un regista un po’ più… come dire… regista, avrebbe magari saputo scrivere anche una storia e dare un senso ai personaggi che la popolavano. Ma ci si può accontentare di un film stupidino, divertente e che non pretende mai di essere più di quel che è? Secondo me sì.

Ho visto il film al cinema qua a Monaco, al Fantasy Filmfest, in lingua originale, che è un adorabile tripudio di inglese con accenti russo e tedesco. Fra l’altro a un certo punto c’è un personaggio che parla in tedesco e, dal modo in cui rideva la gente in sala, ho intuito che probabilmente parlava con la stessa padronanza con cui in genere gli attori parlano italiano nei film americani. IMDB mi dice che i tecnonazisti stanno facendo il giro dei festival mondiali e al momento è prevista distribuzione solo in Giappone (wut?).

4 pensieri riguardo “Frankenstein’s Army”

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