I Declare War

I Declare War (USA, 2012)
di Jason Lapeyre, Robert Wilson
con Siam Yu, Gage Munroe, Michael Friend, Mackenzie Munro e un’orda di altri bambini

Ve lo ricordate com’era giocare da piccoli dando sfogo alla fantasia? Io me lo ricordo bene e ricordo che mi immaginavo le storie più assurde. Succedeva quando giocavo con pupazzetti e robot, inventandomi saghe che neanche nei fumetti Marvel, facendo i cross-over, utilizzando i giocattoli come attori per interpretare storie in un mondo allucinato in cui i Cavalieri dello Zodiaco, i Masters of the Universe, i Transformers, il robot-astronave gigante di Macross, Capitan Power, i G.I. Joe, Big Jim e chissà che altro passavano tutto il tempo prendendosi a pizze in faccia. E poi c’erano le avventure altrettanto allucinate da vivere in prima persona, giocando con un bastoncino e una pistola immaginaria, facendo il protagonista del film d’azione. Ecco, I Declare War parte esattamente da questo spunto qui per costruire un film tanto adorabile quanto pieno di limiti. E il bello è che pregi e difetti sono tutti congeniti, figli della stessa natura del progetto.

La storia è semplicissima: ci sono due squadre di bambini che si sfidano a fare la guerra per finta nel bosco. Usano come armi pezzi di legno assemblati con cura, fionde e poco altro, ma hanno dalla loro attrezzature di un certo spessore come bussole, binocoli e coltellini multiuso. Le regole sono semplici: se sparando (per finta) vieni colpito – e qui ci si affida all’onestà di entrambi – te ne devi stare a terra contando fino a dieci. Poi puoi rialzarti. Se vieni colpito da una bomba a mano, un palloncino pieno di colorante rosso, sei morto e devi andartene. Vince la squadra che cattura la bandiera dei nemici, situata in una base la cui posizione è ignota agli avversari. Fine. Tutto qui. Solo che i ragazzini prendono la cosa tremendamente sul serio, elaborano strategie complesse, parlano fra di loro come se fossero realmente soldati in guerra e ci tengono tantissimo alla vittoria, in particolare il biondissimo TK, campione imbattuto da un po’ di sessioni consecutive, pronto a tutto per non perdere il trono contro lo stratega Quinn.

Il primo punto forte del film sta nel fatto che prende sul serio la fantasia dei bambini protagonisti e, pur ricordandoci ogni tanto in maniera chiara che stanno facendo finta e agitano bastoncini, racconta la battaglia con lo sguardo dell’immaginazione. E allora ecco che due pezzi di legno diventano un mitragliatore, un grosso bastone fa da lanciarazzi, il palloncino muta in bomba a mano, una fionda si fa tecnologica balestra e così via. Ma non solo: i colori diventano quelli di un film ambientato in Vietnam, l’azione viene accompagnata dai classici rumori di battaglia, la musica si fa iper drammatica. Insomma, ci si ritrova immersi in una vera e propria guerra, messa in scena attraverso il filtro dei più classici stereotipi cinematografici, solo che a combattere sono bambini, con tutto quel che ne consegue.

 Una cosa del genere.

Le motivazioni e lo spirito delle azioni sono da ragazzini che vogliono vincere e andare poi a casa a farsi una partita a un videogioco mangiando pizza. C’è quello convintissimo e che ci crede, ma c’è anche quello che se ne frega delle regole, vuole solo vincere. C’è la ragazzina che si è unita solo perché ha una cotta per il comandante, ma decide di fare sul serio e sfrutta le sue armi femminili per avere la meglio. C’è il bambino frustrato a cui la guerra non interessa, vuole solo farsi degli amici, e c’è quello che si fa prendere la mano e inizia a far davvero male ai suoi avversari. Lo sviluppo della storia è assolutamente ordinario, senza particolari sorprese, e la recitazione dei bambini, comprensibilmente, non è proprio da Oscar, con una diffusa tendenza ad andare sopra le righe. Del resto, se già è difficile trovare un attore bambino che riesca a reggere una parte da protagonista drammatico, figuriamoci un cast intero. Eppure I Declare War funziona, come del resto dimostra il premio del pubblico vinto al Fantastic Fest di Austin.

Funziona perché approccia l’argomento con affetto e onestà, mette nei panni di bambini tutti impegnati ad affrontare con la massima serietà faccende che un occhio adulto guarda con tenerezza, ma in fondo anche con sentita nostalgia. Fallisce un po’ quando punta sull’azione, per la povertà della messa in scena e perché in fondo non c’è veramente nulla in ballo, ma riesce comunque ad appassionare raccontando di amicizie distrutte dalla “guerra e di bambini che sono a un passo dal diventare adolescenti e lasciarsi alle spalle questo mondo di giochi e fantasia. C’è insomma un tenero retrogusto malinconico, che si agita alle spalle delle divertenti gag e dell’atmosfera giocosa e che finisce per rappresentare l’anima forte del film e il principale motivo per dargli una chance.

Anche questo film si sta facendo il giro dei festival mondiali da ormai un annetto e non sono riuscito a trovare notizie precise su una sua eventuale distribuzione, al di là dell’uscita “limited” negli USA. Io l’ho visto qua a Monaco al Fantasy Filmfest, chiaramente in lingua originale.

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